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	<title>Accademia Ambientale del Monferrato &#187; Approfondimenti</title>
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		<title>Acna di Cengio.</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 17:20:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Associazioni sul piede di guerra per la bonifica dell’Acna di Cengio, che si sospetta non finirà mai. La sostituzione del commissario Leoni che aveva lavorato bene con un burocrate di stato dimostra l’ennesima ingerenza politica finalizzata a distribuire incarichi ben remunerati a scapito della qualità dei servizi, delle aspettative popolari e delle esigenze ambientali. Fonte: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Associazioni sul piede di guerra per la bonifica dell’Acna di Cengio, che si sospetta non finirà mai. La sostituzione del commissario Leoni che aveva lavorato bene con un burocrate di stato dimostra l’ennesima ingerenza politica finalizzata a distribuire incarichi ben remunerati a scapito della qualità dei servizi, delle aspettative popolari e delle esigenze ambientali.</strong><br />
<em>Fonte: Provincia di Alessandria, <a href="http://www.ambiente.al.it/" target="_blank">http://www.ambiente.al.it</a><br />
di Giovanni Rizzo</em></p>
<p>Esattamente un anno fa il nostro giornale chiudeva un ampio capitolo di inchieste sull’ex Acna. L&#8217;interesse non era naturalmente caduto, e avevamo continuato a parlare dell&#8217;antica questione dalla nostra pagina di ambiente, per tre mesi interamente dedicata alle sorti della Valle Bormida e alla sua rinascita, legata alla bonifica del sito di Cengio. Ora, a un anno di distanza, cercheremo di capire a che punto si trova la bonifica, anche alla luce degli accadimenti che si sino susseguiti dopo che il comissario Stefano Leoni era stato sostituito dal prefetto di Genova, Giuseppe Romano. Sostituzione non gradita dalle associazioni ambientaliste, dalle Province e dai Comuni interessati, tutti sul piede di guerra per difendere l’eccellente lavoro svolto da Leoni, l&#8217;unico a essere riuscito a far dialogare di nuovo quattro generazioni di liguri e piemontesi. Questi risultati avevano fatto rinascere la fiducia nei valligiani, che, dopo decenni di inquinamento, si immagina un punto finale alla lunga storia di emergenza. Dopo un anno, però, ancora qualcosa non va.<br />
Giuseppe Romano, commissario alla bonifica<br />
Abbiamo incontrato il prefetto nei suoi uffici di Cengio. Il nuovo commissario era reduce di un incontro al quale hanno partecipato i presidenti delle Regioni Liguria e Piemonte, i presidenti delle Province di Alessandria, Savona, Cuneo e Asti, quelli delle Comunità Montane ed i sindaci dei Comuni interessati, il presidente della Syndial (attuale proprietaria del sito), l’Autorità portuale di Savona e i sindacati.<br />
“Il 6 marzo scorso &#8211; spiega il prefetto Romano &#8211; si è tenuto un incontro a Cengio, nel quale ho illustrato lo stato di avanzamento dei lavori di bonifica da quando è iniziato il mio commissariamento, cioè dal 26 aprile del 2005. In quell’occasione ho fatto una rassegna puntuale dello stato di attuazione della bonifica .I tempi previsti si stanno rispettando e, se non ci sono intoppi. Posso affermare che il 31 dicembre del 2007 la bonifica sarà completata. Non escluderei uno sforamento di ulteriori due mesi per permettere il completamento della recinzione di contenimento tra l’area 1 e l’area 2. In questo caso si arriverebbe al febbraio del 2008.La cinturazione lato fiume è stata terminata il 31 ottobre del 2005, i lagoons saranno svuotati entro il 30 giugno di quest’anno e puliti entro il 31 dicembre 2006. E&#8217; stato inoltre programmato che, man mano che saranno svuotati dai Sali, i bacini siano riempiti con i materiali inquinanti provenienti da altre parti del sito e da Pian Rocchetta, così come previsto dal progetto preliminare di messa in sicurezza permanente”.<br />
L’area di Pian Rocchetta, completamente in territorio piemontese, sarà quindi, secondo quanto affermato dal commissario, completamente bonificata entro l’ottobre del 2007, con l’asportazione completa delle scorie che saranno portate nel sito Acna di Cengio.<br />
“ I lavori progettuali della cinturazione lato monte – continua il prefetto Romano – sono stati già avviati e Il via potrebbe essere dato a luglio. In sede di Conferenza dei servizi è probabile che porteremo questo progetto. Per quanto riguarda l’abbattimento di tutti gli impianti, previsto per l’agosto del 2007, i lavori sono stati anticipati di quasi dodici mesi, ed entro il 31 ottobre di quest’anno saranno tutti demoliti. Abbiamo insediato un gruppo di lavoro, coordinato da un ingegnere dell’Icram (l’Istituto che si occupa della tutela del mare) che, con l’aiuto dei Vigili del fuoco, a fine maggio finirà un lavoro di prelievo e analisi dei sedimenti del letto del fiume. Le analisi saranno eseguite dal Ce.sta., il laboratorio all’interno del sito. I risultati delle analisi ci diranno come e se continuare. Prevediamo inoltre che entro settembre di questo anno quattro ettari saranno disponibili per gli usi più opportuni. Gli altri dodici ettari saranno pronti entro il 2007. Entro questa data tutti i centosessantamila metri quadri, sedici ettari, saranno consegnati”.<br />
Abbiamo chiesto a Romano se ci sono dei progetti sull’uso di queste zone. “ Non rientra nei compiti del commissario – ha risposto &#8211; occuparsi della futura utilizzazione delle aree. Questa mansione spetta a chi è al governo e alla classe dirigente politica”. Per quanto riguarda il risarcimento dei danni provocati al territorio e alle popolazioni il commissario precisa: “Chi ha combinato questo guaio negli anni dovrà pure pagare. L’ho ribadito anche durante l’incontro del 6 marzo al presidente di Syndial Paolo Vazzana. Abbiamo già pronta, preparata da un avvocato dello Stato, la pratica per l’azione risarcitoria. Sarà mia soddisfazione alla fine ricreare la speranza nella gente che tutto è stato disinquinato e che possono di nuovo riutilizzare il sito per creare sviluppo e occupazione”. Questo è quanto ci ha detto il prefetto di Genova commissario Delegato per lo Stato di emergenza nel territorio di Cengio e Saliceto. Di ben altro avviso è l’ex commissario e vicepresidente del WWf Italia Stefano Leoni e la maggioranza delle Associazioni ambientaliste.<br />
Stefano Leoni ex commissario<br />
Durissimo è il dissenso di Leoni nei confronti del Capo della Protezione Civile Bertolaso e del prefetto Giuseppe Romano. In un comunicato del WWf Italia l’ex commissario lancia una serie di pesanti accuse alla gestione del suo sostituto. “Tirando le somme di quattordici mesi (otto per Romano) di attività del nuovo commissariamento – afferma Leoni – ancora nessun sensibile passo avanti è stato operato e permane una fase di stallo. Bertolaso dovrebbe chiedere scusa. Ma del resto è stata una caratteristica del suo mandato quella di creare problemi piuttosto che risolverli. Ovunque la sua protezione civile abbia messo mano si sono registrati danni all’ambiente e alle popolazioni interessate. L’ha usata per imporre opere o impianti di grosso impatto ambientale al di fuori di ogni concertazione e contro la volontà delle popolazioni. In Valle Bormida è stata bloccata l’unica bonifica che stava andando avanti in Italia. Il Governo &#8211; continua Leoni &#8211; si appresta a varare una modifica alla normativa in materia che condona, senza oneri, tutti i responsabili degli inquinamenti. Il prefetto, intanto, si è fatto raddoppiare il compenso previsto per il commissario delegato e ha alzato le paghe di tutti i suoi collaboratori, che sono aumentati di numero. Vengono pagati come esperti conoscitori in materia di bonifiche il vice prefetto di Genova, il capo di gabinetto e l’addetto contabile della Prefettura di Genova. Per ognuno è previsto un compenso di 41 mila euro l’anno con in più gli oneri accessori. Per la stessa cifra sono stati chiamati in qualità di esperti due giovani laureati, collaboratori dell’Icram. Dodici persone in tutto, fra esperti e prefetto, che sottraggono oltre 600 mila euro l’anno dalle risorse destinate alla bonifica, ossia il doppio dei costi di una struttura che fino alla fine del 2004 aveva conseguito importanti risultati. Ulteriori risorse si stanno spendendo per fare campionamenti del tutto inutili sui sedimenti del Bormida. Nessuna nuova opera – conclude Stefano Leoni – è stata eseguita. Per quanto riguarda il sistema di contenimento lato monte nulla è stato deciso. Stessa sorte per i progetti di bonifica delle aree da reindustrializzare e le aree Acna lungo il fiume. Nessun progetto è stato elaborato per la bonifica delle aree pubbliche. Quante centinaia di migliaia di euro sta costando tutta questa inefficienza?<br />
Le associazioni deluse non mollano<br />
“Ormai è chiaro: la bonifica dell’Acna non sarà completata”. Inizia così il comunicato diffuso dall’Associazione rinascita Vallebormida dopo l’incontro di Cengio. Tutte le associazioni, compreso il WWF, sono d’accordo nell’affermare che la bonifica è destinata a restare incompiuta. Maurizio Manfredi, presidente dell’associazione precisa: “La parte più importante e qualificante di tutta l’opera, ossia il completo isolamento idraulico del sito, non sarà mai portata a termine. Syndial, proprietaria dello stabilimento, infatti, non ha ancora presentato il progetto esecutivo per la bonifica della zona A2 e la realizzazione del diaframma sotterraneo a monte. Il prefetto già lo scorso settembre aveva assicurato che il progetto di cinturazione sarebbe stato presentato entro la fine dell’anno, salvo poi garantire, nel corso della Conferenza dei servizi del 18 gennaio scorso, che agli inizi di febbraio sarebbe certamente stato pronto. Oggi veniamo invece a sapere che si tratta solo di un progetto di fattibilità. Risulta evidente che queste opere non verranno mai portate a compimento e tutti i terreni inquinati non verranno asportati”. Tutti i soggetti interessati chiedono accoratamente alla Regione Piemonte di chiarire l&#8217;atteggiamento rinunciatario sinora tenuto.<br />
Le Regioni<br />
La Regione Liguria intanto fa sapere che è sua intenzione riutilizzare l’area, una volta bonificata, con attività eco-compatibili legate alla logistica dei Porti di Savona e di Genova. La Regione Piemonte crede invece che la bonifica non termini in una data precisa ma debba essere costantemente monitorata. E’ importante poi cercare unità di intenti tra i soggetti interessati su attività e risorse per le popolazioni che vivono in Valbormida. Creare i presupposti “sostenibili” per il rilancio del territorio e del fiume per ricreare nuovamente l’ecosistema devastato da decenni di avvelenamenti.<br />
Avremmo voluto chiudere questa nuova pagina sulla vicenda Acna  con toni più sereni. Bisogna invece ancora aspettare.</p>
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		<title>Acqua Forum 2009.</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 17:27:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L´acqua come diritto universale resta un sogno: il forum mondiale di Istanbul si ferma ambiguamente ed ipocritamente al concetto di acqua come bisogno Fonte: Greenreport http://www.greenreport.it di Federico Gasperini FIRENZE. L´analisi della crisi idrica globale avrebbe dovuto mettere tutti d’accordo (governi e movimenti per l’acqua), sulle cose da fare al termine del V forum mondiale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L´acqua come diritto universale resta un sogno: il forum mondiale di Istanbul si ferma ambiguamente ed ipocritamente al concetto di acqua come bisogno</strong><br />
<em>Fonte: Greenreport  <a href="http://www.greenreport.it/" target="_blank">http://www.greenreport.it</a><br />
di Federico Gasperini</em></p>
<p>FIRENZE. L´analisi della crisi idrica globale avrebbe dovuto mettere tutti d’accordo (governi e movimenti per l’acqua), sulle cose da fare al termine del V forum mondiale dell’acqua che si è tenuto ad Istanbul. Così non è stato, visto che ancora una volta l´accordo non è stato trovato se non sulla definizione di acqua come bisogno, assai meno impegnativa del riconoscimento dell´acqua come diritto fondamentale e inalienabile, individuale e collettivo.<br />
Eppure la situazione come è noto è preoccupante: 8 milioni di decessi l´anno sono attribuiti alla carenza idrica e a servizi igienico-sanitari inadeguati; 1,1 miliardi di persone non hanno accesso alle risorse idriche; 2,6 miliardi di persone hanno problemi igienico-sanitari; 3.900 bambini muoiono ogni giorno a causa della mancanza d’acqua; l´inquinamento dei corsi d´acqua e delle falde pare inarrestabile.<br />
In questo quadro il mutamento climatico in atto è un’aggravante: aumento delle temperature, inaridimento delle aree più calde e l’avanzare della desertificazione, sono tra le cause del numero sempre crescente di profughi ambientali, che scappano da guerre, fame e siccità.<br />
Infine le criticità derivanti dai settori di utilizzo: l’agricoltura è la maggior fonte di consumo e di spreco di acqua nel mondo e un importante fattore di ingiustizia sociale. In Sudafrica 600.000 agricoltori bianchi consumano il 70% delle risorse idriche del Paese mentre 14 milioni di persone sono senza accesso all’acqua potabile, informano da Legambiente (l’associazione ambientalista ha partecipato al Forum alternativo per l’acqua).<br />
Secondo il rapporto delle Nazioni Unite, considerata anche la crescita demografica, il rischio per il pianeta è che al 2030 metà della popolazione mondiale resti senza livelli adeguati di risorsa idrica. Fin qui i dati.<br />
La dichiarazione conclusiva del Forum ufficiale (a cui hanno partecipato nella scorsa settimana 25mila persone, capi di Stato e delegati provenienti da 155 Paesi), annunciata da 95 tra ministri e vice-ministri, sottolinea l’urgenza di migliorare l’accesso all’acqua e la necessità di «un miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie», per compiere un importante «passo verso la diminuzione in tutto il mondo dei decessi legati alla scarsità d´acqua».<br />
Per raggiungere questi obiettivi si pensa di integrare tre livelli di potere politico: i governi nazionali, le autorità locali e i parlamenti.<br />
Completamente soddisfatti gli organizzatori del V Forum anche in merito al documento finale: «una piattaforma per affrontare i problemi del mondo legati all´acqua, che non possiamo ignorare» commenta il segretario generale del Forum Oktay Tabasaran.<br />
Ma anche ad Instanbul l’acqua come “diritto” umano non compare nel testo conclusivo e ci si ferma al “bisogno” che come si sa cambia da situazione a situazione, e nelle diverse aree del mondo. Queste conclusioni non sono piaciute al Movimento globale per l’acqua pubblica come diritto umano, riunito nelle sue componenti nel Forum Alternativo.<br />
Ormai i due mondi non si riconoscono e non si parlano «Abbiamo detto chiaramente in faccia a questi signori che il Forum è illegittimo, antidemocratico, scorretto. Sono imbarazzati, disorganizzati, confusi» ha dichiarato Maude Barlow la rappresentante dell’Onu e attivista per la difesa dell’acqua, che ha tenuto un incontro con i movimenti provenienti da ogni parte del mondo- Il Forum è gestito dalle stesse persone che hanno creato la bancarotta mondiale. E’ un Forum per loro stessi, per cercare una soluzione economica al problema idrico» ha concluso Barlow. Accenti diversi ma stessa linea anche per Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente e relatore al Forum delle associazioni «Da una settimana qui a Istanbul si parla di acqua e dei problemi legati alla diffusione e al consumo dell’oro blu nel mondo. E’ un momento cruciale per ricordare che l’accesso all’acqua è una questione di sopravvivenza e quindi innanzitutto di diritti, per chiederne alle Nazioni Unite il riconoscimento, subito, come un diritto fondamentale e inalienabile, individuale e collettivo». Il Movimento per l’acqua, comunque nel suo complesso, può sicuramente affermare di aver registrato un grande risultato: molte le figure (istituzionali e non) che per tutta la settimana hanno partecipato ai lavori del vertice mondiale dissentendo fortemente dai contenuti e dall’impostazione, sono state contemporaneamente presenti e in maniera costruttiva alle iniziative del Forum alternativo.<br />
I movimenti hanno annunciato che continueranno a portare avanti la loro lotta stringendo alleanze locali anche con i governi come è avvenuto in Sud America «Buoni segnali arrivano dall’America Latina – riprende Gubbiotti- dove Bolivia e Paraguay hanno già inserito nella loro Costituzione un articolo che vieta la privatizzazione dell’acqua. Mentre in Colombia, la rete di associazioni ambientaliste Ecofondo ha raccolto 1.600.000 firme in favore di una proposta di referendum popolare, attualmente in discussione presso il Senato, per inserire lo stesso articolo nella Costituzione. Molte mobilitazioni, insomma, hanno portato i loro frutti. Questi movimenti vanno sostenuti ed è necessario dare voce in modo sempre più forte alle grandi vertenze sull’acqua nel mondo» conclude l’esponente di Legambiente.<br />
Fino a che non verranno superate le ambiguità del Consiglio Mondiale dell’Acqua, organismo privato, strettamente connesso alla Banca Mondiale e alle multinazionali, organizzatore del Forum ufficiale, sarà difficile poter riaprire il dialogo e nello stesso tempo si allontana la soluzione per il problema idrico globale che, vista la complessità, avrebbe necessità di unità di intenti. Ma l’Onu, che dovrebbe governare il processo in piena autonomia e nell’interesse generale, ha pochi poteri e i Paesi partecipanti al Forum ufficiale si sono guardati bene dal prendere impegni precisi, quelli che in base all’auspicio di molti, dovevano essere inseriti in una specie di protocollo di Kyoto per l’acqua.</p>
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		<title>Acqua, tra passato e futuro.</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 17:29:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Acqua, tra passato e futuro. Cosa e’ l’acqua per l’uomo? Secondo il medico olistico autore dell’articolo l’acqua è elemento essenziale ma anche misterioso che solo in parte conosciamo e sappiamo utilizzare Fonte: Aduc, Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori http://www.aduc.it di Giuseppe Parisi I disegni geopolitici ed economici sono alla base delle guerre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Acqua, tra passato e futuro. Cosa e’ l’acqua per l’uomo? Secondo il medico olistico autore dell’articolo l’acqua è elemento essenziale ma anche misterioso che solo in parte conosciamo e sappiamo utilizzare</strong><br />
<em>Fonte: Aduc, Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori <a href="http://www.aduc.it/" target="_blank">http://www.aduc.it</a><br />
di Giuseppe Parisi</em></p>
<p>I disegni geopolitici ed economici sono alla base delle guerre nel Mondo. Il tentativo di egemonia e’ supportato dalla forza economica che permette la tecnologia bellica. I diversi fattori che inducono una guerra sono le risorse economiche degli Stati da conquistare.<br />
Era cosi’ nel passato, e lo e’ ancora oggi. L’unica differenza e’ nella strumentazione usata in guerra. Il petrolio sembrerebbe essere ancora un elemento importante, ma e’ da tempo che ha preso un certo declino. In Medio Oriente, un litro di petrolio vale dieci volte meno di un litro d’acqua; un litro di acqua, vale 10 volte un litro di petrolio.<br />
Ne feci una esperienza diretta gia’ quando nel lontano 1986 facevo pratica medica, nel reparto di Pediatria d’Urgenza , al famoso Cerraphacha di Istambul, il piu grande ospedale della Turchia. Passavo le notti insieme ad un caro collega, divenuto cosi’ grande amico, medico laureatosi anni prima in Italia, nella nostra Bologna. Volle invitarmi a tutti i costi a casa dei suoi famigliari, in un piccolo paese a pochi Km da Teheran. La sua intenzione era di farmi mangiare gli spaghetti alla bolognese, cucinati da lui. Ero più giovane, non mi impressionavo per l’arretratezza delle infrastrutture e le quasi 30 ore di autobus che da Istambul necessitavano per raggiungere la capitale iraniana.<br />
Tale tragitto comportava il passaggio attraverso la frontiera iraqena, e ricordo la severita’ dei reparti di Polizia alla frontiera dell’Iraq.Assorbivo ogni piccolezza in quel mondo cosi’ diverso dal mio, e domandavo e domandavo, e ad una mia richiesta su cosa poteva essere considerato bello in quel territorio (Iraq), il collega iraniano mi rispose: l’acqua. Figlio di una cultura diversa, non percepivo a fondo cosa in effetti volesse<br />
significare. L’avrei scoperto anni dopo, attraverso le cronache di Bagdad e la visione di intere dighe sotterranee, dei fiumi famosi e delle fontane che sprigionavano quel bene prezioso in un territorio cosi’ arido, che mi avevano illuminato anche del motivo dell’esistenza di questa attuale feroce guerra. Il territorio dell’Iraq e’ la terra che presenta la maggior riserva di bacini idrici in Medio Oriente. Una ricchezza incontrastabile, un valore decine di volte superiore allo stesso petrolio. Acqua significa vita, e vita equivale ad acqua. E’ una equazione che risulta incontrovertibile.<br />
L’acqua permette la vita sulla Terra<br />
L’Uomo, ha assunto dalla sua origine un comportamento di grande intesa con essa. Ancor piu’ della fame, la sete ha spinto l’umanita’ a svilupparsi a ridosso di bacini e fonti di acqua. Basti pensare alla culla dell’umanita’, la Babilonia, l’attuale Iraq.<br />
Onorata, interpretata in ogni medicina antica e moderna, l’acqua ha trovato riferimento ed espressione di salute in ogni tempo. Era infatti uno dei cinque elementi fondamentali della materia per la medicina dei nostri avi greci e romani.<br />
Alla medesima maniera nella medicina cinese, dove l’acqua si configurava con il colore nero, come la notte, come il solstizio d’inverno, come il momento massimo di quella decomposizione che si trasforma in germe vitale; che si nasconde nelle viscere della terra per le piante, mentre per gli uomini si nasconde nelle viscere della madre natura. La Terra, generatrice per la Medicina Cinese, genera dalla madre natura l’informazione piu’ profonda, e viene in superficie per l’uomo con l’acqua, attraverso le sorgenti.<br />
Questa visione del mondo appartiene ad una delle piu’ antiche e sagge culture mediche esistenti: quella tradizionale cinese.<br />
Ma non solo essa. La praticavano secoli or sono i nostri avi Romani, i quali conoscevano tutti i segreti ed i benefici che si traevano dall’acqua. Le Terme, non erano solamente luogo di incontro sociale, ma un momento vibrazionale, di cura del corpo e dello spirito.<br />
E’ interessante, per gli amanti della storia dell’arte, lo studio planimetrico delle antiche ville Romane, disseminate in quasi ogni provincia italiana. Le terme erano parte vitale nella planimetria della villa, un sistema sofisticato di raffinata ingegneria idraulica ne componeva le sue parti principali. Malgrado fossero assenti di informazioni scientifiche, le popolazioni di quel tempo comprendevano l’effetto terapeutico dell’acqua. Ne apprezzavano quella di fonte, che era ricercata come vettore di salute. L’uomo moderno ha perduto il rapporto con essa, intimita’ che invece era presente nell’uomo dei tempi passati. I popoli orientali, ancora oggi, diversamente dagli occidentali, mantengono una relazione particolare con l’acqua. In Oriente, terme, saune, salassoterapie, bagni turchi, sono un qualcosa che va oltre la semplicita’ di una cura di bellezza.<br />
Gli Occidentali, oltre ad aver perso quel rapporto presente nel passato, non bevono piu’ l’acqua di fonte, e si crede che quella di tutti i giorni sia la medesima cosa. E c’e’ chi e’ convinto che comprare l’acqua al supermercato, sia migliore che berla dal rubinetto di casa.<br />
Pura acqua, o pura illusione? Le normative in vigore sulle percentuali di veleni disciolti, figli dei diserbanti, dei pesticidi e di ogni inquinamento esistente, sono piu’ severe per l’acqua del rubinetto che in quella delle bottiglie del supermercato. In queste ultime, le percentuali di veleni disciolti rimangono maggiori, dovute alla vecchia normativa legislativa. Nuove direttive della Comunita’ Europea hanno ridimensionato la quantita’ di veleni delle acque commercializzabili. Il ministero della Salute aveva segnalato ai produttori ed imbottigliatori di acque, tempo massimo lo scorso dicembre, che lo informassero sulle percentuali di alcune sostanze presenti nelle acque gia’ in commercio. Il risultato e’ stato<br />
eclatante: ben 115 aziende diverse hanno omesso tale comunicazione. Pertanto, il ministro Sirchia ha in maniera clamorosa bloccato la loro commercializzazione.<br />
Anni fa, ascoltai in una delle solite ed inutili trasmissioni di informazione televisiva, un famoso farmacologo dell’Istituto di ricerca Mario Negri di<br />
Milano. Asseriva che l’acqua fosse tutta uguale nel mondo, e che non avesse nessuna attivita’ terapeutica, bastava berla per far pipi’. Restai sbalordito ma amareggiato per quella visione miope e rozza. Per quanto possa sembrare strano, al contrario di quanto la gente comune crede,<br />
non esiste una sola acqua, uguale in tutto il mondo, verrebbe meno il principio di Madre Natura: la Biodiversita’.<br />
Esistono difatti migliaia di acque diverse, tutte ovviamente costituite dalla medesima molecola di base (H2O) ma con differenti caratteristiche<br />
chimico-fisiche e differente presenza di elementi in essa disciolti. Per l’appunto la biodiversita’, che e’ esercitata dall’ambiente in relazione ed<br />
attraverso la sorgente. L’acqua e’ costituita da un dipolo elettrico che, per sua caratteristica, oscilla e cosi’ emette energia come ogni materia esistente. Energia che si esprime sotto varie forme di radiazioni (luce, calore, onde di varia frequenza).<br />
Cosa e’ cambiato nel rapporto con l’acqua?<br />
Per le scelte quotidiane l’uomo moderno non e’ piu’ capace di farsi guidare dall’istinto che governava gli esseri umani di un tempo, e che faceva trovare le soluzioni ottimali per la propria salute, istinti ancora presenti negli animali, soprattutto quelli allo stato brado.<br />
Oggi, la modernita’ ha relegato l’uomo a servirsi di un liquido simile all’acqua, che gli arriva comodamente a casa uscendo dai rubinetti, oppure<br />
costretto a bere un prodotto (diremo acqua stagnante) imbottigliato.<br />
Si ritrova pertanto a servirsi di un’acqua che non puo’ scorrere e purificarsi in modo naturale, che e’ compressa in tubazioni per lunghi percorsi, che e’ stata trattata chimicamente per contrastare le flore batteriche patogene sviluppatesi al suo interno, che ha subito sbalzi termici repentini, che e’ stata sottoposta a radiazioni di ogni genere, o che, malgrado proveniente da una buona fonte, e’ stata confinata in uno spazio chiuso di 1,5 litri per lungo tempo, anche mesi e mesi, in vari magazzini ed ha viaggiato, al caldo ed al sole, nei cassoni degli autotreni.<br />
Manca l’energia, espressione vitale della biodiversita’, manca l’informazione che si effettua e che si esercita sugli organismi viventi, siano essi uomo che flora e animali. Manca, a questa acqua, l’equilibrio chimico fisico dei sali e degli elementi in essa originariamente disciolti, la dinamicita’ del suo fluire naturale, la vitalita’ che acquista dalle forze del sottosuolo, le energie e le informazioni che attraverso di essa la Terra ci trasmette. Poco importa se e’ trattata o e’ priva di cariche batteriche. L’acqua, semplice nella sua molecola chimico–fisica, si ritrova priva di<br />
quell’elemento energetico primordiale, figlio di quella informazione che trae attraverso l’ambiente, e che viene veicolato dalla sorgente.<br />
Ci sono possibilita’ di riappropriarci di un bene cosi prezioso?<br />
Molti studiosi sono al lavoro, e riconoscono che il vero segreto di un’acqua realmente curativa, e’ nell’eliminare tutte le frequenze nocive acquisite. Questo si potrebbe attuare attraverso una corretta polarizzazione, e nella trasmissione di specifiche memorie energo-vibrazionali. Sono allo studio sistemi che conducono a questo tipo di miglioramento della qualita’ dell’acqua e, notizia non da poco, non sono nemmeno costosi. Molti studiosi hanno messo in moto diverse strategie che certamente sono il futuro, ma queste rimangono ipocritamente osteggiate da un certo mondo accademico ortodosso.<br />
Fino a quando?<br />
L’acqua e’ molto meno innocua di quanto si pensi<br />
Induce reazioni nell’organismo, attraverso le informazioni specifiche, non solo in base alle sostanze disciolte, ma anche per sue qualita’, figlie della espressione della biodiversita’, qualita’ intrinseche alla sorgente.<br />
Pochi riferiscono, che un premio Nobel per la medicina, il Prof. Alexis Carrell, ebbe ad accompagnare una sua paziente terminale a Lourdes, per esaudire il suo ultimo desiderio. Qui visse un&#8217;esperienza che gli cambio’ l&#8217;intera vita. La paziente “guari’ miracolosamente” proprio sotto i suoi occhi (e non a caso diremmo noi). Tutto cio’ spinse Carrell a scrivere il libro, &#8220;Voyage a Lourdes&#8221;, nel quale racconta cio’ che ha visto e vissuto e l&#8217;impatto che questa esperienza ebbe sulla sua esistenza e sulla pratica della medicina. La sua conclusione fu semplice e breve: “esistono fattori, leggi fisiche, chimiche ed energetiche che ancora ci sfuggono e non conosciamo, e che possono produrre fenomeni che<br />
chiamiamo inspiegabili”. Egli scrisse che la ”preghiera” e la “fede” (pensiero positivo, fede, energia mentale, meditazione) davano accesso alla piu’ “grande, misteriosa e potente energia che esiste”, e che un giorno gli scienziati l&#8217;avrebbero studiata, compresa ed adoperata in modo sistematico e razionale nella cura delle malattie umane.<br />
Molti credenti conoscono ed utilizzano l’”acqua di Lourdes”, cosi’ come le cosiddette &#8220;Acque di guarigione&#8221; di altre sorgenti connesse a Santuari, luoghi con energie magnetiche e cosmo-telluriche particolari. Qui ci sono stati avvenimenti spirituali particolari, e sempre in relazione alla fonte d’acqua. Oltre a Lourdes, per esempio, Montichiari, S. Damiano, Fatima, S.te Anne de Beaupre’s, la Mecca, Chartres, dove particolari corsi d’acqua scorrono sotto e nei pressi. In questi luoghi avvengono quotidianamente piccole e grandi guarigioni. Quelle<br />
eclatanti occupano le prime pagine di riviste e rotocalchi ed anche riviste specializzate in scienze mediche; di quelle piccole se ne contano migliaia, ma vi sono anche le guarigioni “invisibili”, e sono la totalita’. Sarebbe sufficiente testare con un aurometro (certamente si continuerebbero ad usare … esami del sangue e schermografie …) le persone che tornano a casa da questi luoghi per percepirne cambiamenti organici significativi. L’accademia conservatrice ed ortodossa, da sempre si chiede –smarrita- cosa si cela dietro queste guarigioni. Spesso, nell’incapacita’ di orientarsi, si rivolgono interpretando la “logica del miracolo”. Nessuno di loro ne e’ mai venuto a capo, anche perche’ in loro spesso si cela la malafede e la supponenza, oltre una dose patologica di materialismo e casualismo.<br />
L’acqua non e’, solo e semplicemente, l’elemento chimico primo costitutivo di ogni materia vivente. Essa e’ presente nella nostra esistenza ancor prima della nostra nascita. Basti pensare quando nel grembo materno, racchiusi nel sacco placentare, siamo completamente immersi nel liquido &#8220;amniotico&#8221;, costituito per la maggior parte d&#8217;acqua. E riflettiamo sulla tecnica del parto sott’acqua, fattore vibrazionale che influenzera’ positivamente tutta la vita futura del neonato e di quel futuro uomo. Appena nati, il primo alimento e’ il latte materno, composto anch&#8217;esso per la<br />
gran parte d&#8217;acqua. Percio’ gia’ dai primi momenti e durante tutta la nostra vita, tale liquido e’ in continua relazione con il nostro organismo, costantemente presente nella nostra alimentazione, da solo o inglobato in cibi o bevande. Per meglio significare l&#8217;enorme importanza di questa sostanza, basta considerare che la massa del nostro corpo e’ composta, secondo l’eta’ dell’uomo, fino all’85% di acqua e lo stesso sangue, simbolo della vita, ne contiene oltre il 50%.<br />
L’acqua si condensa nella materia, nella terra, nell’aria, nell’etere<br />
E’ l’unica sostanza esistente sulla Terra che e’ presente contemporaneamente in tutti e tre gli stati fisici: solido, liquido e gassoso. E’ l’unico elemento che, piu’ facilmente e velocemente, cambia di stato: da ghiaccio diventa liquido, da liquido (con diverse densita’) diventa aeriforme e gassoso. Il Sole, la Luna ed il Cosmo stesso hanno anche la capacita’ di cambiare questi stati o di mutare la struttura spaziale e fisico-chimica dell’acqua. Questo permette all’elemento acqua di agire a vari livelli energetici, caricandosi e trasportando memoria ed informazioni specifiche.<br />
Per nostra fortuna, Madre Natura pensa a purificare l’acqua. Per fare un esempio, le acque di fiumi, mari, laghi, riscaldate dal sole<br />
vaporizzano e, quindi, si depurano di tutte le sostanze tossiche e “pesanti” di qualsiasi tipo, disciolte o che hanno creato particolari “clusters” nocivi, in esse. Proprio come se si realizzasse, quando il tempo e la natura lo permettono, una sorta di “distillazione alchemica” che, in un singolare continuum, separa l’acqua dei mari, dei laghi e dei fiumi rigenerandola e ricaricandola, con informazioni “solari”, dalle impurita’ e dalle sostanze estranee presenti in essa.<br />
Cosa accade quando beviamo?<br />
E’ proprio l’effetto vibrazionale dell’informazione dell’acqua, che entra in risonanza con il nostro organismo, ad indurre l’effetto curativo. Questo<br />
effetto, vibrazionale e terapeutico, e’ simile a quello dell’informazione energetica dell’Omeopatia, e dell’estratto di una pianta, o dell’Agopuntura, che inducono e generano “informazione” specifica, terapeutica e sanatrice.<br />
Utilizzare un acqua biologicamente ed energeticamente sana, nella vita e nell’alimentazione, e’ infatti fondamentale per la nostra sopravvivenza.<br />
L’acqua dovra’ essere veramente “la nostra medicina”<br />
Come elemento di Madre Natura integra le sue Leggi, in primis la Biodiversita’.<br />
Cosi’ come la biodiversita’ della flora, alla medesima maniera l’acqua sgorga dalla cima della montagna, ricevendo le “informazioni e le energie” di quel frammento di cielo, di quella terra e di quel momento astrale. Sono vibrazioni, luci, memorie energetiche, che riflettono come fotoni, nuvole elettroniche, suoni e colori che, saltellando di sasso in sasso e scorrendo su un terreno o su un altro, si arricchiscono di nuove informazioni, di energie della natura, di altri suoni, di nuovi colori, formando una “rinnovata” acqua ricca di “strutture informative” energetiche, specifiche di quelle caratteristiche territoriali e di quel macrocosmo. L’acqua e’, infatti, nello stesso tempo un ricevitore ed un emettitore di segnali elettromagnetici e, come ha dimostrato il premio Nobel J. Benveniste, quando viene agitata si impregna in modo singolare di sostanze in essa disciolte, utilizzando la logica del dipolo elettrico e dei “clusters” magnetici per immagazzinare informazioni biofisiche, esattamente come abbiamo visto accadere nello scorrere di un corso d’acqua di alta montagna, dove l’acqua riceve una serie infinita di informazioni naturali, specificamente informazioni di quell’ambiente.<br />
Ecco perche’, inquinando i corsi d’acqua che scendono giu’ dalla montagna, le sostanze che sono negative per l’uomo rimangono imprigionate sia a livello chimico che a livello di cluster energetici, ripercuotendosi sul nostro organismo.<br />
Da dove veniamo noi se siamo composti quasi totalmente d’acqua?<br />
Un noto esperimento, effettuato negli Usa, ha dimostrato come in un vaso chiuso, contenente acqua e gas atmosferici, attraverso il quale vengono fatti passare con opportune modalita’ campi elettromagnetici di varia intensita’ e frequenza (energia cosmica), e’ stata rilevata la comparsa di sostanze organiche. Si ipotizza quindi che la vita sia stata veramente prodotta, come le Sacre Scritture ci hanno tramandato nella loro semplicita’ divulgativa, proprio attraverso la luce e l’acqua, su cui lo Spirito di Dio (Energia Cosmica) aleggiava.<br />
Sta a noi meditare qualche istante sulla comprensione profonda di queste parole.<br />
Che acqua dobbiamo bere, quindi?<br />
Ci possiamo fidare di acquedotti obsoleti, che si vantano di essere tra i piu’ moderni d’Europa, che forniscono acqua di ottima qualita’, facendola ovviamente passare tra tubature incrostate da chissa’ quale miscuglio di sali, oppure opportunamente mescolata ad acqua di falda di qualita’ ben peggiore e di prezzo piu’ economico?<br />
Ancora. Che dire delle acque minerali dei supermercati o dei discount alimentari?<br />
Sicuramente ogni acquedotto ed ogni casa produttrice di acque minerali ha i suoi laboratori che verificano continuamente la potabilita’, ma cosa puo’ avvenire in un acquedotto dopo che le acque sono state analizzate da un laboratorio centrale, e vengono immesse in una rete urbana, ormai vecchia, con perdite, passaggi a rischio vicino a tubature fognarie? Parecchi rischi di contaminazione. La clorazione quindi si rende oltremodo necessaria anche con i rischi che presenta, ed e’ condizione necessaria di potabilita’, al punto tale che un’acqua di un acquedotto e’ potabile se ha disciolta una certa quantita’ di cloro attivo. Personalmente, ed in riferimento alle mie esperienze di medico olistico, essendo<br />
consumatore come tutti, e sulla base di conoscenze antiche e recenti sull’acqua, mi avvalgo di un metodo semplicissimo ed alla portata di ognuno di noi: la Radioestesia. Un mio collega medico, il dr Muratori, ha addirittura studiato a fondo una quantita’ enorme di acque, molto conosciute e poco conosciute, molto pubblicizzate e non pubblicizzate, compresa l’acqua di rubinetto. Questi studi hanno dato risposte utili per tutti, ed a costi zero: l’economia del metodo radiestesico, metodo poco noto in Italia ma molto praticato all’estero specie in Francia dove, nella forma moderna, e’ nato. Il metodo e’ in grado di valutare la tossicita’ assoluta del campione di acqua, dovuta a processi di lavorazione e<br />
conservazione, e la vitalita’ (i cinesi la chiamano Jing, gli indiani Prana), cioe’ l’informazione energetica che l’acqua induce nell’organismo. Il metodo Radioestesico non ha mai fallito, anche bendati, per non offrire influenze, la tecnica di risonanza. Ha sempre dimostrato la massima energia vibrazionale con le acque fresche di fonte, e la vibrazione era molto differente da marca in marca con quelle imbottigliate. In una buona percentuale di esse, si dimostrava che, era meglio quella di rubinetto. La massima espressione energetica-vibrazionale si e’ avuta con l’acqua della fonte di Lourdes.<br />
L’acqua e’ vita, e noi siamo l’acqua, nutriamo la sete del nostro corpo in maniera solidale con le sue esigenze, perche’ e’ fonte di salute.<br />
Per chi desiderasse approfondire la tematica, imparando a riconoscere le acque buone dalle cattive, o come purificarsi l’acqua che si beve, consiglio il libro di un mio personale e caro amico, un ricercatore, biologo e naturopata, che da anni e’ impegnato a livello internazionale, in qualita’ di esperto e consulente, negli studi sull’acqua e le sue risorse, il dr Claudio Viacava, gia’ famoso alle cronache per i suoi studi, e per essere stato docente in scuole di Medicina Naturale in Italia e soprattutto all’estero, dove ha formato molti discenti sui segreti della Medicina Naturale: il libro e&#8217; &#8220;L&#8217;Acqua&#8221;, scritto con la collaborazione di una sua assistente, Gabriella Artioli, ed e&#8217; edito da Macroedizioni.</p>
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		<title>ACQUE MINERALI.</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 17:32:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ACQUE MINERALI, essendo la nazione che ne consuma di più al mondo e costando 200 volte più cara dell’acqua potabile (paghiamo soprattutto la pubblicità e non l’acqua), è giusto dedicare uno spazio esauriente a questo argomento Fonte: Aduc, Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori http://www.aduc.it Acqua minerale, acqua potabile, acqua da tavola e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>ACQUE MINERALI, essendo la nazione che ne consuma di più al mondo e costando 200 volte più cara dell’acqua potabile (paghiamo soprattutto la pubblicità e non l’acqua), è giusto dedicare uno spazio esauriente a questo argomento</strong><br />
<em>Fonte: Aduc, Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori <a href="http://www.aduc.it/" target="_blank">http://www.aduc.it</a></em></p>
<p>Acqua minerale, acqua potabile, acqua da tavola e acqua di sorgente. Il consumatore ritiene che queste denominazioni siano sinonimi, con l&#8217;eccezione per l&#8217;acqua minerale che puo&#8217; avere particolari sapori e perche&#8217; venduta in bottiglia. In effetti, grande e&#8217; la confusione perche&#8217; il legislatore europeo, e poi quello italiano, su pressione delle lobby delle acque ha legiferato rendendo complessa una questione semplice. Anni fa c&#8217;erano solo due tipologie di acque: la minerale e la potabile. Quest&#8217;ultima classificazione non era particolarmente chiara perche&#8217; qualcuno potrebbe pensare che le minerali non siano potabili e ovviamente non e&#8217; cosi&#8217;. Cerchiamo di chiarire le diverse classificazioni delle acque.<br />
Acqua potabile: e&#8217; quella che esce dal nostro rubinetto e dalle fontanelle pubbliche. E&#8217; definita acqua destinata al consumo umano, per uso potabile, per la preparazione dei cibi o per altri usi domestici. Non deve &#8220;contenere microrganismi e parassiti, ne&#8217; altre sostanze, in quantita&#8217; o concentrazioni tali da rappresentare un potenziale pericolo per la salute umana&#8221;. La normativa fissa dei limiti batteriologici e chimico-fisici. Cio&#8217; significa che l&#8217;acqua potabile puo&#8217; essere trattata. Il consumatore spesso avverte un odore di cloro nell&#8217;acqua che esce dal rubinetto di casa: e&#8217; il trattamento effettuato per &#8220;disinfettare&#8221; l&#8217;acqua ed evitare la proliferazione batterica.<br />
Acqua da tavola: e&#8217; l&#8217;acqua potabile imbottigliata (spesso in boccioni) o servita in caraffe nei ristoranti. In quest&#8217;ultimo caso deve essere indicata come &#8220;acqua potabile trattata o acqua potabile trattata e gassata&#8221;.<br />
Acqua di sorgente: e&#8217; l&#8217;acqua potabile prelevata alla fonte della migliore falda dell&#8217;acquedotto che non puo&#8217; essere clorata ma puo&#8217; avere gli stessi trattamenti delle acque minerali. Per semplificare si puo&#8217; dire che sta a meta&#8217; tra l&#8217;acqua potabile e l&#8217;acqua minerale.<br />
Acqua minerale: &#8220;Sono considerate acque minerali naturali le acque che, avendo origine da una falda o giacimento sotterraneo, provengono da una o piu&#8217; sorgenti naturali o perforate e che hanno caratteristiche igieniche particolari e, eventualmente, proprieta&#8217; favorevoli alla salute.&#8221;<br />
La normativa vigente stabilisce che le acque minerali naturali si distinguono dalle ordinarie acque potabili per la purezza originaria e sua conservazione, per il tenore in minerali, oligoelementi e/o altri costituenti ed, eventualmente, per taluni loro effetti.<br />
Un po&#8217; di dati<br />
252 marche acque minerali, 10,2 miliardi di litri all&#8217;anno bevuti da 38 milioni di italiani, 178 litri a testa pari al 65% della popolazione, 2,84 miliardi di euro di fatturato e il primato mondiale di produzione. Un vero affare per un prodotto che viene dal cielo, passa sulla terra e deve essere semplicemente imbottigliato e &#8230; pubblicizzato. Insomma gli italiani sono dei forti consumatori di minerale con delle differenze consistenti: il 70% dei sardi beve acqua minerale mentre il 91% dei trentini beve acqua potabile (di rubinetto).<br />
Ogni famiglia spende di media circa 260 euro all&#8217;anno per acquistare acqua minerale. Il raffronto dei prezzi tra acqua minerale e potabile e&#8217; stupefacente: mediamente un litro di acqua minerale costa 0,26 euro (circa 500 lire) al litro contro 0,0001 euro (circa 2 lire) al litro dell&#8217;acqua potabile (di rubinetto). Tra le minerali le differenze di prezzi hanno dello sbalorditivo: 0,50 euro (968 lire) la S. Pellegrino a fronte di 0,09 euro (174 lire) della Monteverde. Nutriamo dei dubbi che le differenze qualitative influiscano cosi&#8217; pesantemente sul prezzo (+455%). Si paga il nome, ovviamente.<br />
Le caratteristiche<br />
Oltre che essere prive di germi pericolosi per la salute e non aver bisogno, quindi, di essere &#8220;disinfettate&#8221; con la clorazione, le acque minerali presentano caratteristiche diverse in relazione alla loro composizione in sali minerali, oligoelementi ed altre sostanze. Una prima valutazione viene effettuata calcolando la quantita&#8217; di minerali presente in un litro di acqua che viene fatto evaporare a 180 gradi: quello che rimane e&#8217; il residuo fisso. In base a questo parametro le acque minerali si suddividono in:<br />
1. minimamente mineralizzate (residuo fisso fino a 50 mg/l);<br />
2. oligominerali (residuo fisso fino a 500 mg/l);<br />
3. mediominerali (residuo fisso tra 500 e 1.500 mg/l);<br />
4. ricche di sali minerali (residuo fisso oltre 1.500 mg/l).<br />
Minore e&#8217; il contenuto in sali minerali piu&#8217; l&#8217;acqua sara&#8217; &#8220;leggera&#8221;; quelle piu&#8217; ricche sono anche piu&#8217; sapide, tanto che si e&#8217; sviluppata una scuola di assaggiatori di acque minerali che le propongono in abbinamento a determinati alimenti.<br />
Le etichette<br />
Sulle etichette o sui recipienti delle acque minerali naturali devono essere riportate le seguenti indicazioni:<br />
a) la denominazione legale &#8220;acqua minerale naturale&#8221; integrata, se del caso, con le seguenti informazioni:<br />
1) &#8220;totalmente degassata&#8221;, se l&#8217;anidride carbonica libera presente alla sorgente e&#8217; stata totalmente eliminata;<br />
2) &#8220;parzialmente degassata&#8221;, se l&#8217;anidride carbonica libera presente alla sorgente e&#8217; stata parzialmente eliminata;<br />
3) &#8220;rinforzata col gas della sorgente&#8221;, se il tenore di anidride carbonica libera, proveniente dalla stessa falda o giacimento, e&#8217; superiore a quello della sorgente;<br />
4) &#8220;aggiunta di anidride carbonica&#8221;, se all&#8217;acqua minerale naturale e&#8217; stata aggiunta anidride carbonica non prelevata dalla stessa falda o giacimento;<br />
5) &#8220;naturalmente gassata&#8221; o &#8220;effervescente naturale&#8221;, se il tenore di anidride carbonica libera, superiore a 250 mg/l, e&#8217; uguale a quello della sorgente, tenuto conto della eventuale reintegrazione di una quantita&#8217; di anidride carbonica, proveniente dalla stessa falda o giacimento dell&#8217;acqua minerale, pari a quella liberata nel corso delle operazioni che precedono l&#8217;imbottigliamento, nonche&#8217; delle tolleranze tecniche abituali;<br />
b) il nome commerciale dell&#8217;acqua minerale naturale, il nome della sorgente ed il luogo di utilizzazione della stessa;<br />
c) l&#8217;indicazione della composizione analitica, risultante dalle analisi effettuate, con i componenti caratteristici; per il fluoro, allorquando la sua<br />
concentrazione superi il valore di 1,5 mg/l, a seguito dell&#8217;entrata in vigore della Direttiva 2003/40, e&#8217; obbligatorio effettuare la seguente indicazione in etichetta: &#8220;contiene piu&#8217; di 1,5 mg/l di fluoro: non ne e&#8217; opportuno il consumo regolare da parte dei lattanti&#8221;. Tale indicazione deve figurare in prossimita&#8217; immediata della denominazione di vendita dell&#8217;acqua minerale naturale in caratteri nettamente visibili;<br />
d) la data in cui sono state eseguite le analisi di cui al punto precedente e il laboratorio presso il quale dette analisi sono state effettuate;<br />
e) il contenuto nominale;<br />
f) i titolari dei provvedimenti di riconoscimento e di autorizzazione alla utilizzazione;<br />
g) il termine minimo di conservazione;<br />
h) la dicitura di identificazione del lotto, salvo nel caso in cui il termine minimo di conservazione figuri almeno con l&#8217;indicazione del giorno e del mese;<br />
i) informazioni circa gli eventuali trattamenti consentiti. In caso di trattamento delle acque minerali naturali con aria arricchita di ozono, ai sensi<br />
del d.m. 11/09/2003 di attuazione della Direttiva 2003/40, l&#8217;etichetta deve riportare, in prossimita&#8217; dell&#8217;indicazione della composizione analitica, la seguente dicitura: &#8221; acqua sottoposta ad una tecnica di ossidazione all&#8217;aria arricchita di ozono&#8221;.<br />
La composizione<br />
Dalle analisi chimiche e fisico-chimiche deve risultare la determinazione dei seguenti parametri relativi all&#8217;acqua minerale, oltre alla temperatura dell&#8217;aria al momento del prelievo:<br />
1) temperatura alla sorgente;<br />
2) concentrazione degli ioni idrogeno (pH) alla temperatura dell&#8217;acqua alla<br />
sorgente;<br />
3) conduciblita&#8217; elettrica specifica a 20°C;<br />
4) residuo fisso a 180°C;<br />
5) ossidabilita&#8217;;<br />
6) anidride carbonica libera alla sorgente;<br />
7) silice;<br />
8) bicarbonati;<br />
9) cloruri;<br />
10) solfati;<br />
11) sodio;<br />
12) potassio;<br />
13) calcio;<br />
14) magnesio;<br />
15) ferro disciolto;<br />
16) ione ammonio;<br />
17) fosforo totale;<br />
18) grado solfidrimetrico;<br />
19) stronzio;<br />
20) litio;<br />
21) alluminio;<br />
22) bromo;<br />
23) iodio.</p>
<p>Indicazioni aggiuntive<br />
Possono essere riportate (non e&#8217; obbligatorio) anche le seguenti indicazioni:<br />
a) &#8220;oligominerale&#8221; o &#8220;leggermente mineralizzata&#8221;, se il tenore dei sali minerali, calcolato come residuo fisso, non e&#8217; superiore a 500 mg/l;<br />
b) &#8220;minimamente mineralizzata&#8221;, se il tenore di questi, calcolato come residuo fisso, non e&#8217; superiore a 50 mg/l;<br />
c) &#8220;ricca di sali minerali&#8221;, se il tenore di questi, calcolato come residuo fisso, e&#8217; superiore a 1500 mg/l;<br />
d) &#8220;contenente bicarbonato&#8221; se il tenore di bicarbonato e&#8217; superiore a 600 mg/l;<br />
e) &#8220;solfata&#8221; se il tenore dei solfati e&#8217; superiore a 200 mg/l;<br />
f) &#8220;clorulata&#8221;, se il tenore di cloruro e&#8217; superiore a 200 mg/l;<br />
g) &#8220;calcica&#8221;, se il tenore di calcio e&#8217; superiore a 150 mg/l;<br />
h) &#8220;magnesiaca&#8221;, se il tenore di magnesio e&#8217; superiore a 50 mg/l;<br />
i) &#8220;fluorata&#8221; o &#8220;contenente fluoro&#8221;, se il tenore di fluoro e&#8217; superiore a 1 mg/l;<br />
l) &#8220;ferruginosa&#8221; o &#8220;contenente ferro&#8221;, se il tenore di ferro bivalente e&#8217; superiore a 1 mg/l;<br />
m) &#8220;acidula&#8221;, se il tenore di anidride carbonica libera e&#8217; superiore a 250 mg/l;<br />
n) &#8220;sodica&#8221;, se il tenore di sodio e&#8217; superiore a 200 mg/l;<br />
o) &#8220;indicata per le diete povere di sodio&#8221;, se il tenore di sodio e&#8217; inferiore a 20 mg/l;<br />
p) &#8220;microbiologicamente pura&#8221;.<br />
Inoltre sulle etichette o sui recipienti delle acque minerali naturali possono essere riportate una o piu&#8217; delle seguenti indicazioni, se menzionate nel decreto di riconoscimento dell&#8217;acqua minerale:<br />
a) puo&#8217; avere &#8220;effetti diuretici&#8221;;<br />
b) &#8220;puo&#8217; avere effetti lassativi&#8221;;<br />
c) &#8220;indicata per l&#8217;alimentazione dei neonati&#8221;;<br />
d) &#8220;indicata per la preparazione degli alimenti dei neonati&#8221;;<br />
e) &#8220;stimola la digestione&#8221; o menzioni analoghe;<br />
f) &#8220;puo&#8217; favorire le funzioni epatobiliari&#8221; o menzioni analoghe;<br />
g) altre menzioni concernenti le proprieta&#8217; favorevoli alla salute, sempre che dette menzioni non attribuiscano all&#8217;acqua minerale naturale proprieta&#8217; per la prevenzione, la cura e la guarigione di una malattia umana;<br />
h) le eventuali indicazioni per l&#8217;uso;<br />
i) le eventuali controindicazioni.<br />
Valori massimi<br />
I valori massimi ammissibili dei parametri relativi alle acque minerali naturali sono i seguenti:<br />
* Antimonio 0,0050 mg/L<br />
* Arsenico 0,010 m/L calcolato come As totale<br />
* Bario 1,0 mg/L<br />
* Boro 5,0 mg/L<br />
* Cadmio 0,003 mg/L<br />
* Cianuro 0,010 mg/L<br />
* Cromo 0,050 mg/L<br />
* Fluoruri 5,0 mg/L (1,5 mg/L per acque destinate all&#8217;infanzia)<br />
* Manganese 0,50 mg/L<br />
* Mercurio 0,0010 mg/L<br />
* Nichel 0,020 mg/L<br />
* Nitrati 45 mg/L (10 mg/L per acque destinate all&#8217;infanzia)<br />
* Nitriti 0,02 mg/L<br />
* Piombo 0,010 mg/L<br />
* Rame 1,0 mg/L<br />
* Selenio 0,010 mg/L</p>
<p>Trattamenti consentiti<br />
Innanzitutto e&#8217; consentita l&#8217;aggiunta di anidride carbonica. Inoltre il carattere di un&#8217;acqua minerale non si intende modificato ove si<br />
effettuino le seguenti operazioni:<br />
a) captazione, canalizzazione, elevazione meccanica, approvvigionamento in vasche o serbatoi;<br />
b) separazione degli elementi instabili, quali i composti del ferro e dello zolfo, mediante filtrazione o decantazione, eventualmente preceduta da<br />
ossigenazione;<br />
c) separazione dei composti di ferro, manganese e zolfo nonche&#8217; dell&#8217;arsenico da talune acque minerali mediante trattamento con aria arricchita di ozono;<br />
d) separazione di componenti indesiderabili diversi da quelli menzionati alle lettere b) e c);<br />
e) eliminazione totale o parziale dell&#8217;anidride carbonica libera mediante procedimenti esclusivamente fisici, nonche&#8217; incorporazione o reincorporazione di anidride carbonica.<br />
Ovviamente, le operazioni indicate alle lettere b), c) e d) non devono comportare una modifica della composizione dell&#8217;acqua in quei componenti<br />
essenziali che conferiscono all&#8217;acqua stessa le sue proprieta&#8217;.<br />
Le condizioni di utilizzazione dei trattamenti di cui alle lettere c) e d) sono stabilite ed aggiornate con decreto del ministro della Salute, sentito il<br />
Consiglio Superiore di Sanita&#8217;, secondo le disposizioni adottate in sede comunitaria.</p>
<p>Note<br />
A partire dal 1 gennaio 2006, le acque minerali naturali devono, al momento del confezionamento, essere conformi ai limiti di concentrazione massimi stabiliti dalla direttiva comunitaria, dove sono elencate 16 componenti naturalmente presenti nelle acque minerali naturali e i rispettivi limiti massimi il cui superamento puo&#8217; presentare un rischio per la salute; tra queste componenti si citano, ad esempio, il bario, l&#8217;arsenico, il cianuro, il boro ecc. Solo per 2 di queste sostanze, il nickel ed i fluoruri, il termine di adeguamento ai limiti prefissati dalla direttiva si sposta al 1 gennaio 2008.</p>
<p>Consigli<br />
Il primo dato da leggere e&#8217; il residuo fisso, cioe&#8217; la quantita&#8217; di sali minerali disciolti in un litro d&#8217;acqua, che da&#8217; l&#8217;idea della &#8220;pesantezza&#8221;<br />
dell&#8217;acqua stessa: si passa da quelle minimamente mineralizzate a quelle ricche di sali minerali: noi consigliamo di scegliere quelle che presentano un residuo fisso tra 400 e 600 milligrammi al litro (mg/l).<br />
Le acque minerali gassate, naturalmente o artificialmente, sono sconsigliate per chi soffre di acidita&#8217;, gastrite o ulcera.<br />
Le acque solfate (limite 200 mg/l), soprattutto se abbinate al magnesio (limite 50 mg/l) hanno un effetto lassativo e possono interferire con l&#8217;assorbimento del calcio.<br />
Le acque clorurate (limite 200 mg/l), contengono maggior quantita&#8217; di sodio e sono sconsigliate per gli ipertesi.<br />
Quelle calciche (limite 150 mg/l), risultano &#8220;pesanti&#8221; e danno all&#8217;acqua un sapore particolare ma non provocano i calcoli.<br />
Le florurate (limite1 mg/l), possono dar luogo alla screziatura nello smalto dei denti e influiscono sulla mineralizzazione delle ossa: attenzione a farla bere ai bambini.<br />
I nitrati (per i bambini 10 mg/l e anche per gli adulti), sono un indicatore dell&#8217;inquinamento del terreno; purtroppo e&#8217; difficile trovare un&#8217;acqua priva di nitrati. C&#8217;e&#8217; infine il problema di alcuni metalli tossici, quali l&#8217;arsenico, il cadmio, il (tri)cromo, che non devono superare i valori di legge, dei quali ovviamente ne sconsigliamo l&#8217;assunzione.<br />
Una ultima avvertenza: tutte le acque fanno fare la pipi&#8217;. L&#8217;effetto &#8220;pulizia interna&#8221; e&#8217; dovuto alla quantita&#8217; non alla qualita&#8217; dell&#8217;acqua bevuta.</p>
<p>Riferimenti normativi<br />
- Decreto Ministro della salute 29/12/2003: &#8220;Attuazione della direttiva n. 2003/40/CE della Commissione nella parte relativa ai criteri dei valutazione delle caratteristiche delle acque minerali naturali di cui al decreto ministeriale 12 novembre 1992, n. 542, e successive modificazioni, nonche&#8217; alle condizioni di utilizzazione dei trattamenti delle acque minerali naturali e delle acque di sorgente&#8221; (G.U. n. 302 del 31/12/2003).<br />
- Decreto Ministro della salute 11/9/2003: &#8220;Attuazione della Direttiva 2003/40/CE della Commissione nella parte relativa all&#8217;etichettatura delle acque minerali naturali e delle acque di sorgente&#8221; (G.U. n. 229 del 2/10/2003).<br />
- Decreto legislativo 23/6/2003, n. 181: &#8220;Attuazione della direttiva 2000/13/CE concernente l&#8217;etichettatura e la presentazione dei prodotti alimentari, nonche&#8217; la relativa pubblicita&#8217;&#8221; (G.U. n. 167 del 21/7/2003).<br />
- Direttiva 2003/40/CE della Commissione del 16/5/2003 che determina l&#8217;elenco, i limiti di concentrazione e le indicazioni di etichettatura per i componenti delle acque minerali naturali, nonche&#8217; le condizioni d&#8217;utilizzazione dell&#8217;aria arricchita di ozono per il trattamento delle acque minerali naturali e delle acque sorgive (G.U. n. L 126 del 22/5/2003).<br />
- Circolare Ministero dell&#8217;industria, del commercio e dell&#8217;artigianato 23/6/2001, n. 166: &#8220;Istruzioni in materia di etichettatura e presentazione dei<br />
prodotti alimentari&#8221; (G.U. n. 66 del 20/3/2001).<br />
- Decreto Ministro della sanita&#8217; del 31/5/2001: &#8220;Modificazioni al decreto 12/11/1992, concernente il regolamento recante i criteri di valutazione delle caratteristiche delle acque minerali naturali&#8221; (G.U. n. 147 del 27/6/2001).<br />
- Decreto legislativo 4/8/1999, n. 339: &#8220;Disciplina delle acque di sorgente e modificazioni al d.leg.vo 25 gennaio 1992, n. 105, concernente le acque minerali naturali, in attuazione della direttiva 96/70/CE&#8221; (G.U. n. 231 del 1°/10/1999).<br />
- Direttiva 96/70/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 28/10/1996 che modifica la direttiva 80/777/CEE del Consiglio in materia di ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri sull&#8217;utilizzazione e la commercializzazione delle acque minerali naturali (G.U. n. L299 del 23/11/1996).<br />
- Decreto Ministro della sanita&#8217; del 13/1/1993: &#8220;Metodi di analisi per la valutazione delle caratteristiche microbiologiche e di composizione delle acque minerali naturali e modalita&#8217; per i relativi prelevamenti dei campioni (G.U. n. 14 del 19/1/1993).<br />
- Decreto Ministro della sanita&#8217; del 12/11/1992, n. 542 &#8221; Regolamento recante i criteri di valutazione delle caratteristiche delle acque minerali naturali&#8221; (G.U. n. 8 del 12/1/1993).<br />
- Decreto legislativo 27/1/1992, n. 109: &#8220;Attuazione delle direttive 89/395/CEE e 89/396/CEE concernenti l&#8217;etichettatura, la presentazione e la pubblicita&#8217; dei prodotti alimentari (G.U. n. 39 del 17/2/1992 &#8211; S.O.).<br />
- Decreto legislativo 25/1/1992, n. 105: &#8220;Attuazione della direttiva 80/777/CEE relativa alla utilizzazione e alla commercializzazione delle acque minerali naturali&#8221; (G.U. n. 39 del 17/2/1992 &#8211; S.O. e, per errata corrige, G.U. n. 51 del 2/3/1992).<br />
- Direttiva 80/777/CEE del Consiglio del 15/7/1980 in materia di ravvicinamento della legislazione degli Stati Membri sull&#8217;utilizzazione e la<br />
commercializzazione delle acque minerali naturali (G.U. n. L229 del 30/8/1980).<br />
- Decreto Ministro della sanita&#8217; del 21/3/1973: &#8220;Disciplina igienica degli imballaggi, recipienti, utensili, destinati a venire in contatto con le sostanze alimentari o con sostanze d&#8217;uso personale&#8221; (G.U. n. 104 del 21/3/1973 &#8211; S.O.)<br />
(Primo Mastrantoni)</p>
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		<title>Acque. Il riuso delle acque reflue, realizzazioni e prospettive</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 10:23:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Fonte: ARPAT, Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana http://www.arpat.toscana.it Come è andato il convegno tenutosi persso il Consiglio Regionale, che ha affrontato il tema del riuso della risorsa idrica, con il coinvolgimento di amministratori, tecnici, imprese ed Università, chiamati a confrontarsi sull’importante tema dell’acqua e del suo ri-utilizzo. Il 1 febbraio si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: ARPAT, Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana <a href="http://www.arpat.toscana.it">http://www.arpat.toscana.it</a><br />
Come è andato il convegno tenutosi persso il Consiglio Regionale, che ha affrontato il tema del riuso della risorsa idrica, con il coinvolgimento di amministratori, tecnici, imprese ed Università, chiamati a confrontarsi sull’importante tema dell’acqua e del suo ri-utilizzo.<br />
Il 1 febbraio si è tenuto presso la sede del Consiglio Regionale della Toscana il convegno dal titolo “Il riuso delle acque reflue realizzazioni e prospettive” promosso dalla VI Commissione Territorio e Ambiente del Consiglio Regionale in collaborazione con l’Airba , associazione italiana ricerca biologica ambientale e con il patrocinio di ISPRA.<br />
Il convegno ha affrontato il tema del riuso della risorsa idrica, con il coinvolgimento di amministratori, tecnici, imprese ed Università, chiamati a confrontarsi sull’importante tema dell’acqua e del suo ri-utilizzo.<br />
L’acqua è un bene primario da tutelare sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, pertanto l’obiettivo deve essere quello di una buona gestione della risorsa idrica che tenga conto dell’utilizzo ottimale dell’acqua e del suo risparmio ed al tempo stesso valorizzi il riuso, ovvero l’utilizzo in settori diversi da quello d’origine, ed il riciclo, cioè l’utilizzo nello stesso settore di quello d’origine.<br />
Il tema dell’acqua è oggi sempre più al centro dell’attenzione, soprattutto perché siamo di fronte a periodi di carenza idrica, nonostante ciò, il riuso delle acque secondarie stenta a decollare, come afferma il Presidente della Commissione Ambiente e Territorio del Consiglio Regionale della Toscana che introduce il tema del convegno, ed anche il risparmio idrico è pratica che necessita di ottimizzazione.<br />
Quali limiti rendono ancora debole l’utilizzo di acque reflue ? sicuramente problemi di natura normativa, ma anche alti costi economici, legati alla costruzione di reti duali ed ai trattamenti spinti necessari per rendere le acque reflue utilizzabili, a questo si aggiungono persistenti resistenze di natura psicologia e sociale.<br />
Cecilia Caretti dell’Università di Firenze ci ricorda che ancora oggi non valutiamo appieno i costi ambientali dovuti all’inquinamento della risorsa idrica ed allo spreco della stessa, si pensi alle perdite di rete reali e virtuali, e che ancora poco si ragiona in termini di risparmio idrico collegato a quello energetico.<br />
Quale normativa disciplina questa materia?<br />
Un interessante intervento sulla normativa, partendo da un’analisi comparata dei sistemi legislativi di paesi come il Canada, gli Stati Uniti d’America, l’Australia e molti altri, è stato fatto da Marco Mazzoni, direttore tecnico della Hydrogena Vision srl.<br />
A livello internazionale è dal 1973 che l’Organizzazione mondiale della Sanità,OMS, si occupa del tema del riuso delle acque reflue, ponendo in essere norme di buona pratica, fino al 2006 quando la stessa OMS ha mutato l’approccio al problema introducendo, come ricorda Mazzoni, il criterio della valutazione del rischio.<br />
Con la direttiva UE 91/271 l’Europa si è posta il problema del riutilizzo delle acque reflue urbane, mentre in Italia, oggi, la materia è disciplinata dal DM 185/2003 e dal Testo Unico Ambientale (TUA -Dec. Leg.vo 152/2006) art. 98 e tabella III Allegato 5.<br />
Mentre il DM 185/2003 detta le norme tecniche per il ri-utilizzo delle acque reflue, che è comunque vietato nel caso di uso potabile, il Testo Unico Ambientale pone all’art. 98 l’obbligo di adottare misure necessarie per evitare sprechi, delegando la concreta attuazione alle Regioni. (vedi intervento di Riccardo Bresciani)<br />
Il DM 185/2003 nel disciplinare il riuso delle acque reflue pone come suoi obiettivi la tutela igienico sanitaria e la tutela ambientale, ma il vero e grosso limite è dovuto al fatto che non pone nessun obbligo di riuso delle acque reflue. In alternativa al riuso si può chiedere l’approvvigionamento da acque superficiali o dalla falda, molto più economico.<br />
Non è però più possibile non riutilizzare le acque reflue per questo, come ha sostenuto il Paolo Matina (responsabile dell’Area di coordinamento “Tutela dell’acqua e del territorio” della Regione Toscana) nel corso del convegno, è necessario lanciare un patto per l’acqua, che proiettandosi nei prossimi 10 anni individui i punti critici e stabilisca come farvi fronte.<br />
Quali possono essere le destinazioni d’uso delle acque reflue una volta trattate?<br />
Il riuso è consentito ai fini civili, agricoli ed industriali.<br />
Il riuso di acque reflue nell’industria può avvenire nel ciclo produttivo, oppure per antincendio o per lavaggio. Il divieto è quello di un utilizzo che comporti un contatto con alimenti o farmaci.<br />
Molto interessante l’esperienza raccontata da Fabio Caregnato della società GIDA srl, gestore del depuratore di Prato, che insieme a IDRA, consorzio di imprese pratesi, le amministrazioni locali e gli industriali di Prato portano avanti il progetto di riuso delle acque reflue a fini industriali voluto dal Comune di Prato a partire dagli anni ‘90.<br />
Oggi, con la crisi economica, non solo le imprese del tessile si servono di questo servizio, ma sono allacciati anche artigiani e piccoli imprenditori di altri settori<br />
In agricoltura le acque reflue trattate vengono utilizzate ai fini irrigui, visto che, come ci dice la Stefania Nuvoli di ARSIA, l’agricoltura è un settore idrovoro, dove, negli ultimi 10 anni, problemi quali l’abbassamento del livello della falda, l’intrusione del cumulo salino e la riduzione delle piogge hanno posto con forza il tema del riuso, che si è scontrato spesso con la mancanza di una rete di distribuzione ed un sistema di irrigazione collettiva.<br />
In agricoltura da quanto emerge dall’esperienza di ARSIA i principali problemi connessi all’uso di acque reflue sono costituiti dalla necessità di dotarsi di impianti e modalità che garantiscano il risparmio idrico e calibrare l’uso di acqua in base al fabbisogno della coltura, tenendo conto del piano di concimazione. Per questo ARSIA svolge un’attività di consulenza informatica, con banche dati e mettendo a disposizione un software utile agli agricoltori.<br />
Per quanto attiene infine il riuso ai fini urbani non abbiamo nella nostra Regione esperienze di questo tipo, ed il problema più grosso è dato dalla mancanza di reti fognarie collegate agli impianti di depurazione. Allo stato attuale è in studio un progetto di riuso di acque reflue urbane che vedrà sperimentato nella città di Prato.<br />
In ogni caso, valutando anche da esperienze europee ed internazionali, le tipologie di utilizzo in ambito urbano sono di due tipi: domestico, ovvero acque reflue trattate ed utilizzate dai singoli per lavare l’auto, scarichi dei wc, annaffiare giardini, condizionamento interni, e simili, ed un uso non domestico, ovvero di tipo pubblico destinato a lavaggio delle strade, anti-incendio, fontane, irrigazione spazio verdi urbani, come giardini o centri sportivi.<br />
Oltre alla mancanza di un obbligo specifico di ri-uso delle acque reflue, al problema dell’assenza di una rete duale di distribuzione, oltre costi elevati, economici ed ambientali, legati al trasporto su gomma dell’acqua depurata per altri usi, si aggiungono altre problematiche, quali il numero eccessivo di parametri/indicatori contenuti nella normativa italiana, che si aggirano intorno ai 60, e che, in taluni casi, pongono limiti che rendono il riuso non applicabile.<br />
Un&#8217;altra esperienza italiana presentata è stata quella del riutilizzo dei reflui dei depuratori di Cecina e Rosignano, riciclati a fini industriali nello stabilimento della Solvay di Rosignano. (vedi intervento di Paolo Ciuffetelli)<br />
Caso esemplare è quello dei coliformi, già nel 1989 l’OMS poneva il limite di coliformi inferiore a 1000, in Italia, con il DM, si prevede un limite inferiore a 10, senza però fare una distinzione sulla destinazione d’uso, come fanno molte legislazioni in Europa e nel resto del mondo. (vedi intervento di Fabio Masi)<br />
La l’Agenzia americana per l’ambiente, EPA, ad esempio, nel proprio disciplinare ha distinto se il riuso prevede un contatto corpo/acqua, n questo caso, e solo in questo, i coliformi devono essere vicino a zero con tolleranza fino a 14.<br />
La normativa spagnola, invece, prevede un limite di coliformi inferiore a 100 per uso acque reflue ai fini irrigui, i prodotti spagnoli giungono comunque sulle nostre tavole, mentre i nostri agricoltori hanno limiti più stretti, come dichiarato Nuvoli di ARSIA.<br />
E’ necessaria dunque una revisione della normativa in questa materia che tenga conto delle diverse criticità evidenziate nel corso del convegno, ma come annunciato Scaldaferri del Ministero dell’Ambiente e tutela del Territorio e del Mare è volontà del Dicastero rivedere la normativa sul riuso delle acque reflue.<br />
Testo di questo numero a cura di Stefania Calleri<br />
Per approfondimenti: <a href="http://www.arpat.toscana.it/arpatnews/2010/pdf/035-10-risidr.pdf/view">http://www.arpat.toscana.it/arpatnews/2010/pdf/035-10-risidr.pdf/view</a></p>
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		<title>ADDITIVI alimentari. Piu&#8217; di 300 gli additivi nel nostro piatto, il rischio è anche l&#8217;effetto cocktail</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 15:29:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Piu&#8217; di 300 gli additivi nel nostro piatto, il rischio è anche l&#8217;effetto cocktail Fonte: Altroconsumo http://www.altroconsumo.it Coloranti, conservanti, emulsionanti, esaltatori di sapidità, regolatori di acidità, ovvero gli additivi alimentari, sostanze che si aggiungono con lo scopo di migliorare o cambiare alcune caratteristiche come gusto, colore, conservazione o consistenza. Ci sono pericoli per la salute? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Piu&#8217; di 300 gli additivi nel nostro piatto, il rischio è anche l&#8217;effetto cocktail<br />
Fonte: Altroconsumo <a href="http://www.altroconsumo.it">http://www.altroconsumo.it</a><br />
Coloranti, conservanti, emulsionanti, esaltatori di sapidità, regolatori di acidità, ovvero gli additivi alimentari, sostanze che si aggiungono con lo scopo di migliorare o cambiare alcune caratteristiche come gusto, colore, conservazione o consistenza. Ci sono pericoli per la salute?<br />
Coloranti, conservanti, emulsionanti, esaltatori di sapidità, regolatori di acidità&#8230; ovvero gli additivi alimentari. Sostanze che si aggiungono con lo scopo di migliorare o cambiare alcune caratteristiche come gusto, colore, conservazione o consistenza. Abbondano soprattutto nei prodotti alimentari industriali. In certi casi sono una presenza necessaria per garantire igiene e sicurezza ai cibi, ma molto spesso sono completamente inutili, se non ingannevoli. È il caso, per esempio, dei coloranti, che non servono a nulla se non ad accentuare o simulare la presenza degli ingredienti autentici (il giallo per dare l’idea dell’uso di uova fresche, una punta di rosso al posto di vera frutta e così via…).<br />
In Europa ne sono autorizzati moltissimi, più di 300, con una legge che impone ai produttori di indicarli in etichetta, o con la loro sigla (una E seguita da un numero), oppure con il loro nome per esteso preceduto dalla categoria cui appartengono. Quelli che non compaiono nella lista sono vietati. La nostra esperienza ci dice che in Italia ne facciamo un uso minore rispetto ad altri paesi europei con cui siamo soliti collaborare per test e inchieste, soprattutto nel caso di coloranti e conservanti, che da noi godono di poco appeal. Possiamo quindi stare tranquilli? Non del tutto. chi ci tutela? L’autorizzazione a un additivo viene concessa dopo una valutazione di sicurezza fatta da esperti sulla base degli studi scientifi ci a disposizione. In questo momento l’Efsa, l’autorità europea per la si- curezza degli alimenti, per conto della Commissione europea, sta esaminando nuovamente le auto- rizzazioni concesse, alla luce dei nuovi dati a disposizione. Questo processo di revisione è iniziato a partire da alcuni coloranti (li elenchiamo nel riquadro &#8220;Occhio a…&#8221; qui sopra), che qualche anno fa sono stati accusati da uno studio inglese di essere corresponsabili della sindrome da deficit di at- tenzione nei bambini, per la loro capacità di suscitare iperattività e irritabilità nei più piccoli. Nel quadro della valutazione, in base ai risultati ottenuti dalle prove di tossicità,viene stabilita la dose giornaliera accettabile (Dga) per l’uomo. La Dga è la dose di additivo che una persona può assumere ogni giorno, per tutta la vita, senza mettere a rischio la propria salute. In base alla Dga, poi, si definiscono i limiti massimi ammissibili negli alimenti.<br />
Per esempio, alla luce degli studi più recenti, l’Efsa ha notevolmente ridotto la Dga del colorante alimentare giallo E 104, rispetto alla dose giornaliera accettabile, che era stata stabilita nel 1984 dal comitato scientifico per l’alimentazione umana della Commissione europea. Una marcia indietro che fa riflettere. Questo sistema di valutazione, infatti, ha alcune pecche che ancora non sono state colmate e lo rendono non del tutto affidabile.<br />
Effetto cocktail<br />
In primo luogo non siamo ancora tutelati dalla somma di tutte le diverse sostanze aggiunte che assumiamo, anche se ciascuna di loro resta al di sotto della Dga.<br />
Inoltre, nello stabilire i limiti massimi di utilizzo nei prodotti alimentari non si tiene conto dei rischi di un abuso di additivi da parte dei bambini, i quali, a causa del loro peso ridotto, possono fa- cilmente superare le dosi giorna- liere accettabili, andando incontro a rischi di sensibilizzazione, aller- gie o altri problemi di salute. il trionfo del “naturale” Oggi i consumatori propendono per prodotti il più possibile privi di additivi. Ecco allora che le eti- chette mettono ben in evidenza diciture come “non contiene con- servanti” o “con coloranti naturali”. Ma attenzione: &#8211; il fatto che un prodotto si vanti di non avere conservanti non signifi &#8211; ca che non abbia comunque altri additivi in lista. Leggete sempre l’elenco degli ingredienti; &#8211; sta sparendo in etichetta l’indi- cazione degli additivi con il codice E… a favore della dicitura con il nome completo. Questa modalità rende più diffi cile individuare gli additivi a colpo d’occhio perché si mimetizzano nell’elenco degli ingredienti; &#8211; alcuni coloranti naturali hanno una dose giornaliera di assunzione accettabile più bassa di altri artifi &#8211; ciali, sintomo della loro potenziale maggiore pericolosità.<br />
Occhio a&#8230;<br />
Uno studio condotto nel Regno Unito per conto della Food Standards Agency nel 2007 ha mostrato che il consumo di alimenti contenenti coloranti potrebbe aumentare il comportamento iperattivo nei bambini. I ricercatori hanno scoperto che questo comportamento aumentava quando i bambini assumevano bevande contenenti una miscela di additivi e coloranti artifi ciali. Questa ricerca, che ha fatto parecchio discutere, ha mostrato un possibile effetto negativo di alcuni coloranti alimentari e di un conservante (l’E211, benzoato di sodio) sulla psiche dei più piccoli.<br />
Capire che cosa c&#8217;è nel cibo che mangiamo<br />
Gli additivi, a seconda della loro funzione, sono suddivisi in categorie e a ognuno è associato un codice, generalmente composto da una E seguita da tre o quattro cifre. Il codice è valido in tutta Europa.<br />
Coloranti (da E 100 a E 180)<br />
Sono utilizzati per dare agli alimenti un colore più vivace. Autorizzati in molti alimenti, i coloranti naturali e artificiali possono trarre in inganno il consumatore sulla vera natura degli ingredienti utilizzati (per esempio, colorante giallo per suggerire la presenza di uova). Inoltre, alcuni coloranti sono stati associati al deficit di attenzione nei bambini, mentre altri possono provocare allergie in persone sensibili.<br />
Conservanti (da E 200 a E 285)<br />
I conservanti sono sostanze che prevengono la proliferazione di batteri, muffe e lieviti responsabili del deterioramento degli alimenti e sono utili in alcuni casi ben precisi.<br />
I legislatori europei, tuttavia, sono troppo permissivi e autorizzano l’utilizzo di conservanti anche dove sono inutili. Di fatto, non incoraggiano certamente i produttori a essere particolarmente attenti in materia di igiene e di condizioni di conservazione. Alcuni possono provocare reazioni allergiche.<br />
Antiossidanti e acidificanti (da E 300 a E 385)<br />
Gli antiossidanti sono utilizzati per frenare il deterioramento degli alimenti causato dal contatto con l’ossigeno dell’aria. Il più utilizzato è l’acido ascorbico o vitamina C (E 300). Gli acidificanti, invece, aumentano l’acidità degli alimenti per prolungarne la conservazione o per ragioni di gusto. La maggior parte degli antiossidanti e degli acidificanti è accettabile e persino utile in certi casi ma, ancora una volta, senza abusarne e se non esiste un’altra soluzione.<br />
Emulsionanti e addensanti (da E 400 a E 495)<br />
Questo gruppo comprende anche i gelificanti e gli stabilizzanti. Tutte queste sostanze sono utilizzate per dare consistenza a un prodotto o per mantenerla. Il loro utilizzo è, a volte, giustificato (emulsionanti per impedire la formazione di cristalli nel gelato o che permettono di sostituire in parte le materie grasse con acqua nelle margarine e nel burro a ridotto contenuto di grasso). Ma più spesso servono per mascherare l’assenza di ingredienti di base (uova in gelato o maionese). Alcuni addensanti sono riconosciuti come allergeni (per esempio, la gomma di guar).<br />
Esaltatori di sapidità (da E 620 a E 640)<br />
Questi additivi, i più noti dei quali sono i glutammati, servono a intensificare o a modificare il gusto degli alimenti: per questo motivo sono, secondo noi, inutili e ingannevoli, in quanto potrebbero mascherare carenze di gusto e quindi una qualità scadente degli alimenti. Il glutammato si può ritrovare in una quantità vastissima di prodotti alimentari e questa assunzione elevata giornaliera può provocare intolleranze anche in chi non è comunemente sensibile a questo additivo.<br />
Edulcoranti (da E 950 a E 967, E 420, E 421)<br />
Sostituiscono gli zuccheri in alcuni prodotti light (bibite, caramelle, gomme da masticare, dolci, yogurt&#8230;) Sono accettabili in alcune circostanze (per esempio, per le persone che non possono consumare zuccheri), ma il rischio, soprattutto per i bambini, è che si raggiunga molto rapidamente la dose giornaliera accettabile, per esempio nel caso dei polioli.</p>
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		<title>Agricoltura biologica.</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 17:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I vantaggi dell’agricoltura biologica, per l’ambiente, i consumatori ed i Paesi in via di sviluppo Fonte: Edizioni Ambiente A cura di Vincenzo Dragani e Monica Rocca http://www.reteambiente.it Tratto da State of the World 2004 Alcuni degli ostacoli principali a una maggiore diffusione dell’agricoltura biologica sono di tipo concettuale. Molti agricoltori, agronomi, ricercatori e operatori che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I vantaggi dell’agricoltura biologica, per l’ambiente, i consumatori ed i Paesi in via di sviluppo</strong><br />
<em>Fonte: Edizioni Ambiente A cura di Vincenzo Dragani e Monica Rocca <a href="http://www.reteambiente.it/" target="_blank">http://www.reteambiente.it</a><br />
Tratto da State of the World 2004</em></p>
<p>Alcuni degli ostacoli principali a una maggiore diffusione dell’agricoltura biologica sono di tipo concettuale. Molti agricoltori, agronomi, ricercatori e operatori che si occupano di politiche agricole semplicemente ritengono che un’agricoltura che non ricorra alle sostanze sintetiche non sia praticabile su larga scala. È vero che gli agricoltori convertiti al biologico spesso ottengono rendimenti minori nei primi anni, almeno fino a quando la qualità e gli organismi del suolo e le popolazioni di insetti riescono a riprendersi dopo anni di assalti con sostanze chimiche. Il nuovo approccio insomma può richiedere alcune stagioni. Data l’importanza della diversità delle colture come mezzo per ridurre i problemi causati dai parassiti, le aziende agricole biologiche non coltiveranno le stesse piante ogni anno, il che renderà difficile competere con altre aziende su un piano strettamente quantitativo. Tuttavia, alcuni studi hanno dimostrato che l’ agricoltura biologica può essere altrettanto produttiva e generalmente più redditizia.<br />
Una recente indagine che ha messo a confronto l’agricoltura biologica e l’ agricoltura tradizionale in alcune stazioni di ricerca degli Stati Uniti, ha evidenziato che le rese di mais biologico erano pari al 94% di quelle tradizionali, mentre quelle di grano raggiungevano il 97%, quelle di soia il 94%, e quelle di pomodori addirittura non mostravano alcuna differenza. Uno studio realizzato nel Maikaal (India centrale), durato sette anni, che ha coinvolto 1.000 agricoltori per un territorio agricolo complessivo di 3.200 ettari, ha fatto emergere che i raccolti biologici di cotone, grano, peperoncino e soia erano in media uguali o fino al 20% superiori a quelli provenienti da campi gestiti secondo metodi convenzionali. Gli agricoltori e gli agronomi hanno attribuito i risultati incoraggianti, in una regione peraltro così arida, al ruolo fondamentale giocato dal tipo di colture, dai concimi biologici e da altri fattori che contribuivano all’incremento della materia organica del suolo, utile anche perché favorisce la ritenzione dell’ acqua.<br />
Uno studio svolto in Kenya ha rilevato che in “aree ad alto potenziale” (quelle dove le precipitazioni piovose sono sopra la media e la qualità del terreno è alta) l’agricoltura biologica produceva rese di mais inferiori rispetto a quelle dell’agricoltura convenzionale, mentre in aree più povere accadeva esattamente il contrario. In entrambe le regioni, gli agricoltori biologici godevano di profitti netti, ritorno sul capitale e sulla manodopera più alti.<br />
Una relazione della FAO del 2002 ha sottolineato che “i sistemi biologici possono raddoppiare o triplicare la produttività dei sistemi tradizionali” nei paesi in via di sviluppo, ma ha sostenuto anche che il solo confronto fra le rese offre un “quadro ristretto, limitato e spesso fuorviante”, dal momento che “i numerosi benefici ambientali dell’agricoltura biologica, difficili da monetizzare, restano ingredienti essenziali di qualsiasi confronto”. Nick Parrott, della Cardiff University, che di recente ha valutato le potenzialità dell’agricoltura biologica nel mondo in via di sviluppo, ha identificato molti esempi in Asia, Africa ed America Latina, di come l’adozione dell’agricoltura biologica aumenti considerevolmente le rese rispetto alle “pratiche tradizionali non migliorate” e ha affermato che “molti esempi dimostrano che l’agricoltura biologica accresce la sicurezza alimentare e le entrate delle aziende agricole. Questo vale per i sistemi certificati che si rivolgono soprattutto ai mercati del nord e a quelli non ufficiali che si rivolgono ai mercati locali”. Parrot descrive il funzionamento dei vari meccanismi, compreso l’utilizzo del letame e del concime organico per favorire la conservazione dell’acqua e per mettere gli agricoltori al riparo dalla siccità e affrancarli dai costosi input di prodotti chimici, riducendo così il loro indebitamento. Ma forse l’interrogativo più rilevante è: per quanto tempo gli agricoltori potranno ancora dipendere dalla chimica? I parassiti hanno dimostrato una straordinaria capacità di sfuggire, resistere e sfruttare a proprio vantaggio qualsiasi nostro tentativo di eliminarli, al punto che oggi gli agricoltori sostengono perdite di raccolto maggiori, rispetto a 50 anni fa, proprio a causa dei parassiti. Anche le colture geneticamente modificate, che secondo molti avrebbero contribuito a eliminare i pesticidi, devono fare i conti con la resistenza dei parassiti. I ricercatori della Iowa State University hanno identificato almeno quattro specie di erbe infestanti che hanno sviluppato tolleranza all’erbicida Roundup, applicato da meno di un decennio sulle piante resistenti agli erbicidi coltivate nel Midwest (si tratta di colture geneticamente modificate, ndr). Questo richiederà un ulteriore uso di pesticidi, vanificando lo sforzo economico di miliardi di dollari sostenuto dagli agricoltori e incrementando la contaminazione chimica dell’ acqua, dell’aria, del suolo e del nostro organismo. Benché i benefici pubblici garantiti dall’agricoltura biologica &#8211; come la riduzione dell’inquinamento idrico e i vantaggi per la natura &#8211; incoraggino un aumento delle vendite, l’attenzione viene soprattutto dai consumatori più consapevoli. I genitori, per esempio, possono scegliere di nutrire i neonati con alimenti biologici, sapendo che un organismo in fase di sviluppo è più sensibile ai pesticidi destabilizzanti per il sistema endocrino, agli antibiotici, agli ormoni della crescita e alle altre sostanze sintetiche utilizzate abitualmente nella produzione di alimenti. Inoltre i genitori possono decidere di estendere questa scelta a tutta la famiglia. L’ agricoltura biologica è l’unico sistema di produzione alimentare di cui i consumatori hanno una chiara percezione, potendo conoscere sia i metodi consentiti sia i metodi vietati: gli agricoltori infatti non devono solo dimostrare di non impiegare noti inquinanti del suolo, ma anche seguire tutte le procedure necessarie per la tutela del territorio agricolo, dalla rotazione delle colture alla preparazione del concime. Questa trasparenza non esiste nella maggior parte dei sistemi di produzione alimentare, che permettono agli agricoltori di utilizzare sostanze chimiche, somministrare agli animali antibiotici e ormoni in maniera indiscriminata e dotare i campi di sistemi per lo smaltimento dei reflui.</p>
<p>È ampiamente dimostrato che gli agricoltori esposti regolarmente ai pesticidi sono a maggior rischio di cancro, disfunzioni del sistema immunitario, malattie mentali e altri disturbi. I test sugli animali hanno confermato che, ad alte dosi, alcune sostanze chimiche di impiego comune sono gravemente tossiche. Inoltre la maggior parte degli esperti concorda nel rilevare che gli effetti sanitari dell’esposizione cronica a basse dosi di pesticidi, negli alimenti e nelle acque di falda, siano molto difficili da precisare. Benché le leggi di solito stabiliscano che il livello sicuro per gli esseri umani sia 100 volte o persino 1000 volte inferiore a quello che non ha alcun effetto negativo sugli animali, l’assunzione umana di certi composti può superare queste definizioni di rischio accettabile. “La possibilità di raggiungere un livello che non è più affidabile aumenta a causa della molteplicità di residui presenti negli alimenti”, e anche per l’ effetto concomitante con le altre forme di esposizione (all’acqua potabile, all’aria e altro), afferma Edward Groth, scienziato della Consumers Union. Groth sottolinea che nei soli Stati Uniti esistono 40 diversi pesticidi organofosfati approvati per uso agricolo, e aggiunge che, dal momento che questi pesticidi agiscono con il medesimo meccanismo tossicologico, “è ragionevole supporre che gli effetti siano cumulativi o sinergici”. I ricercatori hanno recentemente scoperto che gli uomini adulti che nelle urine presentano una concentrazione più alta di tre pesticidi comuni denotano un drastico calo nella conta degli spermatozoi e una maggiore incidenza di sperma anomalo. Inoltre, i tossicologi stanno scoprendo che un cocktail di fertilizzanti chimici (nitrati) e pesticidi &#8211; i due input principali dell’agricoltura industriale che spesso finiscono insieme nelle falde &#8211; possono effettivamente esacerbare i singoli effetti negativi derivanti dall’esposizione a ciascuno di essi. Groth aggiunge che, a causa del peso ridotto e della maggiore vulnerabilità, i bambini sono esposti a un rischio anche maggiore: i danni al sistema nervoso che compaiono in età più avanzata, come le difficoltà di apprendimento, “costituiscono una minaccia sottile e difficilmente identificabile in assenza di indagini dettagliate e condotte su grandi popolazioni”.<br />
L’esposizione, chiaramente, viene potenziata dal consumo di prodotti contaminati da pesticidi. Dall’analisi dei campioni di alimenti raccolti dal Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti, i ricercatori hanno scoperto che i consumatori che mangiano frutta e verdura biologica sono esposti a un terzo dei pesticidi che troverebbero nei prodotti convenzionali, nei quali, tra l’altro, la probabilità di trovare residui multipli di pesticidi è sei volte più alta. Un recente studio ha evidenziato che nelle urine di bambini nutrititi prevalentemente con prodotti e succhi biologici c’è solo un sesto dei metaboliti di pesticidi presenti nelle urine di bambini alimentati con prodotti convenzionali. Benché la maggior parte della ricerca sugli impatti sanitari ed ecologici dell’uso dei pesticidi sia stata condotta nel mondo industrializzato, alcune preoccupazioni riguardano in particolare i paesi in via di sviluppo, non solo perché in questi paesi gli agricoltori continuano a utilizzare alcuni dei pesticidi più tossici, banditi in quelli più ricchi, ma anche perché si sta scoprendo che il massiccio uso di sostanze chimiche è meno conveniente e adatto alle condizioni di quell’agricoltura. Secondo il Ministero dell’ agricoltura dell’India, 32 dei 180 pesticidi autorizzati a livello nazionale sono stati invece vietati in altri paesi a causa dei loro rischi sanitari. Fra il 1998 e il 2001, l’India ha prodotto ogni anno 40.000 tonnellate di queste sostanze. Il Monocrotophos, un insetticida altamente neurotossico che venne bandito negli Stati Uniti nel 1988, in India è uno dei pesticidi più venduti.<br />
( di Brian Halweil, Danielle Nierenberg )<br />
Tratto da: State of the World 2004 (Consumi)<br />
di Worldwatch Institute a cura di Gianfranco Bologna<br />
Capitolo 4 &#8211; © Copyright Edizioni Ambiente 2004</p>
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		<title>Alluvioni in Italia, un rischio inevitabile?</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 17:37:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alluvioni in Italia, un rischio inevitabile? Il Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale espone valutazioni e proposte. Fonte: Centro Italiano di Riqualificazione Fluviale (CIRF) http://www.cirf.org L’Italia è tristemente nelle prime posizioni della classifica europea delle alluvioni: le cause prime in parte derivano dalle sue peculiari caratteristiche topografiche, geomorfologiche, climatiche e idrologiche, ma occorre prendere atto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Alluvioni in Italia, un rischio inevitabile? Il Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale espone valutazioni e proposte.</strong><br />
<em>Fonte: Centro Italiano di Riqualificazione Fluviale (CIRF) <a href="http://www.cirf.org/" target="_blank">http://www.cirf.org</a></em></p>
<p>L’Italia è tristemente nelle prime posizioni della classifica europea delle alluvioni: le cause prime in parte derivano dalle sue peculiari caratteristiche topografiche, geomorfologiche, climatiche e idrologiche, ma occorre prendere atto che in gran parte dipende da noi, dalle nostre attività e dall’approccio utilizzato nella gestione dei corsi d’acqua. Come ogni anno in concomitanza della stagione autunnale, caratterizzata in Italia da eventi piovosi improvvisi e violenti, il Paese si trova ad affrontare situazioni di estrema criticità dei corsi d’acqua e del territorio (esondazioni in primis), che vengono ancora oggi affrontate “in emergenza”, senza cioè agire sulle cause del problema, lasciando di fatto irrisolta la problematica alluvioni, pronta a riemergere con le piogge successive.<br />
Il Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale ritiene pertanto opportuno fare delle considerazioni, tentando di rispondere a queste domande chiave:<br />
E&#8217; possibile diminuire il rischio idraulico? Possiamo imparare a conviverci?<br />
Da decenni oramai la principale preoccupazione nei confronti dei corsi d’acqua è quella di come difenderci dalla loro irruenza. Molte delle profonde trasformazioni che hanno subito i nostri fiumi sono state fatte proprio per cercare di diminuire il rischio idraulico. Paradossalmente, però, hanno ottenuto un effetto opposto rispetto a quello atteso. L’approccio &#8220;classico&#8221;, ispirato all’idea di contenere le piene entro stretti argini e allontanare l’acqua il più in fretta possibile, ha dimostrato di non essere sostenibile. Al contrario, le “soluzioni” da esso suggerite hanno aggravato la situazione. Il corso d’acqua è così divenuto ancor di più fattore di rischio. Per portar via l’acqua il più velocemente possibile, nell’illusione di risolvere il problema delle esondazioni, i corsi d’acqua sono stati pesantemente artificializzati: il loro alveo è stato spesso rettificato e reso più liscio attraverso l’eliminazione di potenziali ostacoli (ad esempio la vegetazione o la diversità morfologica del fondo e delle sponde). Allo stesso tempo, per guadagnar spazio per le attività antropiche, la larghezza dei corsi d’acqua è stata via via ridotta mediante la realizzazione di arginature, che si trovano ora a far defluire gli stessi volumi d’acqua del passato (se non maggiori) attraverso sezioni più strette che si sviluppano verso l’alto (alte arginature) e verso il basso (forte incisione del fondo), e che richiedono ancor più una continua eliminazione degli elementi che rallentano i deflussi. Un alveo più liscio e più dritto, però, pur facendo fluire l’acqua più velocemente fornisce generalmente benefici solo a livello locale. Infatti, il rischio idraulico non viene “eliminato”, ma solamente “spostato”, aggravando notevolmente la condizione dei centri abitati posti a valle, in un processo di “scaricabarile” progressivo. Inoltre, a causa della presenza degli argini, si sono venute a creare, in prossimità del corso d’acqua, delle zone definite “sicure”, perché percepite come a basso “rischio idraulico” in quanto “protette” dagli argini. Questi lembi di terreno sono quindi stati utilizzati non più solo per l’agricoltura ma anche per la costruzione di fabbricati sia produttivi che abitativi, con la conseguenza che, in caso di rottura arginale o più semplicemente di una piena superiore a quella di progetto (per definizione sempre possibile) i danni risulterebbero notevolmente maggiori rispetto all’esondazione nella stessa zona in una situazione antecedente la costruzione degli argini.<br />
La direzione che il CIRF ritiene utile intraprendere per risolvere il problema delle alluvioni, richiede innanzitutto di comprendere che, per intervenire sui fiumi per affrontare il rischio idraulico, è fondamentale considerare e rispettare il loro funzionamento naturale, identificare le vere cause del rischio, come detto sopra spesso legate proprio all’antropizzazione dei terreni di esondazione e all’artificializzazione degli alvei, e tenere infine ben presenti gli effetti negativi (a scala di bacino) innescati dai nostri interventi. E’ inoltre necessario comprendere come il rischio non sia mai totalmente eliminabile (non esiste la sicurezza assoluta) ma può solo essere gestito e limitato, anche imparando a conviverci. Il CIRF ritiene pertanto inutile continuare a inseguire l’illusione del “mettere in sicurezza” e l’idea di “fissare il fiume”: come dimostrato ormai da numerose esperienze internazionali, è molto più utile tentare di assecondare il più possibile le naturali dinamiche del fiume, perlomeno al di fuori dai centri abitati, limitandole solo dove non sono possibili altre soluzioni.<br />
In tale percorso risulta fondamentale, pertanto, acquisire la &#8220;rivoluzionaria&#8221; consapevolezza che dobbiamo “imparare a convivere con il rischio”, trovando un nuovo equilibrio tra uomo e territorio. Per ottenere tale risultato è necessario innanzitutto restituire spazio ai fiumi e recuperarne la naturalità come mezzo primario: in una frase, riqualificare i corsi d’acqua, per affrontare il problema delle alluvioni e del rischio idraulico, lavorando con la natura piuttosto che contro di essa. Una riqualificazione fluviale così intesa persegue lo scopo di ottenere un fiume che pur mantenendo una buona qualità dell’ecosistema, si concili con le aspettative e gli interessi umani di fruizione e uso delle risorse, senza più essere un’imprevedibile minaccia per insediamenti, infrastrutture e vite umane.<br />
Tale strada, se pur oggi necessita di un cospicuo dispendio di energie per essere intrapresa, rappresenta senza dubbio il miglior investimento possibile per il futuro dei fiumi italiani e il CIRF la sta promuovendo da anni, insieme ad alcune lungimiranti Pubbliche Amministrazioni, che hanno dato fiducia a tale approccio.<br />
Per informazioni sul CIRF: www.cirf.org<br />
Scheda sul CIRF- www.cirf.org<br />
Il CIRF (Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale) è un&#8217;associazione culturale tecnico-scientifica senza fini di lucro fondata nel 1999 da un gruppo di tecnici di diversa estrazione disciplinare e professionale per favorire la diffusione della cultura della riqualificazione fluviale ed avviare concreti progetti di recupero e salvaguardia dei corsi d’acqua.<br />
I principali obiettivi del CIRF sono:<br />
- informare, formare, documentare: il CIRF organizza corsi di formazione, seminari, workshop sulle varie materie pertinenti la riqualificazione fluviale e fornisce, principalmente ai propri associati, materiali, articoli, bibliografia specifica sull’argomento; il nostro sito conta circa 50.000 visitatori annui<br />
- costituire un luogo di incontro, confronto, coordinamento con gli analoghi centri internazionali: il CIRF, costituito da circa 600 soci, non è la sola realtà europea; esiste l’European Centre for River Restoration, che coordina vari centri nazionali tra cui il CIRF; ad esempio, molto attivo, è il centro inglese, l’RRC;<br />
- permettere alla ricerca teorica di avere una ricaduta reale attraverso la sua applicazione;<br />
- promuovere in Italia i criteri di riqualificazione fluviale dei corsi d&#8217;acqua;<br />
- sviluppare azioni di stimolo e coinvolgimento nei confronti di tutti i soggetti interessati alla gestione dei corsi d&#8217;acqua in Italia, dando anche supporto tecnico scientifico;<br />
- promuovere, coordinare, supportare progetti-interventi a carattere innovativo e fortemente divulgativi.<br />
I principali campi di attività del CIRF sono:<br />
- corsi di formazione per utenti sia professionali che scolastici;<br />
- viaggi studio;<br />
- produzione di documenti tecnici e programmatici;<br />
- progetti dimostrativi/innovativi (studio, pianificazione, progettazione e implementazione di azioni strutturali e non strutturali di riqualificazione fluviale, partecipazione pubblica e risoluzione di conflitti basata su approcci di analisi sistemica).</p>
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		<title>Ambiente &#8211; operazione recupero</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 17:50:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[protezione ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[recupero ambientale]]></category>

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		<description><![CDATA[AMBIENTE. Operazione recupero, un’inchiesta esaustiva sull’aberrante tendenza in atto di distruggere l’ambiente naturale per poi ricostruirlo con criteri assai discutibili. Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI GLOBALI mailto:redazione@galileonet.it http://www.galileonet.it Il nostro pianeta sta raggiungendo dei livelli soglia di inquinamento oltre i quali il danno diventa irreversibile. Ma un significativo cambiamento di rotta nella gestione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>AMBIENTE. Operazione recupero, un’inchiesta esaustiva sull’aberrante tendenza in atto di distruggere l’ambiente naturale per poi ricostruirlo con criteri assai discutibili.</strong></p>
<p><em>Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI GLOBALI mailto:redazione@galileonet.it <a href="http://www.galileonet.it" target="_blank">http://www.galileonet.it</a></em></p>
<p>Il nostro pianeta sta raggiungendo dei livelli soglia di inquinamento oltre i quali il danno diventa irreversibile. Ma un significativo cambiamento di rotta nella gestione del territorio è ancora lontano. Piuttosto, il degrado ambientale sta rivelando inaspettate prospettive economiche: la totale antropizzazione di vaste aree del pianeta e la crescente necessità delle popolazioni dei Paesi più ricchi di usufruire di ambienti naturali sani sta spingendo rapidamente le società avanzate a investire nel recupero ambientale. Ed è il trionfo della logica del distruggere per ricostruire. Una logica aberrante soprattutto nel caso degli ecosistemi naturali, il cui equilibrio, una volta sconvolto, difficilmente può essere pienamente recuperato. Prima di tutto perché del loro funzionamento si sa ancora relativamente poco, ed è concreto il rischio che i rimedi si rivelino anche peggiori dei mali. Galileo prova a fare il punto di questa complessa situazione, dando la parola a biologi, chimici, e biotecnologi che lavorano per mettere a punto sistemi di risanamento eco-compatibili.</p>
<p>ECOLOGIA<br />
Un business con poche qualità<br />
Il risanamento degli ecosistemi inquinati è un&#8217;operazione difficile e dall&#8217;esito incerto. Per un ambiente sano, la soluzione è una sola: non inquinare<br />
di Roberto Danovaro<br />
ECOLOGIA<br />
Un business con poche qualità<br />
di Roberto Danovaro<br />
Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI GLOBALI mailto:<a href="mailto:redazione@galileonet.it">redazione@galileonet.it</a> <a href="http://www.galileonet.it/" target="_blank">http://www.galileonet.it</a><br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<br />
Roberto Danovaro è professore di Ecologia applicata e di Biologia Marina all&#8217;Università di Ancona<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<br />
L&#8217;effetto delle attività umane sull&#8217;ambiente è sempre più evidente. Alla stregua di un prodotto consumistico di facile accesso, gli esseri umani sfruttano e degradano l&#8217;ambiente in cui vivono senza preoccuparsi delle conseguenze delle loro azioni. I livelli d&#8217;inquinamento crescono nel tempo causando un aumento degli effetti nocivi delle sostanze tossiche che agiscono in maniera sinergica sulle componenti viventi dell&#8217;ecosistema terrestre. Questo processo ha una ragione molto semplice: l&#8217;apporto di inquinanti avviene a un tasso maggiore di quello di smaltimento e quindi tali sostanze tendono ad accumularsi nell&#8217;ambiente.<br />
Attualmente la consapevolezza che il nostro pianeta ha raggiunto dei livelli soglia di tolleranza (carrying capacity) oltre i quali il danno diviene irreversibile (o non completamente reversibile), sta penetrando nella coscienza della nostra società. Tuttavia, il concetto di salvaguardia ambientale appare ancora soggetto alla sensibilità individuale. Tutti riconoscono l&#8217;importanza dell&#8217;ambiente, tutti vogliono spazi verdi e puliti dove far crescere i propri figli, ma l&#8217;ambiente viene riconosciuto come importante solo nel momento in cui si impone un&#8217;emergenza ambientale (fughe radioattive, incidenti di petroliere, rilascio massivo di sostanze altamente tossiche). In realtà è purtroppo noto, almeno agli esperti, che i danni più rilevanti agli ecosistemi, ancorché più difficili da identificare e combattere, sono quelli procurati da forme d&#8217;inquinamento cronico.<br />
Il danno<br />
Negli ultimi 10 anni si è in assistito a un fiorire di sistemi di valutazione di impatto ambientale (Via), protocolli più o meno standardizzati con cui si cerca in qualche modo di quantificare l&#8217;impatto dell&#8217;essere umano sull&#8217;ambiente. La stima del danno però non è sempre possibile, in quanto è difficile stabilire il valore economico di una riduzione della biodiversità e/o della qualità delle acque in un&#8217;area. Al contrario, nella valutazione del rapporto costi-benefici troppo spesso la rilevanza della questione ambientale è ignorata e subordinata ad altre problematiche che polarizzano l&#8217;attenzione pubblica, quali l&#8217;occupazione e lo sviluppo economico. Anche il concetto di &#8220;sostenibilità&#8221;, oggi largamente utilizzato, viene interpretato a partire da presupposti errati: si pensa alla crescita della produzione o dell&#8217;occupazione, e quindi in termini economici, dimenticando che nessuna attività è &#8220;sostenibile&#8221; nel tempo se non è eco-compatibile.<br />
Al contrario molti ecosistemi naturali possiedono un equilibrio molto fragile e andrebbero opportunamente protetti e conservati. Spesso, però, il concetto di protezione ambientale entra in conflitto con le necessità sociali d&#8217;utilizzo del territorio. Una gestione adeguata dell&#8217;ambiente richiederebbe invece l&#8217;armonizzazione di due componenti: la conservazione ambientale e l&#8217; uso del territorio e delle sue risorse.<br />
Questo già (difficile) obiettivo è reso ancora più arduo dal progressivo scadimento della qualità ambientale, dalla riduzione delle risorse (non sempre) rinnovabili e da una progressiva scomparsa di aree (terrestri o marine) non inquinate e socialmente fruibili. La riduzione di &#8220;spazi/ecosistemi sani&#8221; rende pressante la necessità di operare sull&#8217;ambiente per invertire questo processo. In questa prospettiva, il &#8220;recupero ambientale&#8221; sembra costituire la soluzione a danni già esistenti. Il concetto di &#8220;recupero&#8221; consiste, da un lato, nella riduzione dell&#8217;inquinamento e dell&#8217;impatto antropico, e dall&#8217;altro nel ripristino di equilibri strutturali e funzionali dell&#8217;ecosistema, sia esso un corso d&#8217;acqua, una foresta, un&#8217;area verde urbana, un porto o una baia. Gli esempi più evidenti di operazioni di recupero ambientale sono quelli del biorisanamento di suoli contaminati da sostanze tossiche o ambienti costieri in cui sono stati accidentalmente rilasciate enormi quantità di idrocarburi. Questi ambienti, una volta completato il loro recupero, tornano a essere spazi fruibili.<br />
I rimedi<br />
Anche nel recente passato, diversi tentativi di recupero ambientale a seguito di gravi emergenze ambientali si sono rivelati più dannosi dell&#8217;evento che li aveva resi necessari. E&#8217; il caso di alcuni gravi incidenti che hanno coinvolto petroliere come la Amoco Cadiz, che alla fine degli anni Settanta rilasciò nelle acque della Manica centinaia di migliaia di tonnellate di idrocarburi. La prima risposta a questa emergenza fu quella di associare sostanze disperdenti agli idrocarburi e di combinare questi ultimi con dei substrati per farli sedimentare al fondo. I risultati di queste operazioni furono disastrosi. I disperdenti (prodotti dalle stesse compagnie che estraggono e distribuiscono i derivati del petrolio) si rivelarono più tossici e dannosi per l&#8217;ambiente degli idrocarburi stessi. Inoltre, l&#8217;affondamento di tali sostanze ebbe l&#8217;effetto di allungare i tempi di degradazione (che sono accelerati dalla presenza della luce, scarsa o nulla a livello dei fondali marini) e di esporre le coste a successive &#8220;maree nere&#8221; ogni qualvolta il fondale veniva a essere risospeso (e con esso gli idrocarburi intrappolati nei sedimenti).<br />
Questa e altre esperienze analoghe hanno reso evidente che gli interventi di recupero ambientale non possono procedere per tentativi ma necessitano di un&#8217;adeguata analisi secondo criteri ecologici consolidati e selezionando con attenzione le tecnologie da adottare. Senza una conoscenza adeguata dei presupposti ecologici e degli strumenti adeguati, il recupero ambientale appare difficilmente realizzabile. Tutto ciò ha un costo, inizialmente quasi esclusivamente legato alla ricerca scientifica e tecnologica (i.e., applicata alla ricerca di strumenti adeguati), e in seguito operativo (costi di recupero della qualità ambientale di un&#8217;area) di cui è necessario tenere conto.<br />
Anche la scelta dei criteri da adottare per la valutazione della qualità e dello stato dell&#8217;ambiente è importante al fine di guidare le azioni e le decisioni gestionali per il recupero ambientale. Gli interventi volti a ridurre le cause e le conseguenze dello &#8220;stress&#8221; ambientale si devono avvalere di informazioni che derivano da un opportuno studio delle caratteristiche dell&#8217;ecosistema stesso e dalla valutazione del suo stato di salute. Tali informazioni risultano essenziali per indirizzare le future decisioni e azioni nel quadro di un&#8217;adeguata pratica gestionale. La conoscenza approfondita dei vari ambienti rappresenta il fondamento della gestione adattiva, una componente chiave del Sistema Gestionale Basato sull&#8217;Ecosistema (SGeBE). Secondo tale sistema, che è finalizzato alla protezione e alla conservazione dell&#8217;ecosistema, la definizione di stato di salute dipende dalle necessità, dai valori e dalle preferenze di una comunità e da un&#8217;ampia prospettiva socio-culturale ed economica. In questo tipo di valutazione vengono incluse le leggi, le regolamentazioni e le altre istituzioni designate per proteggere le risorse ambientali di quella determinata zona. Il modo in cui le differenze culturali influiscono sul paesaggio è evidente dal confronto tra usi e tradizioni di società diverse che modificano ambienti e ecosistemi in partenza molto simili tra loro. Da questa prospettiva, il ruolo e il significato di uno strumento come il monitoraggio ambientale si allargano. In passato il monitoraggio veniva utilizzato unicamente come strumento di raccolta di informazioni su alcuni parametri &#8220;di base&#8221; di un ecosistema. Lo scopo di questo sistema di &#8220;controllo dello stato di salute dell&#8217;ecosistema&#8221; è quello di costituire delle serie storiche di dati necessarie a individuare cambiamenti in atto dello stato di salute dell&#8217;ecosistema e, in prospettiva, di effettuare misure previsionali di condizioni alterate del suo funzionamento. In realtà il monitoraggio ha mostrato numerosi limiti che rischiano di rendere questo strumento inefficace rispetto agli scopi prefissi e oneroso in termini di costi di realizzazione.<br />
Lo scopo del monitoraggio non deve essere più solo quello di raccogliere dati ambientali ma piuttosto quello di fornire informazioni precise e mirate rispetto alle condizioni ambientali locali. L&#8217;utilizzo di un sistema unificato al livello nazionale, se da un lato garantisce la possibilità di un confronto, dall&#8217;altro impone infatti una visione interpretativa comune, mentre l&#8217;analisi delle caratteristiche ecologiche di diversi ecosistemi impone diversi livelli di attenzione e diverse risposte a condizioni apparentemente simili di stress. Inoltre il monitoraggio appare uno strumento inutile se è privo di un sistema di Valutazione della Qualità dei Dati (Dqa, Data Quality Assessment). Ogni programma di monitoraggio può prevedere il coinvolgimento delle sole istituzioni preposte agli obiettivi di tutela ambientale o può anche avvalersi delle forze di volontariato e di altri contributi, secondo un vero approccio gestionale di ampio respiro. Il coinvolgimento di tutte le categorie sociali alla raccolta di informazioni dirette (tramite la partecipazione ad attività di misure fisico-chimiche sul campo) o indirette (tramite la raccolta di segnalazioni di eventi specifici riportati in occasione di osservazioni individuali e casuali) risulta essenziale per migliorare la capacità interpretativa del ricercatore rispetto a ogni cambiamento ambientale.<br />
La sfida del recupero e della gestione ambientale &#8211; sia che si riferisca ad un paesaggio costiero, ad un corpo d&#8217;acqua o ad un ecosistema regionale &#8211; è che questi sono complessi, dinamici e in continua evoluzione nel contesto delle interazioni uomo-sistema ambiente. Gli ecosistemi infatti non possono essere pienamente compresi o gestiti focalizzandosi solo su una o anche diverse singole parti, essi necessitano di una visione sistemica basata su una migliore conoscenza del loro funzionamento. In modo particolare negli ecosistemi occupati e utilizzati intensamente dall&#8217;uomo, quali la fascia costiera italiana, i valori culturali giocano un ruolo chiave nel determinare gli attributi di un ecosistema sano. Ne consegue che tali criteri di valutazione sullo stato dell&#8217;ambiente dovrebbero essere basati sia su criteri biologici e ambientali che sul principio di funzionalità di un ecosistema in termini socio-culturali.<br />
Un ecosistema è considerato sano se è in grado di mantenere la sua integrità nonostante la presenza di stress esterni sia di origine antropica che naturale. Questa capacità di ritornare a condizioni normali dopo un evento di disturbo è nota come resilienza ed è una proprietà essenziale di un ecosistema. Tuttavia, oggi si assiste a una distruzione sistematica degli habitat, nel senso che troppo spesso viene superata la soglia di resilienza di un dato ecosistema. Non solo: la totale antropizzazione degli ambienti naturali sta anche rivelando insospettabili prospettive economiche.<br />
L&#8217;affare del recupero<br />
La crescente necessità delle popolazioni dei Paesi più ricchi di potere usufruire di ambienti naturali e incontaminati sta portando rapidamente le società avanzate a investire nel recupero ambientale. Dal momento che la distruzione degli habitat non è ancora &#8220;eticamente&#8221; deplorevole (e spesso non viene sanzionata), il degrado ambientale può dunque rappresentare uno dei maggiori investimenti dell&#8217;industria del recupero del prossimo futuro.<br />
Un esempio storico del circolo &#8220;virtuoso&#8221; degrado/recupero è legato all&#8217;industria bellica e a quella della ricostruzione e bonifica dei territori teatro degli scontri. Oltre alla produzione di armi pesanti, la produzione e vendita su larga scala di armi leggere e a basso costo (è il caso delle mine antiuomo) ha un duplice vantaggio: apre nuove frontiere del mercato bellico per nazioni con limitate capacità economiche e apre enormi prospettive per la successiva bonifica dei territori minati.<br />
Contro questo circolo &#8220;virtuoso&#8221;, oggi si sta (faticosamente) facendo strada la condanna morale della vendita di armi e, conseguentemente, gli ostacoli alla loro produzione e commercializzazione che rendono sempre meno remunerativa quest&#8217;attività. Analogamente nel campo del recupero ambientale si stanno aprendo nuovi mercati e l&#8217;ambiente si sta proponendo in modo prepotente come business del futuro. Ancora una volta, distruggere per ricostruire. L&#8217;ambiente terrestre appare ovviamente il primo obiettivo del degrado dovuto all&#8217;azione dell&#8217;essere umano. Rappresenta anche l&#8217;ambiente più occupato, sfruttato e sorvegliato. Scarichi domestici, scarichi industriali, scorie radioattive, l&#8217;utilizzo dell&#8217;ambiente per attività turistiche (parte integrante delle nostre attività produttive e abitudini vitali) contribuiscono al progressivo degrado degli ecosistemi sia terrestri che marini. In particolare il concetto di &#8220;territorio marino&#8221; è molto meno definito del concetto di territorio sulla terraferma. Nonostante sia soggetto a concessioni e regolamentazioni, il mare è &#8220;di tutti&#8221; e quindi risulta difficile individuare i soggetti che dovrebbero occuparsi della sua salvaguardia, ma non per questo la questione risulta meno importante e delicata.<br />
Per spezzare la logica del &#8220;degradare per poi bonificare&#8221; sarebbe fondamentale accettare la responsabilità umana sulle componenti dell&#8217;ecosistema, ma al contempo limitare il proprio controllo sull&#8217;ambiente. L&#8217;essere umano non può pensare di utilizzare l&#8217;ambiente sfruttandone le risorse per poi &#8220;risanarlo&#8221;, perché questo vuol dire semplicemente aumentare la dipendenza dell&#8217;ambiente dall&#8217;essere umano, e di conseguenza rendere ancora più artificiale l&#8217;ecosistema naturale. Quando parliamo di protezione ambientale nel senso di intervento umano (e.g., ingegneria ambientale, biorisanamento o biotecnologie ambientali), dovremmo riflettere attentamente sulle conseguenze effettive di tali interventi. L&#8217;auspicio sarebbe quello di rendere alla natura il principio dell&#8217;autoregolazione, secondo cui ogni ecosistema è in grado di assorbire un danno e ritrovare un determinato equilibrio. Questo concetto suggerisce un punto di contatto forte tra eco-etica e sostenibilità ambientale, perché il principio dell&#8217;autoregolazione dell&#8217;essere umano è il presupposto per ristabilire la compatibilità dello stesso con l&#8217;ambiente. Inoltre risulta fondamentale stabilire/definire che cosa è &#8220;bene/benefico&#8221; e cosa è invece &#8220;danno&#8221; per stabilire in una prospettiva a lungo termine ciò che è bene fare da ciò che non è giusto fare, in maniera indipendente rispetto a guadagni economici a breve scadenza. Produrre un danno nel presente che verrà scontato dalle generazioni future è infatti eticamente inaccettabile anche se prevedessimo una progressiva diminuzione del rischio ambientale.<br />
E&#8217; l&#8217;ora dell&#8217;ecologia<br />
E&#8217; necessario quindi quantificare il danno ambientale per identificare a priori ciò che riteniamo accettabile e ciò che riteniamo non accettabile. Ciò che non riusciamo a regolamentare, può essere deciso a priori: se noi stabiliamo a priori quello che è accettabile, possiamo già introdurlo come regolamentazione delle future attività dell&#8217;essere umano. Le politiche ambientali scelte e imposte a livello di Comunità Europea possono funzionare. L&#8217;adozione dell&#8217;uso della benzina verde ha determinato una forte diminuzione (di circa venti volte) dei livelli di piombo in mare. Ciò non vuol dire che si sia risolto il problema dell&#8217;inquinamento da scarichi di autoveicoli (anzi i nuovi catalizzatori e additivi possono avere a loro volta un diverso impatto sull&#8217;ambiente), ma dimostra che è possibile adottare delle politiche ambientali e, se le scelte si riveleranno giuste, ottenere buoni risultati.<br />
Gli strumenti di intervento esistono. L&#8217;economia però, se veramente vuole raggiungere gli obiettivi di sostenibilità, dovrebbe integrarsi con valori eco-etici. In futuro è auspicabile un confronto serrato tra economisti ed ecologi per discutere l&#8217;importanza dell&#8217;accettazione di principi precauzionali. Il sen-so di tali principi può essere sintetizzato con il concetto: &#8220;non inserire o utilizzare prodotti di cui non sia stata dimostrata l&#8217;innocuità da un punto di vista sanitario e ambientale&#8221;. Questo concetto si può facilmente applicare sia nel caso di prodotti chimici che per organismi geneticamente modificati. Credo che questo sia l&#8217;unico modo per operare correttamente nei confronti dell&#8217;ambiente, di noi stessi e soprattutto delle generazioni future.<br />
La conoscenza teorica e tecnico/applicativa del recupero ambientale costituisce una lacuna che necessita di essere sanata. Per fare ciò è necessaria una diretta cooperazione tra chi fa la ricerca (enti di ricerca e università) chi la promuove (Ministero dell&#8217;ambiente, Ministero delle politiche agricole e forestali, Ministero della ricerca scientifica e tecnologica), chi l&#8217;applica (piccole, medie e grandi imprese) e chi la richiede (istituzioni pubbliche e/o compagnie private).</p>
<p>BIBLIOGRAFIA<br />
1 &#8211; Danovaro R., Recupero Ambientale. Tecnologie, bioremediation e biotecnologie, Utet, Torino 2001.<br />
2 &#8211; Wayne S., Simon T.P., Biological Assessment and Criteria: Tools for Water Resource Planing and Decision Making, Lewis, Boca Raton 1995.<br />
3 &#8211; Naiman R.J., Watershed Management Balancing Sustainability and Enviromental Change, Springer, New York 1992.<br />
4 &#8211; Rapport D.J., Regier H.A., Hutchinson T.C., &#8220;Ecosystem Behavior Under Stress&#8221;, The American Naturalist, 125 (5), 1985, pp. 617-640.<br />
5 &#8211; U.S. Enviromental Protection Agency, The Volunteer Monitor&#8217;s Guide to Quality Assurance Project Plans, EPA 841-B-96-003, Office of Wetlands, &#8220;Oceans and Watersheds&#8221;. 1996.<br />
6 &#8211; Kay J., Francis G., Ecological Intergity and the Managment of Ecosystems, St. Lucia Press 1993.</p>
<p>MICROBIOLOGIA<br />
La sfida della bioremediation<br />
La straordinaria capacità metabolica dei batteri può aiutarci a ripulire l&#8217;ambiente. Ma per sfruttare questa biotecnologia è necessario razionalizzare la ricerca<br />
di Davide Zannoni</p>
<p>MICROBIOLOGIA<br />
La sfida della bioremediation<br />
di Davide Zannoni</p>
<p>Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI GLOBALI mailto:<a href="mailto:redazione@galileonet.it">redazione@galileonet.it</a> <a href="http://www.galileonet.it/" target="_blank">http://www.galileonet.it</a><br />
Davide Zannoni è professore di Microbiologia gnerale all&#8217;Università di Bologna</p>
<p>Uno degli aspetti che caratterizzano lo sviluppo economico di quest&#8217;ultimo secolo è il progressivo e rapido deterioramento dell&#8217;ambiente. Apparentemente il binomio &#8220;sviluppo = inquinamento ambientale&#8221; è stato acquisito anche nell&#8217;immaginario collettivo come una equazione necessaria ed ineluttabile. Tuttavia, è giunto il momento (o forse è già troppo tardi) di invertire questa tendenza e di correre ai ripari. La ricetta che propongono i microbiologi è molto semplice: per riparare almeno in parte le conseguenze devastanti dell&#8217;attività umana sul pianeta, dobbiamo chiedere aiuto ai microrganismi.<br />
La salute dell&#8217;ambiente e quella dell&#8217;uomo sono strettamente correlate. E&#8217; quindi sorprendente rilevare come le pagine dei quotidiani diano raramente spazio alle ricerche sul risanamento ambientale; contrariamente, le notizie che riguardano gli studi sul genoma umano e sulle malattie umane (alcune dovute al deterioramento dello stato ambientale) trovano la massima attenzione dei media. Ne deriva che la valenza strategica delle ricerche sul genoma umano prevalga anche nelle linee guida dei Programmi Nazionali di Ricerca (Pnr) dei Paesi industrializzati per le implicite ricadute su tutti quei processi produttivi e tecnologici che &#8220;ruotano&#8221; attorno al problema delle malattie umane: tecniche di Dna ricombinante, sviluppo di nuovi farmaci anti-tumorali, materiali biocompatibili, vaccini geneticamente ingegnerizzati, biosensori. Tutto ciò non ci sorprende e per certi versi è da considerarsi &#8220;politicamente corretto&#8221;. Tuttavia, gli investimenti per quella che potremmo definire la &#8220;grande biologia&#8221; sono solo in parte giustificati. Se è ovvio che il maggior beneficiario degli studi sul genoma umano sarà, si spera, tutta l&#8217;Umanità, è anche vero che il &#8220;significato&#8221; o per meglio dire &#8220;il peso specifico&#8221; del genoma umano nel contesto generale dell&#8217;insieme degli organismi viventi è ben poca cosa. Per esempio, in termini di diversità enzimatica, il nostro Dna contiene le informazioni per attivare il metabolismo di un ridotto numero di nutrienti. Inoltre, noi umani non possiamo resistere in nessun modo a bruschi cambiamenti ambientali o insulti di tipo chimico-fisico (per esempio: pH acido o basico, radiazioni ad alta energia, stress nutrizionale, mancanza di ossigeno, alta o bassa pressione) dimostrando la nostra limitata adattabilità metabolica. A tutto ciò, si contrappone la straordinaria &#8220;biodiversità microbica&#8221;.<br />
I microrganismi rappresentano le forme di vita che hanno avuto maggior successo nella colonizzazione del nostro pianeta occupando tutti gli ambienti, inclusi quelli definiti come inospitali o estremi. Molti batteri vivono a temperature superiori ai 100 °C, a pH 1-2, e a pressioni superiori alle 400 atmosfere pur essendo provvisti di un Dna contenente circa l&#8217;1% dei geni presenti nel genoma umano. Questa limitata capacità genica è tuttavia in grado di definire e coordinare una complicata e perfetta macchina metabolica che consente ai batteri di crescere e proliferare. Infatti, una caratteristica prevalente nei microrganismi presenti nel suolo o nelle acque è la possibilità di utilizzare una enorme varietà di composti organici e di sostituire l&#8217;ossigeno in condizioni anaerobiche con composti inorganici come zolfo, solfati, nitrati, nitriti, solfossidi ed altro. Questa plasticità metabolica rende l&#8217;uomo, che ha una crescita unicamente legata alla presenza di ossigeno, un organismo ridicolmente semplice dal punto di vista metabolico.<br />
Mentre gli organismi superiori (includendo anche quelli formati da una sola cellula) sono presenti sul nostro pianeta da circa 1 miliardo di anni, i batteri sono più &#8220;vecchi&#8221; di almeno 2 miliardi di anni ed hanno avuto pertanto più possibilità di adottare molteplici modalità metaboliche ed adattarsi a mutevoli situazioni ambientali. In questo senso è pertanto ragionevole pensare che tutti i meccanismi molecolari adottati dai viventi per trarre energia dall&#8217;ambiente siano stati preventivamente &#8220;provati&#8221; in termini di efficienza da qualche specie batterica presente sul pianeta. In aggiunta, la lunga esposizione a numerose classi di composti organici e inorganici (anche tossici) ha creato le condizioni per una pressione selettiva che ha indotto l&#8217;evoluzione di nuovi enzimi catabolici capaci di degradare o modificare i composti di partenza. In pratica, milioni e milioni di anni di &#8220;stress ambientali&#8221; hanno prodotto dei catalizzatori biologici con una specificità ed efficienza inimmaginabili per nessun processo industriale creato dall&#8217;uomo. Infatti, i meccanismi molecolari adottati da enzimi come le mono- o le di-ossigenasi che rappresentano la prima via di attacco a molti composti aromatici da parte dei più comuni microrganismi del suolo, restano a tutt&#8217;oggi una formidabile sfida intellettuale per gli esperti di ingegneria delle reazioni chimiche. In molti casi, si sono evolute delle vie metaboliche in grado di degradare, completamente o in parte, sostanze altamente recalcitranti e cancerogene come i policlorobifenili (Pcb) o sostanze tossiche, anche se &#8220;naturali&#8221;, come gli idrocarburi. Tuttavia, a seguito dell&#8217;industrializzazione e dell&#8217;urbanizzazione, sono state rilasciate e si continuano a rilasciare nell&#8217;ambiente tonnellate di specie chimiche (xenobiotici dal greco xenos, estraneo) che non sono mai state presenti in quantità apprezzabile nella biosfera. Tra questi composti i più resistenti all&#8217;azione degradativa dei microrganismi sono quelli che presentano legami cloro-carbonio e azoto-carbonio. I policlorobifenili, le clorodiossine, i composti nitroaromatici e simili, rappresentano alcune delle sostanze che causano situazioni di allarme ambientale nella collettività quando, accidentalmente, vengono riversate nella biosfera. Non a caso l&#8217;attuale legislazione italiana in materia di inquinamento chimico (derivazione della cosiddetta &#8220;Seveso 2&#8243;), risente senza dubbio delle esperienze legate ai grandi disastri ambientali a partire dagli anni &#8217;70: Icmesa di Seveso (1976), Acna di Cengio (1988), Farmoplant di Massa Carrara (1988), petroliera Haven nella rada di Genova (1991), sono solo alcuni tra gli esempi più eclatanti. In questo senso, i microrganismi sono venuti in contatto con la miriade di composti xenobiotici generati dall&#8217;uomo solo durante gli ultimi 100 anni, un periodo di tempo che rappresenta &#8220;un battito di ciglia&#8221; in termini di evoluzione. Questo significa che molti dei batteri che conosciamo oggi non hanno ancora &#8220;imparato&#8221; (cioè a dire: non sono stati selezionati) a degradare molte sostanze xenobiotiche.<br />
Se i grandi disastri ambientali hanno sensibilizzato l&#8217;opinione pubblica sui problemi legati allo sviluppo di una &#8220;chimica pulita&#8221; che generi prodotti biodegradabili (green chemistry) e alla necessità di indirizzare la crescita economica ed industriale del Paese tenendo conto anche dell&#8217;impatto che le attività umane hanno sull&#8217;ambiente, poca attenzione è stata posta su di un tipo di inquinamento, ancora largamente sconosciuto sia su scala locale che globale: l&#8217;utilizzo massiccio di antibiotici, ormoni e sostanze immuno-regolatrici per l&#8217;allevamento animale. E&#8217; stupefacente come l&#8217;immissione di queste sostanze nella biosfera sia scarsamente controllata e pertanto le ripercussioni che si avranno nell&#8217;ambiente non sono attualmente prevedibili; da qui, la necessità di costruire nuovi farmaci con accertata biodegradibilità è sicuramente prioritaria nell&#8217;ambito dei futuri piani di ricerca legati all&#8217;industria farmaceutica. Anche in questo caso, la conoscenza delle potenzialità enzimatiche dei microrganismi sarà la chiave per assicurare la salute ambientale.<br />
Di fronte alle emergenze ambientali appena accennate, i microbiologi molecolari che si occupano di bioremediation hanno posto da tempo a tutta la comunità (scientifica e non) la seguente domanda: dobbiamo aspettare che i microrganismi &#8220;vengano selezionati&#8221; dagli xenobiotici riversati continuamente nella biosfera o vale la pena intervenire per accelerare questo processo? In altri termini: possiamo permetterci di attendere che l&#8217;ambiente inquinato induca in tempi non definibili ma certamente lunghi (almeno svariati decenni) la selezione di &#8220;nuovi batteri&#8221; che possano degradare le sostanze attualmente recalcitranti, o l&#8217;emergenza è tale che dobbiamo tentare la &#8220;costruzione in vitro&#8221; di batteri provvisti di nuovi enzimi?<br />
Ingegneria genetica e bioremediation<br />
Già da molti decenni i microbiologi ambientali hanno isolato e caratterizzato molte specie batteriche in grado di crescere su complesse o inusuali fonti di energia (pesticidi, idrocarburi, solventi, erbicidi ecc.) senza tuttavia comprenderne appieno i meccanismi molecolari specifici. Solo con l&#8217;avvento e la massiccia utilizzazione delle tecniche di genetica molecolare sono stati fatti passi fondamentali per la delucidazione a livello genetico delle vie metaboliche implicate, creando così i presupposti per quella che viene comunemente definita &#8220;ingegneria genetica o tecnica del Dna ricombinante&#8221;. Quest&#8217;ultimo approccio prevede la possibilità di effettuare procedure di &#8220;taglia e incolla&#8221; di segmenti di Dna tra specie batteriche non necessariamente affini e pertanto di intervenire direttamente su pacchetti di geni (operoni), che regolano ben definite vie metaboliche. Già dalle fine degli anni &#8217;80 il gruppo di ricerca diretto da Ken Timmis presso l&#8217;Università di Ginevra aveva dimostrato come fosse possibile in laboratorio &#8220;combinare geni&#8221; di varia origine in batteri aerobi del genere Pseudomonas, rendendoli così in grado di degradare miscele complesse di cloro- ed alchil-benzoati [1]. Negli stessi anni, l&#8217;opinione pubblica mondiale venne sensibilizzata verso i problemi ambientali a seguito dell&#8217;incidente della petroliera Exxon Valdez sulle coste dell&#8217;Alaska (marzo 1989); gli interventi messi in atto per rimuovere le migliaia di tonnellate di idrocarburi (per un costo stimato di circa un miliardo e mezzo di dollari) misero in luce le straordinarie possibilità delle tecniche di bioremediation basate sull&#8217;uso di microrganismi appositamente selezionati per la degradazione di un ben definito inquinante [2].<br />
I risultati incoraggianti ottenuti sulle coste dell&#8217;Alaska con le procedure di bioremediation basate sull&#8217;attivazione e selezione della popolazione microbica residente (autoctona), non hanno dato seguito a risultati altrettanto brillanti allorquando sono stati introdotti nell&#8217;habitat inquinato microrganismi estranei (alloctoni) e/o ingegnerizzati. Si è ipotizzato pertanto che in un ambiente naturale, le condizioni alle quali l&#8217;organismo estraneo viene sottoposto, siano molto diverse da quelle di laboratorio, in genere &#8220;ottimali e controllate&#8221;. Questo tuttavia non è sempre vero perché anche su piccola scala di laboratorio, il microrganismo aggiunto a campioni naturali (microcosmi) deve rapidamente adattarsi a condizioni di stress ambientale (presenza di inquinanti) e inoltre deve competere con la popolazione microbica autoctona che spesso ha il sopravvento nel giro di poche settimane. Questi, ed altri problemi, hanno reso il lavoro dei microbiologi e degli ingegneri ambientali alquanto complesso ed il cammino per definire le reali possibilità delle tecniche basate sull&#8217;utilizzo di batteri alloctoni (bioaugmentation), è al momento ancora in salita e irto di insidie.<br />
Pur con tutti i limiti insiti nelle tecniche di bioremediation, l&#8217;opinione pubblica e le Agenzie per il finanziamento della ricerca Europea, Statunitense e Giapponese sull&#8217;ambiente, si sono fin dal principio dimostrate particolarmente sensibili alle ricerche tese a favorire lo sviluppo delle tecniche fondate sull&#8217;impiego dei microrganismi. Questi studi hanno tuttavia subito una fase di rallentamento agli inizi degli anni Novanta quando è risultato chiaro a tutti che in parallelo a queste tecnologie (che potremmo definire di tipo &#8220;naturale&#8221;), si erano messe a punto le procedure per la creazione di batteri ricombinanti (cioè ingegnerizzati), e che durante il &#8220;processo di costruzione e selezione&#8221; di microrganismi potenzialmente utilizzabili in bioremediation, si era fatto largo uso di marcatori molecolari (&#8220;cassette di resistenza&#8221;), in grado di conferire al microrganismo la capacità di crescere in presenza di uno o più antibiotici. La potenziale pericolosità di rilasciare in ambiente (anche confinato) organismi resistenti agli antibiotici e quindi teoricamente in grado di trasferire la resistenza ad altri batteri (in particolare patogeni), fu immediatamente recepita dall&#8217;opinione pubblica e dalle Agenzie ambientali internazionali indirizzando la ricerca (almeno quella pubblica) verso progetti tesi alla identificazione di nuovi marcatori genetici di tipo non-antibiotico, per esempio la &#8220;resistenza ai metalli pesanti&#8221;. Raggiunto questo importante obiettivo, i dubbi sull&#8217;utilizzo di microrganismi ricombinanti in sistemi &#8220;controllati e confinati&#8221; (tecniche definite ex situ) si sono largamente dissolti. Attualmente, i progetti di ricerca portati avanti in molti laboratori di biotecnologie microbiche, vanno nella direzione di &#8220;attrezzare&#8221; il batterio ricombinante non solo con le vie enzimatiche idonee alla biodegradazione del composto desiderato, ma anche con gli enzimi necessari alla produzione di composti che aumentino la biodisponibilità dell&#8217;inquinante (biosurfattanti). Quest&#8217;ultimo aspetto è infatti di straordinaria importanza per la fattibilità del processo degradativo: è implicito che se l&#8217;inquinante (o la miscela di inquinanti) non è solubile o scarsamente solubile in acqua, avrà ben poche possibilità di essere degradato dal microrganismo.<br />
Il falso dilemma: attendere o agire?<br />
Tutti sappiamo che l&#8217;ecosistema si regge su regole scarsamente conosciute e su sottili equilibri solo in parte definiti. Sappiamo anche, tuttavia, che l&#8217;ambiente nel quale l&#8217;uomo vive è fortemente degradato a causa delle attività umane altamente inquinanti. Esistono perciò varie scuole di pensiero, all&#8217;interno della comunità scientifica, che stanno dibattendo da anni su quali siano le procedure più efficaci e meno rischiose per l&#8217;ecosistema nelle tecniche di bioremediation. Semplificando all&#8217;estremo i concetti dibattuti, i fautori della tesi di un immediato utilizzo di microrganismi ricombinanti sostengono che, tutto sommato, le tecniche del Dna ricombinante producono in laboratorio, e in breve tempo, ciò che &#8220;in natura&#8221; verrebbe comunque fatto in tempi enormemente più lunghi. In aggiunta, non esiste allo stato delle cose nessuna evidenza che il rilascio di un microrganismo costruito ad hoc per nutrirsi di uno o più composti tossici (per l&#8217;uomo) possa creare dei danni all&#8217;ecosistema. Al contrario, il rischio di mantenere quantità enormi di inquinanti nell&#8217;ambiente è reale, e non può essere ulteriormente ignorato. A questa linea per così dire &#8220;interventista&#8221;, si contrappone la scuola di pensiero che propugna la natural attenuation (attenuazione naturale) come procedura non invasiva e rispettosa dell&#8217;ecosistema. In pratica, i sostenitori di questa tecnica, definita dai propri detrattori come &#8220;del non fare&#8221;, sostengono che in molti casi le comunità microbiche naturali hanno nel loro interno le potenzialità per evolvere in tempi medio-lunghi (alcuni decenni), verso la selezione di specie in grado di attenuare o annullare del tutto i rischi associati al contaminante. Questa procedura richiede ovviamente delle profonde conoscenze biogeochimiche su quelle che potrebbero essere le dinamiche all&#8217;interno del sito contaminato, in modo da prevedere fin dal principio l&#8217;evoluzione positiva o negativa del processo di attenuazione dell&#8217;inquinante. L&#8217;attenuazione non deve necessariamente essere intesa come un processo di distruzione o di biodegradazione dell&#8217;inquinante in quanto potrebbe anche implicare l&#8217;immobilizzazione del contaminante stesso (per es. su particelle del suolo), diminuendone così i rischi per l&#8217;uomo e l&#8217;ambiente. Recentemente la natural attenuation è stata ufficialmente riconosciuta dalla US Environmental Protection Agency (Epa) come &#8220;un approccio di risanamento basato sulla conoscenza e l&#8217;analisi quantitativa dei processi naturali a protezione dell&#8217;uomo contro i rischi derivanti dall&#8217;esposizione a pericolosi contaminanti&#8221; [3].<br />
Da quanto detto risulta in modo evidente l&#8217;assoluta necessità che gli studi sulle tecniche di bioremediation non solo proseguano, ma vengano affrontati su scala organizzativa e finanziaria più ampia, e soprattutto in modo interdisciplinare. Sappiamo molto, anche se in modo confuso e frammentato [4], ma ciò che sappiamo è ancora troppo poco per affrontare il problema in modo organico. Visti i ripetuti fallimenti, anche in esperimenti su piccola scala e a breve termine, il rilascio in ambiente di batteri geneticamente modificati resta al momento solo uno scottante argomento di discussione fin qui utilizzato dai detrattori delle ricerche molecolari in microbiologia per tagliare i finanziamenti nel settore.<br />
In definitiva, non appare ragionevole abbandonare, almeno come sviluppo delle ricerche, una strada, quella &#8220;biotecnologica&#8221;, a favore dell&#8217;altra, quella &#8220;naturale&#8221;, in quanto le casistiche di contaminazione con cui si ha a che fare (per diversità di inquinanti e di comparti interessati all&#8217;inquinamento), sono tali da poter richiedere, per la bonifica dei siti a costi sostenibili, i diversi approcci: a) natural attenuation supportata da approfondite analisi di rischio nei casi di rischi non elevati, b) biostimolazione della biomassa autoctona mediante attuazione di opportuni processi nei casi in cui la biomassa si riveli sufficientemente efficace, c) introduzione di biomassa selezionata e accresciuta a partire da quella autoctona nei casi in cui sia particolarmente lungo e difficoltoso l&#8217;accrescimento della biomassa nelle condizioni presenti nel sito, ed infine d) l&#8217;uso di biomassa alloctona (microrganismi ingegnerizzati) in bioreattori strettamente confinati.<br />
La nuova frontiera: microrganismi &#8220;non coltivabili&#8221;<br />
Non esistono al momento dati certi sulla biodiversità microbica. Tuttavia, da una stima molto attendibile, possiamo affermare che le conoscenze sulla biochimica e fisiologia dei microrganismi riguardano una piccolissima percentuale (circa 0.1%) di tutte le specie batteriche che popolano il pianeta, in quanto questa frazione è composta da specie coltivabili in laboratorio. Pertanto, se abbiamo imparato così tanto in termini di bioremediation solo studiando una frazione del mondo microbico, le potenzialità ancora nascoste in quei batteri che i ricercatori non sono ancora riusciti a coltivare in vitro, sono del tutto inimmaginabili. La prova certa, anche se indiretta, di questo immenso patrimonio biologico inesplorato è emersa molti anni fa (1996), allorquando il genoma di un microrganismo &#8220;estremo&#8221; (Methanococcus jannaschii) è stato per la prima volta sequenziato e confrontato con quello di batteri più comuni (per esempio Escherichia coli). Sorprendentemente, più del 50% del genoma di M. jannaschii non aveva una controparte in E. coli a dimostrazione di quanto poco conosciamo della genomica batterica e delle sue potenziali applicazioni anche finalizzate all&#8217;ambiente. Se questo è vero per un batterio come M. jannaschii incluso nello 0.1% di specie coltivabili, le ricerche legate alla conoscenza del 99.9% di batteri definiti &#8220;non-coltivabili&#8221; rappresentano la nuova frontiera della microbiologia ambientale. Infatti, nessuno conosce l&#8217;influenza nell&#8217;ambito dei cicli biogeochimici delle popolazioni batteriche non-coltivabili, e ancora meno noti sono i fattori che determinano la loro non-coltivabilità. A questo riguardo negli ultimi anni è apparsa un&#8217;ampia letteratura sui segnali di natura chimica che i singoli componenti di una comunità batterica si scambiano tra loro. Questo singolare fenomeno, chiamato quorum sensing (percezione della densità critica), coinvolge tutti quei meccanismi (largamente sconosciuti), che regolano la crescita e le interazioni di una popolazione di microrganismi. In altri termini, la scarsa o abbondante crescita di una colonia batterica non sarebbe casuale o, come la logica suggerirebbe, dipendente da questo o quel nutriente, ma sarebbe determinata da &#8220;regole precise&#8221; codificate a livello genico. La nostra previsione è che nel prossimo decennio l&#8217;avanzamento delle conoscenze sui fattori genetici che regolano il quorum sensing, ci permetterà di &#8220;agire&#8221; sui meccanismi che determinano la non-coltivabilità di molte specie batteriche, la cui presenza in ambiente è attualmente dimostrabile solo sotto forma di materiale genetico. Le tecniche molecolari infatti (vedi spalla), ci permettono già da ora di estrarre e amplificare il Dna da campioni ambientali e confrontarlo con le sequenze conosciute in modo da determinarne la specie d&#8217;appartenenza (analisi in silico). Queste tecniche sono fondamentali non solo per la identificazione delle specie presenti in un determinato habitat (coltivabili e non), ma anche e soprattutto per conoscere la dinamica delle popolazioni sottoposte a stress ambientali.<br />
Siamo in grado di affrontare &#8220;l&#8217;eccesso di biodiversità&#8221;?<br />
Alcuni ricercatori sostengono, in modo del tutto provocatorio, che non ha senso aumentare il livello delle nostre conoscenze sulla biodiversità microbica, in quanto già oggi siamo impotenti e incapaci di coordinare l&#8217;immensa quantità di informazioni, che ci deriva dalla ricerca mondiale nel settore. Secondo le ultime stime, i microrganismi analizzati fino a oggi sono in grado di degradare 650 composti diversi, utilizzando circa 450 enzimi che generano almeno 700 reazioni di interesse per la bioremediation. Nonostante ciò, possiamo predire il destino e l&#8217;effetto di molte sostanze tossiche o cancerogene solo su piccola scala e in sistemi circoscritti. Troppo poco! In buona sostanza si ravvisa l&#8217;esigenza prioritaria di razionalizzare in modo trasversale il complesso delle nozioni teorico-applicative, creando una &#8220;solida rete informatica dedicata&#8221; che analizzi in modo intelligente (reti neurali), le informazioni in nostro possesso. Questo lavoro necessiterebbe di uno sforzo organizzativo e finanziario paragonabile a quello già fatto nei settori della fisica, della ricerca spaziale, della biologia molecolare e dell&#8217;astrofisica. In effetti, il Cern (fisica delle particelle), l&#8217;Esa (agenzia spaziale europea), l&#8217;Embl (Laboratorio europeo per la biologia molecolare), l&#8217;Eso (Osservatorio europeo per l&#8217;astrofisica) non hanno una controparte specifica nel settore della microbiologia ambientale e tanto meno nel sotto-settore della bioremediation.<br />
Ricerca di base e bioremediation: la situazione italiana<br />
Appare chiaro da quanto detto, che le politiche nazionali dei Paesi industrializzati non possono ulteriormente trascurare i problemi connessi ai rischi ambientali. La domanda che sorge spontanea a questo punto è: il nostro Paese è dotato di mezzi, strutture e competenze adeguate per affrontare la sfida ambientale?<br />
Il Programma Nazionale di Ricerca (Pnr) approvato nel maggio del 2000, presentava una interessante &#8220;fotografia&#8221; dello stato della ricerca scientifica nel nostro Paese. Spulciando tra le numerose pagine, risultava che nel 1990 la spesa globale per Ricerca &amp; Sviluppo (R&amp;S) in rapporto al Prodotto Nazionale Lordo (Pil), era di 1.3%; nel 2000 tale valore era sceso a 1.03, con una diminuzione del 23%. Nel 1997 l&#8217;Italia spendeva in ricerca di base lo 0.24% del Pil, (nel 1993 era lo 0.26) con una incidenza delle imprese pari a 0.01%. Nel periodo 1990-97 il numero di addetti alla ricerca, su 10.000 occupati, era aumentato del 6% contro il 100% in Finlandia, 50% in Spagna, 26% in Giappone e 22% in Francia. Nel 2000 il numero totale dei ricercatori in Italia era il 72% della media dei Paesi Ue, contro il 45% della media USA e il 41% del Giappone, con una età media degli addetti (Cnr, Enea e università) compresa tra 48 e 54 anni. Da queste scarne cifre risultava pertanto che il lavoro di ricerca in Italia, oltre che essere sottodimensionato ed esposto ad un rapido processo di invecchiamento degli addetti, offriva prospettive tali da non renderlo più attraente e competitivo per i giovani. In aggiunta la ricerca di base, finanziata al 96% dallo Stato, era praticamente inesistente nelle imprese.<br />
Anche se i dati sopra esposti si riferiscono al 2000, è abbastanza evidente che a tutt&#8217;oggi la situazione non è certamente mutata. Purtroppo le statistiche presentate nelle Linee Guida per la Politica Scientifica e Tecnologica del Governo (aprile 2002), non sono direttamente confrontabili con quelle del piano precedente; tuttavia, in alcuni punti giungono alle stesse conclusioni ovvero che &#8220;per la spesa in R&amp;S, l&#8217;Italia è ultima nella fascia dei Paesi con PIL compreso fra 20.000/25.000 dollari pro-capite, mentre in termini di dimensione del mercato del lavoro per attività R&amp;S, l&#8217;Italia è in coda alla graduatoria dei Paesi industrializzati seguita solo da Grecia, Spagna e Portogallo&#8221;.<br />
La situazione non certo incoraggiante appena delineata si inserisce in una realtà internazionale nella quale i summit di Marrakech e di Kyoto hanno dimostrato che l&#8217;opinione pubblica chiede agli &#8220;esperti&#8221; previsioni certe sui cambiamenti globali che interessano il nostro pianeta. E&#8217; implicito che queste risposte non possono e non potranno essere mai date senza che vi sia, dal punto di vista politico, la consapevolezza che solo potenziando (con finanziamenti e strutture adeguate) la ricerca di base, potremo raggiungere un livello di conoscenze sufficienti per prevenire e risolvere i problemi che affliggono l&#8217;ambiente in cui viviamo. In tutto questo i microrganismi sono una componente chiave dei cicli biogeochimici e sono i principali attori nelle tecniche di bioremediation. La nostra speranza, sia nella veste di comuni mortali che in quella di ricercatori, è che i generici intendimenti programmatici presenti nel PNR nazionale per il periodo 2003-2006 (&#8220;garantire un rilevante contributo alla soluzione dei problemi posti dallo sviluppo sostenibile, dal cambiamento globale, dalla sicurezza degli alimenti e dai rischi per la salute&#8221;), vengano tradotti in atti concreti. In attesa che questo avvenga siamo certi che i batteri continueranno silenziosamente a darci una mano per mantenere l&#8217;ambiente più pulito.</p>
<p>BIBLIOGRAFIA<br />
[1] Timmis K. N. et al., Science, 235, 1987, pp. 593-596.<br />
[2] Harvey S. et al., Biotechnology, 8, 1990, pp. 228-230.<br />
[3] USEPA_SAB, &#8220;Monitored Natural Attenuation&#8221;, USEPA Research Program (1400A) 2001.<br />
[4] De Lorenzo, V., Environmental Microbiology, 4, 2002, pp. 6-8.</p>
<p>TECNOLOGIE<br />
Strategie per riconquistare terreno<br />
La scelta della tecnica di bonifica deve tener conto delle caratteristiche del sito e del rapporto costi-benefici<br />
di Gabriele Fava e Daniela Sani</p>
<p>TECNOLOGIA<br />
Strategie per riconquistare terreno<br />
di Gabriele Fava e Daniela Sani<br />
Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI GLOBALI mailto:<a href="mailto:redazione@galileonet.it">redazione@galileonet.it</a> <a href="http://www.galileonet.it/" target="_blank">http://www.galileonet.it</a><br />
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Gabrile Fava è professore di Tecnologia e chimica applicata alla tutela dell&#8217;ambiente all&#8217;Università di Ancona<br />
Daniela Sani è ricercatrice a contratto all&#8217;Università di Ancona<br />
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<p>La crescente sensibilità sia degli Enti Pubblici che Privati verso il problema della contaminazione degli insediamenti industriali, aree dismesse, discariche abusive, unitamente all&#8217;elevato numero di dismissioni di siti industriali sui quali in molti casi si sono concentrati ingenti interessi economici finalizzati al loro cambio di destinazione d&#8217;uso, ha riproposto l&#8217;interesse in tema di bonifiche di siti contaminati. Per sottolineare l&#8217;entità del fenomeno, secondo una stima del Ministero dell&#8217;Ambiente, in Italia i siti contaminati da inquinamento industriale sarebbero almeno 11.000 [1]. L&#8217;emanazione del D.Lgs. 22/97 (&#8220;Decreto Ronchi&#8221;) e del connesso D.M. 471/99 [2-3] hanno affrontato la regolamentazione del tema specifico: stabilendo i limiti di accettabilità di contaminazione dei suoli, delle acque superficiali e sotterranee; fissando i criteri e le procedure amministrative con cui debbono essere condotte le bonifiche dei siti inquinati ed i relativi controlli ed individuando dei criteri generali per la progettazione degli interventi di bonifica. Molto complessa è la scelta della migliore strategia di recupero dell&#8217;area che deve essere fatta in base alle caratteristiche del sito e dopo un&#8217;attenta analisi dei costi/rischi/benefici relativa e in particolare dei costi della tecnica di bonifica e di gestione dell&#8217;area per la messa in sicurezza e dei rischi e benefici derivanti dal recupero dell&#8217;area. Nel caso di contaminazione del terreno, la scelta della tecnologia di bonifica deve essere valutata anche in relazione agli effetti finali sulla qualità del suolo. Di seguito verranno descritte alcune delle tipologie di inquinamento e ripristino ambientale, attualmente più diffuse.<br />
Gli inquinanti<br />
Molteplici posso essere le tipologie di inquinamento dei terreni e il più delle volte sono legate ai processi produttivi (incluso lo smaltimento dei rifiuti non controllato) preesistenti nell&#8217;area inquinata. Gli inquinamenti più diffusi sono legati alla presenza di classi di composti chimici che più frequentemente è possibile rinvenire. In una classifica elaborata dall&#8217;Epa (Environmental Protection Agency) ai primi posti sono elencati: 31 cloroalifatici; 26 pesticidi; 17 idrocarburi policiclici aromatici; 15 composti cloroaromatici; 13 aromatici semplici; 13 composti azotati, ai quali vanno aggiunti anche 13 metalli pesanti [4]. Di seguito esaminiamo più nel dettaglio alcune di queste classi e le loro principali caratteristiche tossicologiche.<br />
Composti organici volatili alifatici. Gli idrocarburi alifatici (sostanze organiche a basso peso molecolare) sono inquinanti molto comuni nelle zone industriali e commerciali e spesso si rinvengono insieme a oli e a gas. Prevalentemente, sono derivate dal petrolio e tendono ad evaporare nell&#8217;atmosfera piuttosto che rimanere sulla superficie del terreno o dell&#8217;acqua. Il processo di evaporazione inizia subito dopo lo sversamento nell&#8217;ambiente e i prodotti più leggeri possono evaporare completamente insieme a una frazione significativa di petrolio raffinato. Nell&#8217;ambito della tossicologia non sono da ritenersi tra i più tossici: l&#8217;esano è da annoverare tra i più pericolosi. Al momento, nessun alcano, a eccezione degli alcani clorurati e alogenati in genere, è indicato come cancerogeno, teratogenico o mutanogenico.<br />
Composti organici volatili aromatici (Btex). Tramite la sigla Btex si individuano composti organici volatili quali benzene, toluene, etilbenzene e xilene. Solitamente tali sostanze si associano al rischio per l&#8217;uomo e sono menzionati per la loro tossicità, pericolosità e cancerogeneità (benzene). Nella letteratura le conoscenze sulle proprietà tossicologiche di molte di queste sostanze non sono consolidate ma si ritiene che a esse si possano associare alcuni effetti immunologici, riproduttivi, fetotossici e genotossici.<br />
Idrocarburi policiclici aromatici (Pah). Gli idrocarburi policiclici aromatici, sono composti organici semivolatili. Tali composti sono presenti nel petrolio grezzo, negli oli minerali usati, nei fumi da combustione incompleta, nel catrame di carbone. Sono stati individuati più di 100 Pah differenti che sono presenti in genere come miscela. I Pah sono composti chimici solidi caratterizzati da elevata tensione di vapore; i più volatili sono incolore o giallo-verdi chiari. Molti di essi hanno odore gradevole. Alcuni sono annoverati tra i più potenti cancerogeni e, dato che sono prodotti della combustione incompleta di materiale organico in genere (carbone, petrolio, legno, tabacco), sono molto diffusi e possono rappresentare una causa dominante del cancro nell&#8217;uomo e del danneggiamento del Dna.<br />
Fenoli. I fenoli sono prodotti di ossidazione intermedia degli idrocarburi aromatici. I fenoli più semplici sono liquidi o solidi bassofondenti che hanno punti di ebollizione molto alti e sono più solubili in acqua rispetto agli altri aromatici. Queste sostanze di per sé sono incolori e sono caratterizzati da una debole acidità.<br />
Metalli pesanti. I metalli pesanti che più frequentemente si rinvengono in ambiente sono: alluminio, antimonio, arsenico, bario, berilio, cadmio, cromo (III), cromo (IV), rame, manganese, mercurio, nickel, piombo, selenio, tallio. Rispetto agli inquinanti organici, hanno come caratteristiche quella di non poter essere distrutti e di bioaccumularsi (nei tessuti biologici degli animali e dell&#8217;uomo), inoltre, essendo in genere sotto forma di ioni e quindi più solubili, risultano mobili nell&#8217;ambiente.<br />
Le tecnologie<br />
Su un terreno inquinato due sono le strategie principali di intervento possibili: la messa in sicurezza permanente e la bonifica del sito vera e propria. La prima viene definita come l&#8217;insieme degli interventi atti a isolare in modo definitivo le fonti inquinanti rispetto alle matrici ambientali circostanti (il suolo, le falde e l&#8217;aria). E&#8217; applicata solo quando non è possibile procedere alla rimozione degli stessi pur applicando le migliori tecnologie disponibili a costi sopportabili. La bonifica di un sito viene, invece, definita come l&#8217;insieme degli interventi atti a ridurre le concentrazioni delle sostanze inquinanti nel suolo, nel sottosuolo, nelle acque sotterranee o nelle acque superficiali a valori di concentrazione limite stabiliti ed accettabili per la destinazione d&#8217;uso prevista dagli strumenti urbanistici. La scelta della tecnologia più idonea è l&#8217;elemento più importante per la riuscita dell&#8217;intervento in termini sia di efficacia nella riduzione di concentrazione che di costi, ma è limitata dall&#8217;applicabilità alle diverse e specifiche situazioni ambientali.<br />
Fra i trattamenti di bonifica distinguiamo in particolare quelli in sito e quelli ex sito. I primi, cioè quelli che impiegano tecnologie che non richiedono la rimozione del terreno inquinato, sono meno costosi perché non prevedono le attività di scavo e di trasporto ma sono più difficili da controllare e da valutare in termini di prestazioni raggiunte e richiedono inoltre tempi più lunghi di trattamento. In circostanze di contaminazione al di sotto di strutture esistenti o al di sotto della linea di falda la scelta di intervenire in sito è peraltro obbligata.<br />
Nei trattamenti ex sito, il materiale inquinato viene rimosso e quindi decontaminato; l&#8217;intervento poi può essere eseguito off site o on site cioè al di fuori o all&#8217;interno dell&#8217;area da bonificare. In questo caso i trattamenti richiedono tempi di esecuzione più brevi in quanto più controllabili, poiché è più facile intervenire sui parametri di processo e ottimizzarli. Le attività di rimozione, stoccaggio e trasporto del materiale, causano spesso però problemi di sicurezza e di cattivi odori a cui è necessario porre rimedio.<br />
Esistono oggi giorno diverse tipologie di trattamento di bonifica, alcune ormai consolidate altre ancora in via di sviluppo, individuabili in tre gruppi principali: trattamenti biologici; trattamenti termici; trattamenti chimico-fisici.<br />
Confrontando i quantitativi di terreno che annualmente vengono sottoposti a decontaminazione in Germania (figura sopra), si nota come la tecnologia più applicata attualmente sia il trattamento biologico [5]. Negli Stati Uniti, il 41% delle tecnologie applicate per la bonifica dei siti inclusi nel programma Superfund sono trattamenti in sito, di cui, l&#8217;88% è rappresentato dai trattamenti chimico-fisici (estrazione dell&#8217;aria interstiziale, inertizzazione, lavaggio) e termici (ossidazione, vetrificazione).<br />
Trattamenti biologici. I metodi di risanamento dei siti contaminati che si basano sull&#8217;impiego di processi biologici (essenzialmente batteri e funghi capaci di svolgere attività degradativa su inquinanti organici) prendono il nome di biorisanamento [6-7]. Tuttavia, le molecole organiche di sintesi chimica, prodotte praticamente a partire dal XIX secolo, solo in parte possono essere degradate dagli enzimi esistenti [8]. Per loro l&#8217;attacco è reso difficile dal fatto che i microrganismi non possiedono l&#8217;informazione genetica per la loro degradazione; esse sono presenti nell&#8217;ambiente da troppo poco tempo per consentire la selezione di eventuali popolazioni di microrganismi che abbiano acquisito per qualche mutazione la capacità biodegradativa desiderata. Un particolare esempio di biorisanamento in sito è fornito dalla fitodepurazione in cui nel processo degradativo vengono impiegate le piante (figura a sinistra). E&#8217; indubbiamente una tecnologia emergente che deve essere presa in considerazione per i costi ridotti, i vantaggi estetico-ambientali e l&#8217;applicabilità per lunghi periodi di tempo [9]. L&#8217;attenuazione naturale differisce dal biorisanamento in quanto prevede interventi di rimozione dei contaminanti per processi di degradazione biologica e fisico-chimica, di tipo spontaneo. Il termine attenuazione naturale controllata, come utilizzato dalla statunitense. EPA [10] si riferisce alla potenzialità che hanno i processi naturali di consentire il raggiungimento degli obiettivi di bonifica specifici per il sito, come sinteticamente indicato in Figura. In Tabella vengono riportati i principali fenomeni che possono essere considerati parte integrante del processo di attenuazione naturale, con inserita una descrizione sommaria dei singoli processi e degli effetti sulla concentrazione del contaminante.L&#8217;attenuazione naturale differisce dal biorisanamento in quanto prevede interventi di rimozione dei contaminanti per processi di degradazione biologica e fisico-chimica, di tipo spontaneo. Il termine attenuazione naturale controllata, come utilizzato dalla statunitense. EPA [10] si riferisce alla potenzialità che hanno i processi naturali di consentire il raggiungimento degli obiettivi di bonifica specifici per il sito, come sinteticamente indicato in Figura 3. Nella Tabella vengono riportati i principali fenomeni che possono essere considerati parte integrante del processo di attenuazione naturale, con inserita una descrizione sommaria dei singoli processi e degli effetti sulla concentrazione del contaminante.<br />
Trattamenti termici. I trattamenti termici dei terreni contaminati sono prevalentemente tecnologie ex sito e consentono di rimuovere o immobilizzare efficacemente le sostanze organiche. A seconda delle temperature impiegate, possono essere classificati in due distinte categorie: trattamenti di termodistruzione [11]; trattamenti di desorbimento termico [12]. L&#8217;efficienza dei sistemi dipende dalle caratteristiche del terreno (dimensione delle particelle, umidità), dal tipo di inquinante (pressione di vapore, peso molecolare) e dalla tecnologia impiegata, che prevede diverse condizioni di temperatura di esercizio e di tempo di residenza alle alte temperature. Se da una parte la prima, grazie alle elevate temperature di esercizio (1500°C-2000°C), garantisce la totale distruzione delle sostanze organiche contaminanti, anche quelle più stabili, quali pesticidi e diossine, raggiungendo una efficienza di rimozione del 99,99%, dall&#8217;altra esso risulta un processo molto costoso e che porta a una modifica strutturale del terreno (vetrificazione). Di fronte a una minore efficienza di rimozione (con temperature di esercizio in genere variabili tra 90° e 650°C), il desorbimento termico presenta costi ridotti e minori problemi in termini di gestione dei residui, permettendo il riutilizzo del suolo contaminato. Una forma di intervento termico che, pur sposandosi bene con la filosofia del riciclo e del recupero energetico, per le incertezze che comporta, non ha ancora avuto un&#8217;estesa applicazione consiste nell&#8217;inglobare nella materia prima per la produzione di manufatti quali mattoni, asfalto o cemento il terreno contaminato utilizzandolo come aggregato. La diffidenza verso questo utilizzo del terreno contaminato è dovuta ai possibili problemi che possono insorgere in termini di durabilità del prodotto finale, di rilascio degli inquinanti alla lisciviazione [13].<br />
Trattamenti chimico-fisici. Le tecniche di bonifica che impiegano processi fisici sono utilizzate allo scopo di separare, isolare o concentrare le sostanze inquinanti senza distruggerle. I processi di trattamento fisici sono comunemente impiegati sia in sito che ex sito e possono essere classificati in funzione dell&#8217;effetto del trattamento sulla contaminazione: processi di estrazione: i contaminanti sono rimossi dal suolo mediante un agente estrattivo (ventilazione con aria, lavaggio con acqua od altri solventi organici, decontaminazione elettrocinetica tramite l&#8217;azione di un campo elettrico generato sul terreno); processi di inertizzazione: la mobilità dei contaminanti viene sostanzialmente ridotta mediante un processo di confinamento in una matrice solida (solidificazione) e/o di stabilizzazione chimica (solidificazione/stabilizzazione). La ventilazione del suolo (Soil Venting, SV) permette la decontaminazione della matrice solida sfruttando due proprietà fondamentali dei contaminanti: la volatilità e la biodegradabilità. E&#8217; una tecnica in sito rapida, relativamente economica e applicabile con efficacia al trattamento di terreni insaturi contaminati da composti altamente volatili (diclorometano, benzene, toluene, sostanze organiche volatili) e sostanze inquinanti non miscibili in acqua (NAPL). L&#8217;obiettivo può essere ottenuto attraverso sia l&#8217;iniezione (schema a sinistra) che l&#8217;aspirazione (schema in basso) (Soil Vapor Extraction, SVE) di aria dal suolo [14]. L&#8217;aria estratta deve poi necessariamente essere avviata a una linea di trattamento.<br />
Il trattamento del terreno per elutriazione è una tecnologia ex sito che si basa su principi fisici per allontanare i contaminanti, sia organici che inorganici mediante una separazione dimensionale delle particelle. Sfruttando differenze di granulometria, gravità specifica, velocità di sedimentazione, proprietà chimiche superficiali, ecc. è possibile isolare o liberare le particelle di terreno contaminate da quelle non contaminate.<br />
Il lavaggio del terreno, quando utilizzato come tecnologia in sito, prevede l&#8217;estrazione dei contaminati avviene per immissione di un fluido acquoso in una serie di pozzi ubicati a monte dell&#8217;area contaminata ed estratto a valle di essa, per essere poi adeguatamente trattato. Si utilizza come fluido estraente per lo più acqua, ricorrendo all&#8217;aggiunta di addittivi chimici per migliorare eventualmente l&#8217;efficacia del trattamento. Tra i fluidi estraenti più utilizzati si hanno: acqua calda o fredda; acqua con tensioattivi; soluzioni acide o alcaline; agenti complessati e cosolventi organici. Il trattamento dei terreni coi tensioattivi (ancora in fase sperimentale) richiede un&#8217;attenta indagine preliminare per individuare il tensioattivo più indicato per la situazione in esame [15] ma può dare efficienze di rimozione confrontabili ad altre tecniche più consolidate (Figura 6). Le prestazioni del processo dipendono da molti fattori: tempo di contatto tra la soluzione dilavante e la zona contaminata, adeguatezza del fluido estraente utilizzato, umidità del terreno, contenuto organico, tessitura, permeabilità del terreno.<br />
La massima attenzione va anche posta nella valutazione preventiva delle reazioni possibili tra contaminanti diversi e agente estrattivo, al fine di evitare la formazione di composti ancor più dannosi all&#8217;ambiente di quelli originari. La decontaminazione elettrocinetica è un processo innovativo che consiste nell&#8217;applicare una corrente elettrica ad un terreno contaminato caratterizzato da bassa permeabilità all&#8217;acqua [16-17]. Attualmente, è stato applicato con successo, anche con costi contenuti, sia all&#8217;estrazione di contaminanti inorganici (zinco, cadmio, cesio, piombo, rame, uranio) che organici (toluene, benzene, etilene, xilene, tricloroetilene, acido acetico, fenolo). Il processo consiste nell&#8217;applicare, grazie a elettrodi infissi nel terreno, una corrente continua; in questo modo, gli ioni positivi disciolti nella fase acquosa migrano, assieme alle molecole d&#8217;acqua, verso il catodo (figura a lato). Anodo e catodo sono integrati in speciali sistemi di circolazione all&#8217;interno dei quali si trova acqua eventualmente addittivata. L&#8217;importanza del sistema di circolazione è quello di fungere da mezzo di raccolta dei contaminanti che reagiscono agli elettrodi, permettendone l&#8217;aspirazione in superficie e quindi l&#8217;adeguato trattamento in impianti chimico-fisici esterni.<br />
Nei processi di inertizzazione con la stabilizzazione/solidificazione in sito (SS) gli inquinanti vengono intrappolati fisicamente dentro una matrice solida (solidificazione) e/o vengono indotte delle reazioni chimiche che riducono la tendenza dei contaminati a lisciviare diminuendone la solubilità, la mobilità e la tossicità. Non è quindi una vera e propria bonifica perché ci si limita a fissare gli inquinanti e non a rimuoverli. I materiali che più si utilizzano per mescolare i contaminanti sono: argilla, carboni attivi, composti sintetici, monomeri organici, cemento e calce. Un esempio di trattamento è riportato nella figura qui sopra.</p>
<p>BIBLIOGRAFIA<br />
[1] Musmeci L., &#8220;Il nuovo Regolamento sulla bonifica dei siti inquinati, di cui al Decreto Ministeriale 471/99. Aspetti tecnici&#8221;, Atti del 51° Corso di Aggiornamento in Ingegneria Sanitaria-Ambientale, Ed. Dipartimento di Ingegneria Idraulica, Ambientale e del Rilevamento &#8211; Sezione Ambientale &#8211; Politecnico di Milano, 2000.<br />
[2] Repubblica Italiana, Decreto Legislativo 5 febbraio 1997, n.22, &#8220;Attuazione delle direttive 91/156/CEE sui rifiuti, 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi e 94/62/CE sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio&#8221;, G.U. 15 febbraio 1997, n.38, S.O.<br />
[3] Repubblica Italiana, Decreto Ministeriale 25 ottobre 1999, n.471, &#8220;Regolamento recante criteri, procedure e modalità per la messa in sicurezza, la bonifica e il ripristino ambientale dei siti inquinati, ai sensi dell&#8217;art. 17 del D.Lgs. 5 febbraio 1997, n.22 e successive modificazioni e integrazioni&#8221;, G.U. 15 dicembre 1999, n.293. S.O.<br />
[4] Mohammed N., Allaya R.I., Nakla G.F., farooq S., Husain T. &#8220;State of art review of bioremediation studies&#8221;, J. Environ. Sci. Health, A31 (7), 1996.<br />
[5] Schmitz H.J., Andel P., &#8220;Die Jagd nach dem boden wird harter&#8221;, Terratec, 5, 17-31, 1997.<br />
[6] Atlas R.M., &#8220;Microbial degradation of petroleum hydrocarbon: an environmental perspective&#8221;, Microbiological Review, 45,1981.<br />
[7] Baker K.H., &#8220;Bioremediation of surface and subsurface soils&#8221;, Bioremediation, Mc Graw-Hill, Inc. New York, 1994.<br />
[8] Sorlini C., &#8220;Principi e potenzialità applicative della bioremediation di siti contaminati&#8221;, Atti del 51° Corso di Aggiornamento in Ingegneria Sanitaria-Ambientale, Ed. Dipartimento di Ingegneria Idraulica, Ambientale e del Rilevamento. Sezione Ambientale, Politecnico di Milano, 2000.<br />
[9] Barbafieri M., &#8220;Applicabilità e limiti della fitodepurazione (phytoremediation)&#8221;, Atti del 51° Corso di Aggiornamento in Ingegneria Sanitaria-Ambientale, Ed. Dipartimento di Ingegneria Idraulica, Ambientale e del Rilevamento. Sezione Ambientale, Politecnico di Milano, 2000.<br />
[10] U.S. EPA (1999) Use of Monitored Natural Attenuation at Superfund. RCRA, Directive 9200, 4-17P.<br />
[11] U.S. EPA, Draft engineering bulletin: in situ vetrification, 1990.<br />
[12] U.S. EPA, Engineering Bulletin: thermal desorption treatment EPA/540/2-91/008.<br />
[13] Corinaldesi V., Fava G., Morioni G., Sani D., &#8220;Calcestruzzo con inerti da costruzione e demolizione: proprietà meccaniche e meccanismi di lisciviazione&#8221;, Proc. Ricicla, , Rimini, Maggioli Editore, 2002.<br />
[14] U.S. EPA, Soil Vapor Extraction: Air Permeability Testing and Estimated Methods. EPA/600/9-91/002.<br />
[15] Fava G., Ruello M.L., Sani D., &#8220;Effetto di contaminanti organici sulla permeabilità elettrosmotica di matrici argillose&#8221;, VI Convegno Nazionale AIMAT, Modena, 2002.<br />
[16] U.S. EPA, Innovative treatment technologies: overview and guide to information sources, EPA/540/9-91/002.<br />
[17] Fava G., Pasqualini E., Sani D., &#8220;Misure di permeabilità elettrosmotica in laboratorio&#8221;, XX Convegno nazionale di Geotecnica. Parma, 1999.<br />
[18] Fava G. e Monosi S., &#8220;Non ferrous slag in cement mixtures. Immobilisation of heavy metals and leaching mechanism&#8221;, Proc. 2nd National Congress in Valorization and Recycling of Industrial Wastes, Ed. M.Pelino, Aquila,1999.</p>
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		<title>Ambiente e salute.</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 17:40:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ambiente e salute, la complessità delle interazioni tra sostanze inquinanti ed agenti alteranti e la nostra salute con particolare riferimento ai campi elettromagnetici Di Ernesto Burgio, commissione ambiente e salute di Attac Italia http://www.attac.org (1) PREMESSA: AMBIENTE E SALUTE 1 Da tempo si afferma che bisogna collegare più strettamente Ambiente e Salute Ma lo facciamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ambiente e salute, la complessità delle interazioni tra sostanze inquinanti ed agenti alteranti e la nostra salute con particolare riferimento ai campi elettromagnetici</strong><br />
<em>Di Ernesto Burgio, commissione ambiente e salute di Attac Italia <a href="http://www.attac.org " target="_blank">http://www.attac.org </a></em></p>
<p><strong>(1) PREMESSA: AMBIENTE E SALUTE</strong><br />
1 Da tempo si afferma che bisogna collegare più strettamente Ambiente e Salute<br />
Ma lo facciamo veramente ?<br />
La Medicina occidentale.. ma sarebbe più corretto dire la Cultura occidentale, tesa da sempre ad affrontare i problemi “a valle” anziché “a monte,… alla radice”, continua imperterrita a seguire… il suo paradigma…</p>
<p>2 Quando nel 1971 Nixon proclamò con una certa baldanza esser venuta l’epoca della definitiva (contro)offensiva contro il Cancro… ebbe inizio l’ennesima crociata d’Occidente<br />
Non contro il vero Nemico (in questo caso gli agenti cancerògeni disseminati in quantità sempre maggiore nell’ambiente… dal nostro stesso sistema produttivo e tecnologico)<br />
… ma (in ultima analisi) contro la modalità e la forma delle nostre reazioni fisio-patologiche all’aggressione..</p>
<p>3 Da allora si è puntato molto di più –non soltanto in termini economici, ma anche in termini di investimento intellettuale e scientifico- sulla terapia, che non sulla profilassi<br />
id est sulla ricerca di presidi farmacologici (chemioterapici) e radianti piuttosto che su una reale azione di contrasto decisa nei confronti dell’enorme aumento<br />
- di sostanze inquinanti in grado di paralizzare (o, al contrario, come vedremo, di iper-attivare) il nostro sistema immuno-competente<br />
- di “tossine genetiche” in grado di alterare i delicati meccanismi di regolazione della cinetica cellulare (e in particolare i meccanismi di replicazione e morte cellulare e di trascrizione/riparazione del DNA)</p>
<p>4 Spesso, negli ultimi anni, parlando della situazione climatica globale si usa una metafora la cui drammatica pregnanza dovrebbe essere particolarmente chiara a tutti noi… in questi giorni… in Sicilia e in generale nei paesi di un Mediterraneo in via di tropicalizzazione: si dice che il pianeta ha la febbre.<br />
Da decenni sappiamo<br />
- che si stanno sciogliendo ghiacciai millenari (anche sulle Alpi) e la stessa banchisa antartica da cui si staccano immensi iceberg (uno dei quali sarebbe grande quanto mezza Liguria);<br />
- che abbiamo fatto impazzire l’intero regime dei venti (con aumento di cicloni spaventosi);<br />
- che tutto questo è legato all’aumento dei gas-serra essenzialmente provocato dall’enorme aumento di gas industriali in atmosfera… e dalla riduzione dei sistemi biologici naturali (foreste) in grado di riassorbire la CO2..<br />
Mi pare che non si rifletta abbastanza sul valore di questa metafora: utilizzando l’ormai famosa rappresentazione di Lovelock-Margoulis e altri della Terra/Gaja come Macroorganismo in miracoloso e fragile equilibrio dinamico<br />
potremmo affermare che stanno per saltare gli stessi meccanismi omeostatici del pianeta… esattamente come sta avvenendo in noi.<br />
5 Negli USA – anche in questo senso modello/prototipo, nel bene e nel male, del sistema e del mondo occidentale – ormai il 51% della popolazione è allergico sensu stricto:<br />
nel senso che la positività dei classici test cutanei, cioé della prima pathway d’ipersensibilità secondo Gell e Coombs, rivela come lo status allergico sia ormai la norma.<br />
Questo significa che è normale iper-reagire nei confronti della realtà esterna.. cioè di un numero sempre maggiore di antigeni non self..<br />
Ma la situazione è in realtà più grave: perché di pari passo con questo aumento dell’ipersensibilità di tipo I (verso antigeni esterni), si registra in tutte le società tecnologicamente avanzate un aumento della patologia autoimmune (ipersensibilità di tipo III ecc..): come a dire una tendenza dell’organismo umano a iper-reagire contro se stesso.. Insomma se la Terra ha la febbre (a causa dell’uomo), l’uomo non è da meno….<br />
6 Vorrei che una tale Premessa non venisse interpretata come generica e fuori tema<br />
Personalmente credo che quanto sta succedendo nel nostro pianeta abbia già un tale impatto sulla fisio-patologia degli organismi superiori che l’intero quadro rappresentativo/nosografico della patologia umana dovrebbe essere riscritto (anche perché i modelli interpretativi si dimostrano, come vedremo, sempre più inadeguati)<br />
7 Personalmente sono anche convinto che un simile re-inquadramento nosografico dovrà esser fatto a partire dal grande problema dei possibili effetti patogenetici delle migliaia di sostanze tossiche che le società moderne producono e immettono nell’atmosfera, nel ciclo delle acque, nella biosfera: cioè dell’impatto che queste sostanze e forme di energia da noi artificialmente prodotte rischiano di avere<br />
- sui nostri sistemi fisiologici di regolazione interna (in particolare sugli apparati psico-neuro-endocrino e immunocompetente)<br />
- sul nostro stesso codice genetico<br />
8 E’ un dato di fatto abituale e innegabile che l’uomo tenda a sottovalutare e a scoprire con ritardo gli effetti perversi di molti ritrovati del proprio ingegno.<br />
Gli effetti negativi della combustione degli idrocarburi sulla composizione dell’atmosfera sono stati compresi solo dopo un secolo e mezzo di uso e abuso. Il DDT fu visto per mezzo secolo come la soluzione ideale del problema-parassiti, che da sempre tormenta l’umanità e gli organismi superiori… e solo da qualche anno è stato abolito, essendo stato riconosciuto come uno strumento di inquinamento pericolosissimo ed estremamente persistente.<br />
9 Un simile discorso vale certamente per quelle sostanze che alcuni autori anglosassoni definiscono genericamente “tossine genetiche”: sostanze chimiche… virus oncògeni… radiazioni UV e ionizzanti… E potrebbe valere anche (il dibattito su questo punto è oggi apertissimo) per Ogm e radiazioni non ionizzanti.<br />
Un aspetto, spesso trascurato, è che l’impatto sulla BIOSFERA di queste e di altre sostanze artificiali (si pensi ad esempio agli antibiotici), può e deve essere valutato essenzialmente sul lungo/lunghissimo periodo..<br />
((In questi giorni è polemica per quanto concerne l’irraggiamento dei cibi con Cobalto 60 e Cesio 137… esempio classico di tecnologia che serve solo a produttori e commercianti… e che potrebbe avere conseguenze negative anche gravi sui consumatori…<br />
Ma un discorso del tutto analogo potrebbe essere fatto -almeno per l’uso che se ne è fatto finora- per quanto concerne le nuove biotecnologie genetiche.. in particolare per gli Ogm))<br />
10 Non mi è possibile qui dilungarmi sul tema: mi limiterò a sottolinearne tre aspetti:<br />
- che il cosiddetto problema “principio di equivalenza versus principio di precauzione” non dovrebbe essere neppure posto: il primo essendo solo un a priori… (questo discorso dovrebbe valere per tutte le innovazioni tecnologie… e quindi anche per le radiazioni ionizzanti)…<br />
- che spesso ci si dimentica che con il termine Ogm non si indicano soltanto semi/alimenti gm… ma anche ad esempio virus.. usati quali vettori per la terapia genica… o addirittura quali armi possibili per guerre biologiche e agro-biologiche..<br />
- che anche e soprattutto in questo caso dovrebbe valere la regola suddetta della valutazione degli effetti sul lungo periodo (id est sui delicati e plurimillenari meccanismi di feedback che hanno fin qui permesso la selezione evolutiva delle specie viventi)<br />
11 Dobbiamo a questo punto chiederci se tutto questo vale, e in che misura, per il problema controverso dei campi elettromagnetici e in particolare delle radiazioni non ionizzanti: specialmente in relazione al tema scottante di una loro possibile azione cancerogena (e leucemogena in particolare)<br />
12 Un primo dato drammatico e incontrovertibile che dobbiamo citare è quello dell’incremento spaventoso della patologia neoplastica nei paesi industrializzati:<br />
dove ormai 1:2 maschi e 1:2,6 femmine contrae una neoplasia nel corso della sua vita..<br />
(incremento in pratica proporzionale al grado di sviluppo tecnologico raggiunto.. o meglio al tasso di inquinamento ambientale prodotto… dato che le statistiche mostrano un rapido aumento nei paesi in via di forzato sviluppo).<br />
13 In particolare tale aumento concerne alcune patologie neoplastiche d’organo (prostata, mammella, polmone…), le leucemie infantili (LLA in particolare), i linfomi non-Hodgkin, i tumori cerebrali (questi ultimi pur essendo benigni sul piano citologico.. spesso non lo sono sul piano clinico)<br />
14 Un simile aumento è solo in minima parte dovuto all’innalzamento dell’età media (del resto anche questo fattore è almeno in parte legato al sommarsi degli imputs negativi ambientali  da cui accumulo progressivo dei danni al genoma… cui corrispondono:<br />
sia una progressiva riduzione dei sistemi di riparazione del DNA<br />
sia una diminuzione dei sistemi difensivi immunitari<br />
<strong>(2) LEUCEMOGENESI DA CAMPI ELETTROMAGNETICI</strong><br />
15 E’ da oltre 30 anni che si dibatte circa la possibilità che soggetti in età pediatrica esposti a radiazioni non-ionizzanti (in quanto residenti in prossimità di linee elettriche ad alta tensione possano essere maggiormente esposti al rischio di insorgenza di leucemie: il primo caso che fece scalpore fu un cluster di casi di LLA in Colorado nel 1970).<br />
16 Negli anni ’90 gli studi sull’argomento sono stati numerosi e contraddittori come su poche altre problematiche analoghe<br />
Uno studio importante che sembrò dare definitivamente ragione agli “innocentisti” fu quello famoso del NCI (National Cancer Institute), pubblicato su The New England Journal of Medicine il 3 luglio 1997…<br />
17 Ma già l’anno dopo un altrettanto prestigioso studio del National Institute of Envirommental Health Sciences (Portier C.I.; Wolfe MS 1998) giunse a conclusioni opposte: dimostrando<br />
- gli effetti cancerogeni dei campi elettrici e magnetici a 50-60 Hz (Campi ELF, per questo da allora classificati tra i possibili cancerogeni) per quanto concerne la LLA infantile…<br />
- ma anche un probabile legame tra esposizione professionale e LLC<br />
18 Da allora numerosi studi epidemiologici del tipo caso-controllo di popolazione con inclusione di misure del campo magnetico di 24-48 ore… di stime dell’esposizione basate sulla distanza dell’abitazione dalle linee elettriche… e sul carico delle linee stesse sono stati realizzati in numerosi paesi:<br />
in Canada, Germania, Nuova Zelanda, Regno Unito, Finlandia, USA, Norvegia, Svezia ecc.<br />
(lo studio svedese è del 2000 ed è particolarmente significativo anche per le dimensioni &#8211; 3203 bambini con leucemia e 10 338 controlli- )<br />
giungendo in linea di massima a risultati abbastanza simili:<br />
cioè ad una stima di rischio significativo per esposizioni uguali o maggiori a 0,4 mT (micro-tesla)… (in alcuni studi per esposizioni superiori a 0,2)…<br />
dati confermati nel giugno del 2001 anche dalla IARC (International Agency for Research on Cancer, collegata alla World Health Organization)…<br />
19 In Italia nello stesso 1998 Lagorio e Comba (Istituto Superiore della Sanità) pubblicarono una analisi concernente 14 tra i principali studi epidemiologici realizzati nel mondo, giungendo a conclusioni del tutto sovrapponibili..<br />
20 Ancora più radicale è stata la doverosa revisione delle valutazioni inerenti alla esposizione a campi magnetici a radiofrequenza dopo il caso drammatico di Radio Vaticana.<br />
Gli studi di Michelozzi, Kirchmayer, Capon e altri hanno infatti permesso di valutare in modo più realistico un problema che in studi precedenti (realizzati in USA, Australia, Inghilterra) era stato sottovalutato.<br />
In questo caso gli autori dimostrarono per bambini e popolazione maschile un aumento di patologia leucemica pari ad almeno tre volte l’incidenza dei casi attesi a 0-4/6 km. di distanza dalla mega-stazione radio (gli stessi autori notarono che il rischio era caso mai sottostimato visto che la popolazione di riferimento era quella di una città come Roma in cui i problemi da inquinamento &#8211; non solo e non tanto da elettrosmog – sono certamente molto più alti che non nella zona di Santa Maria di Galeria: ma su questo torneremo).<br />
21 Negli anni 2001-2002 gli studi sull’argomento sono stati moltissimi e abbastanza in accordo tra loro e con i dati sopra esposti, circa la probabile pericolosità dei campi ELF per quanto concerne la leucemogenesi infantile… mostrando, per contro, una maggior cautela nell’asserire una precisa relazione tra altre forme di inquinamento elettromagnetico/ leucemie o tumori in genere.<br />
22 In particolare l’associazione tra campi elettromagnetici e tumori cerebrali appare oggi meno certa che non negli anni ’90. In alcuni studi sull’argomento sono però venuti fuori nuovi dati interessanti, sui quali bisognerà riflettere:<br />
- il primo concerne una sorta di effetto “facilitatore” dell’esposizione a campi ELF anche moderati nei confronti dell’azione mutagena di agenti chimici: in particolare uno studio recente, del dicembre 2002 (Cancer Epidemiol Biomarkers Prev) dimostra come tra i lavoratori esposti a solventi, piombo, pesticidi, erbicidi soltanto quelli esposti anche ad alti livelli di campo elettromagnetico sviluppino neoplasie (in particolare gliomi). Questa potenzialità dei campi elettromagnetici di fungere da “potenziatori/facilitatori”-“enhancers” dell’effetto cancerogeno di alcuni agenti chimici è un dato estremamente interessante che andrà meglio valutato in futuro sia mediante ulteriori indagini epidemiologiche … sia mediante studi sperimentali..<br />
- poi dati interessanti circa l’associazione tra questi tumori e particolari polimorfismi genetici attinenti geni importanti per la riparazione del DNA e per la sensibilità ai mutageni<br />
- infine una significativa “inverse association” tra gliomi e infezioni/allergie… che suggerirebbe un possibile ruolo di fattori immunitari nella genesi di questi tumori (del resto relativamente frequenti in pazienti con carenze immunitarie)…<br />
23 Questo genere di studi (e in particolare la dimostrazione di simili associazioni significative di difficile interpretazione) depongono a favore della necessità di approcci alla materia più analitici e interdisciplinari<br />
che affianchino e integrino i dati epidemiologici (necessari ma non sufficienti)<br />
e che tengano in maggior conto<br />
- parametri e fattori di ordine ambientale ed epidemiologico<br />
- una miglior definizione/classificazione (su base citologica e molecolare) delle patologie in esame<br />
- altri fattori (di ordine genetico, immunitario, endocrino ecc..) concernenti i soggetti in esame (( ad esempio un noto studio messo a punto da ricercatori del prestigioso Karolinska Institutet di Stoccolma e pubblicato su “Cancer Causes and Control” (10, pp.323-332, 1999) sembra dimostrare che i campi elettromagnetici (CEM) possono incrementare in taluni casi il rischio di cancro attraverso un’interazione con estrogeni e altri ormoni ))<br />
24 E’ un dato di fatto che la gran parte della letteratura a tutt’oggi disponibile sull’argomento… consiste in studi epidemiologici… Eppure gli studi esclusivamente epidemiologici mostrano precisi limiti… per molti motivi:<br />
- nell’ambiente esiste una sempre maggior quantità e varietà di agenti mutageni<br />
- gli effetti di queste sostanze e forme d’energia si sommano tra loro<br />
- probabilmente é vero che il benzene o l’amianto sono più pericolosi delle radiazioni elettromagnetiche.. ma questo significa ben poco… tanto più che ci sono studi che, come abbiamo visto, dimostrano l’”effetto-facilitatore” dell’esposizione a campi ELF anche moderati nei confronti dell’azione mutagena di svariati agenti chimici<br />
- ormai qualsiasi bambino/soggetto che viva in Occidente è continuamente ed ovunque esposto ad agenti mutageni, ivi compresi i campi elettromagnetici (per cui l’analisi del Campo elettromagnetico della camera del bambino ha un valore relativo)..<br />
- in pratica solo se si riscontra in un luogo lungamente abitato da un bambino o soggetto indagato&#8230; un campo elettromagnetico particolarmente intenso si può dare valore a questo dato… mentre l’assenza di un simile riscontro locale non permette di trarre conclusioni<br />
- quello che conta certamente di più è l’aumentata esposizione cronica agli agenti mutageni presenti nell’ambiente in generale.. In questo senso alcuni autori anglosassoni utilizzano -come dicevo- sempre più spesso il termine generico “tossine genetiche ambientali” con riferimento alle moltissime sostanze presenti nell’ambiente e in grado di danneggiare direttamente o indirettamente il Dna: determinando l’insorgere di specifiche mutazioni; attivando o bloccando l’espressione di particolari sequenze genetiche; determinando variazioni anche minime del junk-DNA (che rappresenta gran parte del genoma… di cui sappiamo ancora poco e che probabilmente svolge importanti funzioni di regolazione della cinetica cellulare)</p>
<p><strong>(3) NOTE DI LEUCEMOGENESI</strong><br />
25 E’ a questo punto necessario soffermarci brevemente su quanto è noto circa la patogenesi di queste neoplasie. Diciamo subito che proprio per quanto concerne le leucemie i meccanismi patogenetici sono abbastanza noti: in generale si tratta di alterazioni dei meccanismi di replicazione-differenziazione-morte cellulare dovuti a precisi danni genetici (in genere traslocazioni cromosomiche).<br />
26 Questo è importante perché soltanto la dimostrazione sperimentale di una possibile induzione di questi danni da parte di campi elettromagnetici o di altre “tossine genetiche” ci consentirebbe di fare un passo avanti decisivo nella comprensione-documentazione della pericolosità di questi come di altri cancerogeni ambientali…<br />
(é questo il motivo per cui le indagini sperimentali dovranno sempre di più, in futuro, affiancare e integrare le semplici indagini epidemiologiche)<br />
27 Come detto la neoplasia più frequentemente associata all’inquinamento elettromagnetico è la LLA &#8211; leucemia linfoblastica acuta (la forma leucemica più frequente in età infantile).<br />
Nella LLA si ha un blocco differenziativo a carico di una cellula staminale linfoide (B-orientata): blocco che si verifica nelle prime fasi del processo di differenziazione terminale.. sicché il clone leucemico si arresta allo stadio di blasto e in questa forma si espande<br />
(( si può notare, per inciso, che un blocco differenziativo a carico della stessa linea cellulare che intervenga a uno stadio successivo.. darà una patologia neoplastica totalmente diversa sia per quanto concerne le caratteristiche morfologiche e comportamentali delle rispettive popolazioni cellulari… sia per quanto concerne il quadro sintomatologico: si parlerà allora di linfomi (non-Hodgkin) e le popolazioni cellulari in espansione saranno linfociti B relativamente maturi anche se variamente alterati..<br />
(( il discorso è interessante perché anche i linfomi non-Hodgkin sono tra le forme neoplastiche recentemente in notevole aumento e perché alcuni autori hanno messo in relazione questo aumento con meccanismi patogenetici analoghi a quelli che stiamo esaminando per le leucemie.. ivi compresi i campi ELF)<br />
28 Discorso leggermente diverso va fatto per la LMC- leucemia mieloide cronica: in questo caso si ha la trasformazione di una cellula staminale emopoietica multipotente… ma nella prima fase della malattia non si ha un blocco maturativo (il clone staminale leucemico genera granulociti maturi) che insorge in un secondo tempo.. facendo precipitare il quadro clinico: la crisi acuta è detta infatti crisi blastica…<br />
Questo significa che è il blocco maturativo e non l’aumento in sé dell’attività proliferativa a determinare l’impetuoso sviluppo del clone leucemico e il peggioramento del quadro clinico..<br />
(( questo discorso è interessante perché secondo alcuni autori l’anomalia differenziativa rappresenterebbe il primum movens di molte se non di tutte le patologie tumorali.. ipotesi discussa da altri.. anche sulla base di quanto accade in alcune forme leucemiche… come dimostra proprio il suddetto caso della LMC, in cui il blocco maturativo sembra essere un evento secondario…. e in cui a determinare l’invasione impetuosa del midollo da parte dei blasti… sembra essere un blocco dell’apoptosi…cioè dei meccanismi di regolazione della normale crescita e morte cellulare<br />
((Tutto questo è interessante anche in quanto la LMC è, come si sa, patologia costantemente e direttamente legata ad una specifica anomalia genetica: una traslocazione cromosomica 9:22 (cromosoma Philadelphia)<br />
29 Una situazione in un certo senso intermedia si ha nella leucemia promielocitica acuta:<br />
in questo caso il blocco maturativo è precoce e riguarda un precursore mieloide che si arresta allo stadio di pro-mielocita (è interessante notare che un trattamento con acido retinico induce una rimozione, purtroppo momentanea del blocco, con remissione della sintomatologia!). Anche alla base di questa forma leucemica è un preciso danno genetico &#8211; la formazione di un gene chimerico in seguito ad una traslocazione cromosomica – che pare sovverta al contempo tanto il programma proliferativi tanto quello differenziativo (il che rende impossibile stabilire una priorità temporale tra i due eventi)<br />
30 Infine anche per quanto concerne la LLC e alcuni altri linfomi non-Hodgkin (in particolare il LF: Linfoma Follicolare) l’espansione delle popolazioni neoplastiche sarebbe dovuta ad un blocco dell’apoptosi… secondaria a danni genetici differenti, ma in grado di provocare l’accentuata espressione di uno stesso gene (BCL-2):<br />
- nella LLC si avrebbe un’ipometilazione del sito promotore<br />
- nel LF si avrebbe una traslocazione cromosomica 14;18..<br />
31 INSOMMA: in tutti questi casi un danno genetico determina un’alterazione della cinetica cellulare…<br />
e spesso (ma non sempre) un blocco della differenziazione…<br />
(sul piano clinico le forme in cui si ha un blocco maturativo sono quelle più acute e gravi… nelle forme croniche l’instaurarsi del blocco maturativo determina l’acutizzarsi del quadro).<br />
32 E’ utile a questo punto ricordare come i processi di maturazione/differenziazione e morte cellulare (apoptosi) siano tra loro intimamente collegati:<br />
è dunque importante sottolineare (e lo vedremo tra breve) che è proprio a questo livello che sembrano agire anche alcuni tipi di radiazioni ionizzanti<br />
<strong>(4) L’APPROCCIO SPERIMENTALE</strong><br />
33 Già da quanto detto fin qui appaiono evidenti:<br />
- l’insufficienza delle indagini epidemiologiche, che pure rappresentano la stragrande maggioranza degli studi comparsi fino ad oggi<br />
- la necessità di integrare questi studi con indagini più analitiche e interdisciplinari<br />
che tengano in maggior conto altri fattori… concernenti i soggetti in esame<br />
(fattori di ordine genetico, immunitario ecc..) ed altri parametri ambientali ed epidemiologici<br />
- l’importanza di indagini sperimentali che dimostrino un possibile ruolo leucemo-genico delle radiazioni non-ionizzanti (il che significa, in pratica, documentarne la capacità di indurre in cellule di organismi superiori alterazioni genetiche e morfologico-funzionali analoghe a quelle sopra descritte). In letteratura i lavori che vanno in questa direzione sono numerosi e interessanti. Ne elenchiamo alcuni particolarmente significativi.<br />
34 Un lavoro recentemente pubblicato su Cancer Cell dimostra come campi ELF accelerino il processo di divisione cellulare, specialmente in cellule già danneggiate, aumentando così le probabilità che avvengano errori e mutazioni pericolose (…)<br />
35 Una ricerca particolarmente interessante sembrerebbe essere quella presentata dal biologo cellulare Fiorenzo Marinelli e dal suo gruppo al CNR di Bologna al Seminario Internazionale sugli effetti biologici dei campi elettromagnetici tenutosi lo scorso autunno a Rodi (…)<br />
Il lavoro di Marinelli è interessante, in quanto teso ad accertare l’eventuale effetto di onde radio di 900Mghz (le frequenze proprie delle stazioni radiobase per la telefonia cellulare) su popolazioni cellulari leucemiche<br />
(anche in relazione all’ipotesi inquietante, sostenuta da alcuni, ma non provata, di una maggior frequenza di leucemie tra gli utilizzatori di telefonini cellulari).<br />
Il ciclo di vita delle cellule leucemiche è ben noto, il che rende relativamente semplice segnalare cambiamenti nel loro comportamento. Marinelli avrebbe in particolare indagato circa l&#8217;attività di un gene che provoca l’apoptosi delle cellule.<br />
”Dopo 24 ore di esposizione continua alle onde radio, i geni suicidi si erano attivati in molte più cellule leucemiche rispetto al gruppo di controllo che non era stato esposto, causando l’apoptosi di un buon 20% in più di cellule rispetto al gruppo di controllo. Ma a distanza di 48h, l&#8217;effetto della radiazione si era invertito: nella gran parte delle cellule sopravvissute si era attivato un meccanismo genetico che ne aveva provocato la moltiplicazione massiva !”<br />
36 Qualche mese prima (New Scientist 19 giugno 2002) anche un’equipe finlandese (D. Leszczynski e coll) aveva cercato di dimostrare come l’esposizione a radiazioni non-ionizzanti di frequenza analoga a quella utilizzata per la radiofonia mobile, potrebbe favorire la trasformazione neoplastica di vari tipi di cellule umane in coltura, interferendo con il normale processo di apoptosi.<br />
Leszczynsky aveva sostenuto che tale effetto (in ultima analisi cancerogeno) sarebbe stato almeno in parte legato al notevole riscaldamento cellulare… interpretazione recisamente rifiutata dal noto tossicologo molecolare David de Pomerai dell&#8217;università di Nottingham<br />
37 Commentando anche il lavoro di Marinelli, lo stesso de Pomerai (New Scientist 24 ott 2002), ha sottolineato come sia più probabile che le radiazioni non-ionizzanti danneggino indirettamente il genoma, interferendo negativamente sui meccanismi di riparazione del DNA (con possibile accumulo di mutazioni e possibile effetto cancerogeno).<br />
38 Anche la biotecnologa inglese di origine malese Mae Wan Ho ha recentemente citato il lavoro di Marinelli, collegandolo ad altre ricerche analoghe…come quella condotta da un’equipe di ricercatori dell’Università di Firenze che hanno dimostrato come in un discreto numero di fibroblasti posti in coltura e sottoposti a radiazioni simili a quelle utilizzate da Marinelli, venivano sollecitati ed espressi numerosi geni implicati nella regolazione della proliferazione, crescita e morte cellulare.<br />
39 Mae Wan Ho cita anche un lavoro del fisico inglese Gerard Hyland, pubblicato su The Lancet, il quale sostiene che molti tipi di onde elettromagnetiche potrebbero, in particolari situazioni, essere responsabili di aberrazioni cromosomiche, rotture del DNA, cancerogenesi&#8230; e si dice estremamente preoccupato dell’attuale livello di inquinamento elettromagnetico… che potrebbe essere anche causa di alterazioni funzionali a carico del SNC (aumentata permeabilità della Barriera emato-cefalica e turbe dell’attività elettrica cerebrale) e, soprattutto, del Sistema Immunocompetente.<br />
40 Sopratutto Mae Wan Ho sottolinea come a differenza di quanto avviene per gli eventi descritti dalla meccanica classica, in cui gli effetti sono sempre proporzionali alle cause e determinati dall’entità delle forze in atto, i processi biologici (al pari di quelli climatici !) sono in realtà non-lineari e non prevedibili !<br />
E’ noto, ad esempio, come gli organismi possono essere sensibili a stimoli minimi provenienti dall’ambiente e a come tracce di determinate sostanze possano avere effetti enormi (nel bene: terapie omeopatiche.. come nel male: potenzialità cancerogenetica di quantità infinitesimali di Atrazina o di altri pesticidi..).<br />
Questo è un altro elemento a sfavore di analisi epidemiologiche e statistiche standard applicate all’analisi dei fenomeni biologici ((e per questo motivo sono state recentemente utilizzate speciali tecniche di valutazione statistica dei fenomeni biologici, prese in prestito dalla fisica non-lineare)).<br />
((Ma questo significa in realtà molto di più: si dovrebbe giungere ad una nuova biologia e ad una nuova medicina (come è avvenuto alcuni decenni fa per la fisica)).<br />
41 Per concludere bisogna ricordare come i nostri tessuti e le nostre cellule usino segnali elettromagnetici, differenti per frequenza e lunghezza d’onda, per comunicare tra loro. Sarebbe quindi sorprendente che i campi elettromagnetici artificiali che sempre di più interferiscono con essi non abbiano nessun effetto. Non è del resto assodato che le radiazioni elettromagnetiche di computers e cellulari interferiscono pesantemente sul funzionamento di pace-makers cardiaci e sistemi di telecomunicazione o aeroplani? Negare che esse possano analogamente influenzare l’intero sistema di comunicazione elettromagnetico che mette in collegamento tra loro le nostre cellule, tessuti e apparati è veramente assurdo (e un aspetto sottovalutato e inquietante del discorso riguarda la somiglianza tra le frequenze proprie dei telefonini cellulari e le onde alfa e delta cerebrali…(Gerard Hyland))<br />
42 Vorrei concludere con tre riflessioni:<br />
a) si tratta di un campo ancora tutto da indagare… e non avrebbe senso limitarsi a ricavare, come troppe volte è successo nel passato, una visone troppo ottimistica del problema da studi epidemiologici tutto sommato poco attendibili (non foss’altro che per il problema summenzionato degli standard epidemiologici utilizzati:<br />
 come esempio emblematico vorrei brevemente tornare sulla vicenda di Radio Vaticana: sui dati “inevitabilmente sottostimati” (come sottolineato dagli stessi autori della ricerca) a causa dell’utilizzo come parametro di normalità dei dati di Roma.. cioè di un luogo ad alto tasso di inquinamento anche elettromagnetico. Come detto si tratta solo di un esempio ( tanto più che si tratta –nonostante tutto- di un’indagine tra le più drammaticamente significative).<br />
Il vero problema è che gli standard di riferimento utilizzati riguardano ormai sempre popolazioni soggette ad alti tassi di inquinamento e in cui si è registrato negli ultimi anni un notevole incremento della patologia tumorale, il che riduce notevolmente il valore di tutte le indagini epidemiologiche citate.<br />
b) le indagini sperimentali (al contrario piuttosto sottovalutate fin qui) appaiono invece interessanti e significative in quanto depongono a favore di una ancora non dimostrata (essenzialmente a causa dei nostri insufficienti modelli interpretativi) capacità delle radiazioni non-ionizzanti di interferire:<br />
- sui meccanismi genetici di regolazione della cinetica e differenziazione cellulare…<br />
- sugli stessi meccanismi riparatori del DNA<br />
- sui meccanismi fisiologici di comunicazione elettromagnetica tra organi, tessuti, apparati…<br />
c) Un vero progresso nella comprensione dei meccanismi patogenetici e in particolare mutageni-cancerogenici/leucemogenici dei campi elettromagnetici si avrà solo quando le indagini terranno conto di parametri e fattori importanti fin qui trascurati.<br />
Ne enumero alcuni:<br />
- la differente suscettibilità/sensibilità individuale (agli agenti mutageni in genere e ai campi elettromagnetici in particolare)<br />
- il possibile ruolo complementare svolto da altri fattori ambientali e patogenetici (virus, radiazioni, sostanze cancerogene o, al contrario, protettive contenute nelle diete)<br />
- i meccanismi cito-patogenetici possibilmente in causa (e quindi i sottotipi – sul piano istologico e molecolare dei tumori insorti: dato importante anche sul piano della valutazione epidemiologica)<br />
- parametri epidemiologici più sensibili e corretti<br />
&#8230;</p>
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