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	<title>Accademia Ambientale del Monferrato</title>
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		<title>Allarme Sindrome del naso bianco. La nuova epidemia responsabile della morte di un milione di pipistrelli negli Usa è rilevata anche in Europa</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 04:46:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Allarme Sindrome del naso bianco. La nuova epidemia responsabile della morte di un milione di pipistrelli negli Usa è rilevata anche in Europa e le conseguenze possono essere devastanti.
Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI GLOBALI http://www.galileonet.it
La nuova epidemia responsabile della morte di un milione di pipistrelli negli Usa è stata accertata anche in esemplari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Allarme Sindrome del naso bianco. La nuova epidemia responsabile della morte di un milione di pipistrelli negli Usa è rilevata anche in Europa e le conseguenze possono essere devastanti.<br />
Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI GLOBALI <a href="http://www.galileonet.it">http://www.galileonet.it</a><br />
La nuova epidemia responsabile della morte di un milione di pipistrelli negli Usa è stata accertata anche in esemplari francesi<br />
La biodiversità di oltre il 20 per cento dei mammiferi è minacciata dall’emergere di una nuova patologia, la sindrome del naso bianco (white-nose syndrome, Wnt) dei pipistrelli, che negli Usa ha già causato dal 2006 a oggi la morte di oltre un milione di esemplari. Adesso, in un articolo pubblicato su Emerging Infectious Diseases, ricercatori dell’University College di Dublino, dell’Istituto Pasteur di Parigi e del Gruppo Ricerca Chirotteri d’Aquitania hanno accertato che la malattia è giunta anche in Europa, rilevando la sua presenza in Francia.<br />
I pipistrelli colpiti sono caratterizzati dalla presenza di un fungo bianco che cresce sul muso (da qui il nome di “sindrome del naso bianco”), il dorso e le ali. Non è chiaro se il fungo sia la causa della malattia, oppure se colpisca individui già malati e debilitati. Quel che è certo è che gli animali escono dal letargo molti mesi prima dell’arrivo della primavera, consumano prematuramente le loro riserve di grasso e muoiono di fame. Il fungo incriminato, identificato recentemente, è Geomyces destructans, una nuova specie molto simile a G. pannorum, patogeno per l’essere umano. Si tratta di un fungo “amante del freddo”, che non vive a temperature superiori ai 20 gradi e che attacca i pipistrelli in ibernazione, quando rallentano il proprio metabolismo e abbassano la loro temperatura corporea.<br />
In ogni parte del globo, i pipistrelli svolgono un ruolo ecologico cruciale nel controllo delle popolazioni di insetti, nell’impollinazione delle piante e nella dispersione dei semi. Le conseguenze di una loro massiccia riduzione potrebbero essere molto gravi: perdita irreversibile e senza precedenti di biodiversità dei mammiferi, scomparsa di interi ecosistemi, proliferare incontrollato di insetti dannosi per le colture e per gli esser umani.<br />
Alcune differenze tra il caso francese e l’epidemia americana aprono però delle possibilità concrete di comprendere la malattia. Il pipistrello francese non è apparso sottopeso come i suoi cugini americani; inoltre, nei cinque anni precedenti al suo accertamento, non sono mai stati trovati pipistrelli morti per Wns. Questo fa pensare che i pipistrelli europei possano presentare una qualche forma di immunità o che la causa non sia il fungo e debba essere ancora identificata. Comprendere i meccanismi alla base di questa presunta immunità e confrontare i patogeni dei pipistrelli europei e americani potrebbero essere le strade giuste per trovare una soluzione tempestiva al problema.<br />
Gli speleologi raccomandano di limitare il più possibile la frequentazione di cavità dove si trovano pipistrelli svernanti, di non toccare nessun animale e di lavare sempre l&#8217;attrezzatura dopo ogni uscita in grotta. È anche importante segnalare il ritrovamento di pipistrelli morti all&#8217;aperto e ogni avvistamento durante la stagione fredda. (l.c.)</p>
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		<title>Eco-design: nella cucina del futuro si allevano piante e pesci, i rifiuti vengono riciclati per alimentare le piante e l&#8217;acqua ritorna in circolo ed è utile per innaffiare</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 04:11:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Nanni Magazine http://www.nannimagazine.it
Si moltiplicano i prototipi di ambienti in cui elettrodomestici e raccolta rifiuti si integrano con sistemi si riciclo dell&#8217;acqua e degli scarti, per nutrire vegetali e piccoli animali.
Fonte: www.ekokook.com
Il luogo della casa nel quale si producono più rifiuti è la cucina. È incredibile pensare quanto del cibo che compriamo viene buttato via. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Nanni Magazine <a href="http://www.nannimagazine.it">http://www.nannimagazine.it</a><br />
Si moltiplicano i prototipi di ambienti in cui elettrodomestici e raccolta rifiuti si integrano con sistemi si riciclo dell&#8217;acqua e degli scarti, per nutrire vegetali e piccoli animali.<br />
Fonte: <a href="http://www.ekokook.com">www.ekokook.com</a><br />
Il luogo della casa nel quale si producono più rifiuti è la cucina. È incredibile pensare quanto del cibo che compriamo viene buttato via. Se in passato i rifiuti erano usati come concime o come alimento per gli animali, oggi la loro destinazione è soltanto la spazzatura. A meno che non arrivi presto sul mercato uno dei concept di cucina del futuro che designers di tutto il mondo stanno elaborando.<br />
Uno dei più interessanti è Ekokook, dello studio francese Faltazi Lab, un luogo in cui i rifiuti vengono riciclati per alimentare le piante e l&#8217;acqua non finisce nello scarico, ma ritorna in circolo ed è utile per innaffiare, ad esempio. L&#8217;obiettivo è quello di ottenere una cucina che sia perfettamente autosufficiente, in cui l&#8217;organico possa entrare in simbiosi con l&#8217;artificiale. In una casa &#8220;ogni muro, ogni balcone, ogni finestra, ogni porta, ogni componente può essere a supporto del sistema ecologico &#8211; sostengono i designers &#8211; perché ogni componente, in interazione con le reti esterne, dalle tubature alla raccolta dei rifiuti, può essere implementato per produrre un eco-beneficio. Dobbiamo abituarci a pensare che l&#8217;aria, l&#8217;acqua, il vento e lo stesso sole sono risorse rare. Ogni cosa deve essere riutilizzata, se possibile, prima di finire nelle reti esterne, così, col tempo, la somma degli eco-benefici cambierà la nostra impronta ambientale&#8221;.<br />
Proprio seguendo questa logica gli architetti hanno concepito l&#8217;Ekokook, capace di migliorare ogni elemento di una cucina tradizionale. Il frigorifero, ad esempio, consuma moltissima energia perché molta va sprecata, allo stesso modo il forno, quindi occorre trovare sistemi più efficienti. Il progetto del Faltazi Lab è basato su &#8220;quattro pilastri: la gestione dei rifiuti, il mangiar sano, la riduzione dei consumi energetici e lo stoccaggio intelligente. La nostra cucina comprende strutture per l&#8217;ordinamento, la trasformazione e lo stoccaggio dei rifiuti organici, dei rifiuti solidi e dei liquidi, il tutto privilegiando cibi freschi e sani, prodotti localmente. Abbiamo anche integrato elettrodomestici a basso consumo e alta funzionalità, come la lavastoviglie e il frigorifero a più scompartimenti, e il forno a vapore&#8221;.<br />
Anche Philips, qualche tempo fa, aveva lanciato un concept di cucina intelligente nel quale è possibile &#8216;allevare&#8217; il cibo che si mangerà, dalle alghe alle erbe, dai pesci ai crostacei, in uno spazio minimo all&#8217;insegna del riciclo e dell&#8217;efficienza. Sarebbe una vera rivoluzione nelle abitudini alimentari di tutti noi, unendo la figura del produttore e del consumatore, eliminando l&#8217;intera filiera, che, per quanto corta possa essere, produce sempre inquinamento. Resta da vedere, in una società in cui il tempo per nutrirsi viene sempre più ridotto, e bisogna rimarcare ogni volta l&#8217;importanza dello slow food, quanti avrebbero voglia non solo di prepararsi il cibo da sé, ma di dover anche uccidere pesci e gamberetti. Francesco Amorosino</p>
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		<title>In ITALIA sono contrari alla caccia quattro italiani su cinque e tale scelta condizionerebbe anche le elezioni, se i candidati si esprimessero sull&#8217;argomento</title>
		<link>http://www.accademiadelmonferrato.com/news-accademia-monferrato/in-italia-sono-contrari-alla-caccia-quattro-italiani-su-cinque-e-tale-scelta-condizionerebbe-anche-le-elezioni-se-i-candidati-si-esprimessero-sullargomento/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 03:25:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Aduc, Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori http://www.aduc.it
Il 40% degli elettori alle regionali cambierebbe il suo voto se il candidato inizialmente prescelto proponesse regole a favore della caccia. E&#8217; uno dei risultati di un sondaggio realizzato da Ipsos per Enpa, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf Italia su &#8216;Le opinioni degli italiani sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Aduc, Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori http://www.aduc.it<br />
Il 40% degli elettori alle regionali cambierebbe il suo voto se il candidato inizialmente prescelto proponesse regole a favore della caccia. E&#8217; uno dei risultati di un sondaggio realizzato da Ipsos per Enpa, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf Italia su &#8216;Le opinioni degli italiani sulla caccia&#8217;.<br />
Dall&#8217;indagine emerge che il 79% dei cittadini (quattro su cinque) considera la caccia una crudelta&#8217; da vietare o da regolare piu&#8217; rigidamente, mentre l&#8217;80% la vorrebbe vietare nei terreni privati senza l&#8217;autorizzazione del proprietario. L&#8217;84% degli italiani, inoltre, darebbe la licenza di caccia solo a 21 anni con ritiro ai 70, mentre il 71% chiede di limitare la stagione venatoria a ottobre, novembre e dicembre. Nettissimo anche il dato relativo all&#8217;articolo 43 della legge Comunitaria, approvato in Senato e ora in discussione alla Camera, che permetterebbe l&#8217;estensione della stagione venatoria oltre gli attuali limiti 1 settembre-31 gennaio. In questo caso la contrarieta&#8217; e&#8217; dell&#8217;81% degli italiani, che dunque si oppongono ad ogni ipotesi di allungamento della stagione di caccia.<br />
Molto importante il responso anche nelle tredici Regioni al voto: il 69% degli elettori, secondo il sondaggio Ipsos, si dichiara contrario o totalmente contrario ai candidati che proponessero regole a favore della caccia, e 4 elettori su 10 cambierebbero di conseguenza il loro voto.</p>
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		<title>La legge sui parchi marini va fermata perché mira ad un ulteriore accentramento ministeriale che manifesta la più assoluta discrezionalità e incompetenza politica ed istituzionale</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 04:52:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.accademiadelmonferrato.com/?p=3584</guid>
		<description><![CDATA[Fonte: Greenreport http://www.greenreport.it
Renzo Moschini
PISA. Il Disegno di legge attualmente in discussione al Senato sulle aree marine protette che si vorrebbe &#8211; così si dice &#8211; estendere anche a quelle terrestri, ha preso avvio sulla base di una sollecitazione dell&#8217;UCINA al Salone nautico di Genova che da alcuni anni si interessa dell&#8217;argomento in relazione ovviamente al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Greenreport <a href="http://www.greenreport.it">http://www.greenreport.it</a><br />
Renzo Moschini<br />
PISA. Il Disegno di legge attualmente in discussione al Senato sulle aree marine protette che si vorrebbe &#8211; così si dice &#8211; estendere anche a quelle terrestri, ha preso avvio sulla base di una sollecitazione dell&#8217;UCINA al Salone nautico di Genova che da alcuni anni si interessa dell&#8217;argomento in relazione ovviamente al tema dei posti barca, della portualità etc. Francesco Albertoni dell&#8217;UCINA è tornato sull&#8217;argomento recentemente anche su Repubblica.<br />
Sono temi ai quali abbiamo dedicato nella Collana dell&#8217;ETS sulle aree naturali protette un volume ( la nautica sostenibile) con contributi estremamente interessanti e attuali a cui rimandiamo.<br />
Qui abbiamo voluto ricordare &#8211; diciamo così- l&#8217;innesco della proposta di legge perché è piuttosto singolare che un aspetto tra i più controversi della legge 394 abbia trovato questa accoglienza in un improvvisato disegno di legge dopo essere stato tranquillamente ignorato e snobbato quando esso è stato ripetutamente e autorevolmente posto da Federparchi e non solo. Si dirà; meglio tardi che mai, ma ciò non è vero o lo è solo in piccola parte. Infatti quella partenza che ‘isola&#8217; già in premessa la vicenda delle aree protette marine -sicuramente il comparto più malmesso e peggio gestito dei parchi- preludeva ad una impostazione che non va nella direzione giusta.<br />
Del resto la coincidenza tra l&#8217;avvio del dibattito in Commissione ambiente del senato e l&#8217;emanazione di importanti provvedimenti comunitari dedicati alla gestione integrata della costa mediterranea, ci consente di cogliere in tutta la sua portata questa discrasia che purtroppo ha segnato tutto il percorso della legge 394 e che ora anziché essere finalmente avviata a ricomporsi risulterebbe ulteriormente e sfacciatamente aggravata.<br />
Per evitare quindi annotazioni critiche un po&#8217; all&#8217;ingrosso è forse utile -sia pure molto sommariamente- richiamare taluni ‘precedenti&#8217;di questa complessa e tormentata vicenda lontana per ora da una conclusione soddisfacente.<br />
Possiamo partire dal 1977 perché con il DPR 616 si parla per la prima volta di ‘litorale&#8217;; non è ancora una definizione ma un riconoscimento che la costa non è più solo una delimitazione dei confini dello Stato. E che ciò avvenga nel momento in cui si definiscono i nuovi ruoli della stato e delle regioni da poco arrivate sulla scena, non è certo un caso né tanto meno un dettaglio trascurabile.<br />
Anche se manca ancora una ‘definizione&#8217; della fascia costiera che continuerà a variare da luogo e luogo con una segmentazione che non favorisce una gestione integrata della costa, è questa che finalmente prende avvio. Come annoterà Nicola Greco; ‘Pesca e turismo, navigazione e cantieristica, industria petrolchimica ed ecologia, paesaggio e siderurgia, senza contare i macrointeressi consolidati negli insediamenti urbani di ogni dimensione e nelle grandi e piccole strutture portuali, costituiscono tutti profili di grande rilievo sociale e dunque giuridico. Ciascuno di esso è tuttora disciplinato a gestito nell&#8217;ambito di sistemi e sottosistemi amministrativi che , anche quando siano per avventura allocati nello stesso comparto ministeriale ( ad esempio il Ministero della Marina Mercantile ) o al livello istituzionale ( ad esempio il Comune) presentano con evidenza talora straordinaria il carattere specifico della reciproca impenetrabilità.&#8217;<br />
Pochi anni dopo la legge sul mare 979/82 introduce esplicitamente l&#8217;idea di un ‘piano delle coste&#8217; che supera quella netta distinzione e separatezza tra formazione del demanio marittimo e il resto; la fascia costiera più ampia della linea demaniale diviene a tutti gli effetti il punto di riferimento di una gestione complessiva.<br />
Ci sono insomma le premesse di una gestione integrata della costa incentrata su un rapporto nuovo tra stato, regioni ed enti locali.<br />
E non è certo un caso se proprio con questa legge che ebbe prolungate battute d&#8217;arresto facciano la loro comparsa all&#8217;art 25 le riserve marine ( che in prima battuta non erano state previste). Dice l&#8217;articolo 25 ‘le riserve naturali marine sono costituite da ambienti marini, dati dalle acque ,dai fondali e dai tratti di costa prospicienti che presentano un rilevante interesse per le caratteristiche naturali, geomorfologiche, fisiche , biochimiche con particolare riguardo alla flora e alla fauna marine e costiere e per l&#8217;importanza scientifica, ecologica, culturale, educativa ed economica che rivestono&#8217;.<br />
Ciò ha contribuito non poco &#8211; come annoterà anni dopo ancora Nicola Greco ‘alla conflittualità che caratterizza gli spazi costieri, ponendosi spesso in contrasto con le attività di pesca e con talune utilizzazioni turistiche&#8217;.<br />
Il tutto risultò poi più complicato dal Protocollo Internazionale di Ginevra (3 aprile 82) nell&#8217;ambito della Convenzione di Barcellona per la protezione del mare Mediterraneo contro l&#8217;inquinamento del 76 e recepito nel nostro ordinamento nell&#8217;85, con il quale si era provveduto alla definizione di una diversa procedura di istituzione delle ‘aree del Mediterraneo particolarmente protette&#8217;. Normativa che disegnava anche per le medesime aree ( direttamente o per rinvio) specifiche forme organizzative e norme regolative di compatibilità.<br />
Ne derivarono fenomeni di sovrapposizione e complicazione che la legge 394 del 91 tentò di superare. Ma di fatto come è stato osservato essa oscillò tra l&#8217;esigenza di compiutezza del quadro della ‘protezione della natura&#8217; (la c.d. pianificazione dell&#8217;ambiente fisico) e la rinnovata preoccupazione di integrare riserve ed aree protette marine in una specifica pianificazione per la gestione integrata del mare e delle coste. Sulla base della legge quadro sulle aree protette per la specifica protezione ambientale di porzioni di mare e delle coste marine le forme istituzionalmente praticabili sono le seguenti; parchi marini, aree protette secondo il modello definito nel Protocollo di Ginevra, riserve marine, secondo il modello impiantato dalla legge 979/82, modificato ed integrato dalla legge quadro. I ‘parchi marini&#8217; sono riconducibili alla tipologia definita al comma 1 dell&#8217;art 1 ( parchi nazionali&#8217;) si aggiungono insomma agli altri.<br />
A questa già confusa stratificazione e sostanziale incertezza ordinamentale sul modello di gestione delle aree marine marine si aggiungerà l&#8217;articolo 2, comma 16 della legge 426/1998 che confermerà le commissioni di riserva che non saranno più presiedute però dalla Capitaneria di porto ma da un rappresentante del ministero dell&#8217;ambiente. Era la conferma della difficoltà a inquadrare le aree marine protette in un compiuto sistema, tuttora inesistente, di pianificazione delle aree costiere verso una gestione integrata del mare e delle coste.<br />
Se da un lato quindi è innegabile che la legge quadro lasciava aperti taluni problemi per le aree marine che non erano riscontrabili per le altre aree protette è altrettanto indiscutibile che lo scenario europeo era sempre più contrassegnato da una chiara volontà di far decollare politiche di gestione integrata delle coste che alle aree protette assegnavano un ruolo preciso e molto importante.<br />
Ma è proprio qui che casca l&#8217;asino perché almeno i proponenti del disegno di legge- sembra vogliano approfittare di queste perduranti incertezze e sovrapposizioni normative per imboccare una strada che si è già rivelata rovinosa e lo diverrà ancor più perché volta ad accentuare proprio quella separatezza che è alla base dei fallimentari esiti che sono sotto gli occhi di tutti.<br />
E ciò &#8211; ecco un punto da mettere bene in chiaro da subito &#8211; non trova nelle incertezze della normativa alcuna giustificazione tanto è evidente la pretestuosità di chi non solo intende tenere separati parchi e aree marine ma vorrebbe accentuarla ignorando e infischiandosi di ciò che da tempo ha detto con estrema chiarezza la corte dei conti.<br />
Stupisce perciò e neppure poco che ci sia ancora qualcuno che dopo una gestione ministeriale tanto gretta e fallimentare si illuda che un ulteriore accentramento ministeriale delle competenze possa giovare alle aree protette marine.<br />
Insomma quello che è totalmente mancata nonostante i plateali fallimenti di un comparto sceso in campo quasi un decennio prima di quello della legge quadro è la volontà di integrare quello che è unito e non separato, per costruire finalmente un sistema nazionale e non un mero assemblaggio di parchi e aree protette. E più di qualsiasi discorso la dice lunga il fatto che oggi non esiste neppure una anagrafe delle aree protette marine che risultano clandestine e fuori legge anche se non sono arrivate con i barconi.<br />
Chiunque si prenda la briga di scorrere l&#8217;elenco delle aree protette marine istituite o da decenni in attesa di una firma sempre rinviata come nel caso non unico della Meloria, scoprirà d&#8217;altronde senza troppa fatica con che tipo di gestione abbiamo a che fare. Essa infatti varia senza che se possano comprendere le ragioni. In qualche caso &#8211; raro &#8211; c&#8217;è anche la provincia che manca però nella maggior parte dei casi e ciò vale anche per altri soggetti inclusi o esclusi senza giustificate ragioni. Insomma un comparto gestito con la più assoluta discrezionalità e incompetenza da un ministero che non a caso non dispone più da anni degli strumenti previsti dalla legge per costruire appunto un sistema nazionale integrato.<br />
E veniamo così al testo di legge D&#8217;Alì che già nell&#8217;incipit scrive che dalla legge quadro va abrogato il riferimento ai tratti di mare prospicienti ove operano e possono operare parchi o aree protette regionali, con il che si estromette del tutto le regioni da qualsiasi ruolo. Tanto che si prevede lo scioglimento di quelle aree protette marine istituite &#8211; è il caso di Portovenere in Liguria &#8211; dalla regione. Stessa sorte naturalmente per tutte le altre incluse le 6 previste recentemente dalla regione Calabria. E questo nel momento in cui si straparla di federalismo. Insomma una legge che pretende di risolvere il problema della integrazione appropriandosi interamente di una competenza che non aveva neppure il Ministero della marina mercantile.<br />
La cosa sorprendente però non è solo che si sia messo mano a un progetto del genere e lo si sia fatto alla chetichella e in un momento come questo ma che finora non si siano levate voci per fermare le macchine. Come è possibile &#8211; nottetempo &#8211; affondare e non rilanciare la legge quadro sui parchi? Sarà bene darsi una mossa a partire dal parlamento perché qui c&#8217;è più d&#8217;un ‘legittimo impedimento&#8217; a procedere su una strada tanto balorda.</p>
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		<title>Inasprite le pene. Prigione per chi vende pellicce di cane o gatto</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 03:46:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI GLOBALI http://www.galileonet.it
Un nuovo decreto legislativo inasprisce le pene per chi commercia capi d’abbigliamento rifiniti con il pelo degli animali domestici
Mai più pellicce di cane o gatto. A voler essere ottimisti potrebbe essere questa la conseguenza del decreto legislativo approvato il 1° marzo dal Consiglio dei Ministri che prevede [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI GLOBALI <a href="http://www.galileonet.it">http://www.galileonet.it</a><br />
Un nuovo decreto legislativo inasprisce le pene per chi commercia capi d’abbigliamento rifiniti con il pelo degli animali domestici<br />
Mai più pellicce di cane o gatto. A voler essere ottimisti potrebbe essere questa la conseguenza del decreto legislativo approvato il 1° marzo dal Consiglio dei Ministri che prevede un inasprimento delle pene per chi commercia capi d’abbigliamento rifiniti con il pelo dei tanto amati animali domestici. E’ l’atteggiamento che ha scelto di tenere la Lav (Lega Anti Vivisezione) commentando positivamente l’iniziativa del governo, anche perché l’associazione animalista può a buon diritto considerare il risultato ottenuto come una vittoria personale.<br />
Con l’introduzione delle nuove sanzioni (arresto da tre mesi a un anno o ammenda da cinquemila a centomila euro, confisca e distruzione del materiale a proprie spese) il nostro paese si è conformato a quanto richiesto dal Regolamento comunitario 1523 del 2007 che sancisce il bando di pellicce di cani e gatti in tutta Europa. La normativa eureopea venne sollecitata fortemente dall’Italia dopo che una inchiesta della Lav (Prêt a porter da cani) aveva denunciato la presenza di capi di abbigliamento con pellicce di cane in alcuni grandi magazzini italiani e l’esistenza di un business internazionale che portava all’uccisione di due milioni di cani e gatti l’anno. Quella stessa inchiesta aveva spianato la strada qualche anno prima all’aprovazione nel nostro paese della legge (189/ 2004) sul maltrattamento (Il maltrattamento è reato) che già imponeva nel nostro paese il divieto di utilizzare gli animali domestici per ricavarne delle pellicce.<br />
Ma c’è un aspetto della questione che il nuovo decreto legislativo non contempla e che costringe a smussare gli entusiasmi e a guardare anche la parte vuota del bicchiere: non esiste ancora un sistema efficace che stabilisca a quale animale appartiene la pelliccia sul collo e sui polsini di una giacca, per esempio, o sul risvolto degli stivali. Lo ricorda anche Simone Pavesi, responsabile Lav del settore pellicce: “Chiediamo al Ministero della Salute di validare i necessari metodi di analisi, così come richiesto nello stesso Regolamento comunitario, e di attuare uno specifico piano straordinario di controlli al fine di stroncare una volta per tutte questo vergognoso mercato clandestino”. (g.d.o.)</p>
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		<title>Sondaggio Ipsos: la caccia piace sempre meno, se un candidato alle lezioni si dichiara a favore perde il 40% dei consensi</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 03:03:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Tutela Fauna http://www.tutelafauna.it
Dall&#8217;indagine Ipsos emerge che il 79% dei cittadini considera l&#8217;attività venatoria una crudeltà da vietare. I candidati perdono il 40% dei voti se si dichiarano &#8220;cacciatori&#8221; (11/03/10)
Il 40% degli elettori alle regionali cambierebbe il suo voto se il candidato inizialmente prescelto proponesse regole a favore della caccia. È uno dei risultati di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Tutela Fauna <a href="http://www.tutelafauna.it">http://www.tutelafauna.it</a><br />
Dall&#8217;indagine Ipsos emerge che il 79% dei cittadini considera l&#8217;attività venatoria una crudeltà da vietare. I candidati perdono il 40% dei voti se si dichiarano &#8220;cacciatori&#8221; (11/03/10)<br />
Il 40% degli elettori alle regionali cambierebbe il suo voto se il candidato inizialmente prescelto proponesse regole a favore della caccia. È uno dei risultati di un sondaggio realizzato da Ipsos per Enpa, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf Italia su &#8220;Le opinioni degli italiani sulla caccia&#8221;.<br />
Dall&#8217;indagine emerge che il 79% dei cittadini considera la caccia una crudeltà da vietare o da regolare più rigidamente, mentre l&#8217;80% la vorrebbe vietare nei terreni privati senza l&#8217;autorizzazione del proprietario. L&#8217;84% degli italiani, inoltre, darebbe la licenza di caccia solo a 21 anni con ritiro ai 70, mentre il 71% chiede di limitare la stagione venatoria a ottobre, novembre e dicembre.<br />
Nettissimo anche il dato relativo all&#8217;articolo 43 della legge Comunitaria, approvato in Senato e ora in discussione alla Camera, che permetterebbe l&#8217;estensione della stagione venatoria oltre gli attuali limiti 1 settembre-31 gennaio. In questo caso la contrarietà è dell&#8217;81% degli italiani, che dunque si oppongono ad ogni ipotesi di allungamento della stagione di caccia.<br />
Molto importante il responso anche nelle tredici Regioni al voto: il 69% degli elettori, secondo il sondaggio Ipsos, si dichiara contrario o totalmente contrario ai candidati che proponessero regole a favore della caccia, e 4 elettori su 10 cambierebbero di conseguenza il loro voto.</p>
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		<title>Il controverso tema delle agroenergie: se ne parlerà nell&#8217;ambito della manifestazione fieristica Vegetalia in programma a Cremona dal 19 al 21 marzo.</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 04:51:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Greenreport http://www.greenreport.it
GROSSETO. Il tema dello sviluppo delle agroenergie sarà al centro di un convegno organizzato da Anci, CremonaFiere e Legambiente nell&#8217;ambito della manifestazione fieristica Vegetalia in programma a Cremona dal 19 al 21 marzo. Un tema per certi versi controverso per la necessità di tenere in conto da una parte dell&#8217;uso del suolo, della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Greenreport <a href="http://www.greenreport.it">http://www.greenreport.it</a><br />
GROSSETO. Il tema dello sviluppo delle agroenergie sarà al centro di un convegno organizzato da Anci, CremonaFiere e Legambiente nell&#8217;ambito della manifestazione fieristica Vegetalia in programma a Cremona dal 19 al 21 marzo. Un tema per certi versi controverso per la necessità di tenere in conto da una parte dell&#8217;uso del suolo, della fertilità dei terreni e della produzione di cibo e dall&#8217;altra delle opportunità che lo sviluppo delle energie rinnovabili che derivano dal settore agricolo possono rappresentare sia in termini del raggiungimento degli obiettivi europei per il piano delle tre venti, sia come fattore economico ausiliario del comparto agricolo.<br />
Gli obiettivi intermedi fissati dall&#8217;Ue per il 2010 &#8211; per raggiungere l&#8217;obiettivo del 20% di copertura del fabbisogno energetico con fonti rinnovabili entro il 2020 &#8211; vedono tutti i paesi europei ancora in ritardo, fatta eccezione per la Germania. Entro l&#8217;anno l&#8217;Italia dovrebbe avere una produzione lorda di energia da fonti rinnovabili pari al 22% del totale, mentre ad oggi siamo ancora al 16,5%.<br />
Questi sono gli aspetti che verranno discussi nel convegno in programma il prossimo 19 marzo a Vegetalia, presentato questa mattina a Roma nella sede di Confagricoltura da Anci, CremonaFiere e Legambiente che ne sono gli organizzatori che invitano i Comuni ad aggiornarsi sulle opportunità offerte dall&#8217;energia verde e in particolare, sull&#8217;utilizzo del suolo agricolo<br />
«Le agroenergie sono una grande opportunità per l&#8217;ambiente e per l&#8217;autonomia energetica dei nostri territori &#8211; ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente &#8211; ma sono legate indissolubilmente all&#8217;uso del suolo, e quindi alla produzione di cibo, alla fertilità dei terreni e alla qualità delle acque. Per questo il loro sviluppo va pianificato a livello locale con accordi di filiera con le aziende agricole del territorio, altrimenti si rischia di fare danni. Lo sviluppo delle energie rinnovabili sui suoli agricoli italiani è senza dubbio un fatto di estrema importanza; il problema è che questo sviluppo oggi avviene con incentivi destinati al mondo agricolo ma spesso senza alcun rapporto con l&#8217;agricoltura e le risorse del territorio».<br />
Un aspetto, quello del necessario intreccio tra agricoltura e possibilità di sviluppo di energie rinnovabili che è stato sottolineato anche dal presidente di CremonaFiere, Antonio Piva: «L&#8217;agricoltura può infatti dare un contributo fondamentale per lo sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili &#8211; ha detto Piva, aggiungendo che -. E&#8217; tuttavia necessario che le aziende acquisiscano un profondo know how su questo tema e tengano ben presente che la produzione di energia deve essere un&#8217;integrazione del reddito aziendale, e non costituire il core-business di un&#8217;impresa agricola. In questo senso Vegetalia AgroEnergie rappresenta uno strumento utile e professionale per capire come entrare in questo settore, a chi conviene, e con quali investimenti e rese».<br />
Dello stesso avviso anche Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura per il quale «l&#8217;agricoltura vuole partecipare attivamente allo sviluppo della green economy, promuovendo un modello di produzione di energia da piccoli-medi impianti di cogenerazione e/o alimentati con fonti rinnovabili, ben integrati nelle reti nazionali di distribuzione di energia. Si tratta di un modello di microgenerazione distribuita che ha già trovato applicazione nelle aziende agricole di Confagricoltura, e che ha ancora ampi margini di sviluppo. Le agroenergie, compresi i biocarburanti, possono dare un rilevante contributo alla tutela dell&#8217;ambiente, all&#8217;integrazione del reddito agricolo ed alla creazione di sistemi produttivi intersettoriali con industria e artigianato».<br />
Il problema sta quindi nell&#8217;integrazione perché l&#8217;attuale sistema nazionale di tariffe per le rinnovabili favorisce, infatti, l&#8217;occupazione di suolo da parte di imprenditori che agricoli non sono, con una preoccupante lievitazione dei prezzi dei terreni, e col ricorso, nel caso delle agroenergie, a materie prime di paesi lontani, a partire dall&#8217;olio di palma, senza alcuna garanzia di sostenibilità dei metodi di coltivazione adottati e con un bilancio energetico, considerati i trasporti, del tutto discutibile. Temi, questi, che interessano gran parte del territorio nazionale e migliaia di imprese agricole e amministrazioni locali, perché l&#8217;agricoltura giocherà senza dubbio un ruolo fondamentale nella lotta ai cambiamenti climatici.<br />
Del resto lo sviluppo di energie rinnovabili anche nel settore agricolo può rappresentare una opportunità anche per garantire l&#8217;autosufficienza energetica soprattutto per i comuni che si trovano in aree marginali oltre ad essere un volano economico interessante per evitare lo spopolamento di cui questi comuni sono stati testimoni nel corso degli ultimi anni.<br />
Ad oggi il 74% dei Comuni italiani (circa 6.000) ha installato almeno un impianto per l&#8217;energia pulita nel proprio territorio e il 7,3% ha provveduto a realizzare impianti di questo genere sui propri edifici: scuole, ospedali, biblioteche, sedi amministrative.<br />
E, in particolare lo sviluppo delle agroenergie ha avuto, nel 2009, una notevole impennata. «Le azioni intraprese da molti comuni italiani negli ultimi anni &#8211; dichiara Flavio Morini, delegato Anci all&#8217;Ambiente &#8211; stanno dando un contributo importante alla corsa nazionale per il raggiungimento degli obiettivi posti dall&#8217;Unione Europea in tema di energia da fonti rinnovabili. Le amministrazioni che sanno guardare avanti hanno infatti capito che la produzione di energia pulita, fondamentale per migliorare la qualità di vita dei nostri cittadini, può avere anche ricadute economiche positive sui territori».<br />
(foto tratta da agricolturaonweb.imagelinenetwork.com)</p>
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		<title>L&#8217;equipe dell&#8217;Operazione Sos Po-Lambro è arrivata a destinazione: la sede della Lombarda Petroli a Villasanta (Monza) …</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 03:59:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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FIRENZE. E&#8217; arrivato al capolinea il viaggio di &#8220;Operazione Sos Po-Lambro&#8221;: l&#8217;equipe di Legambiente è arrivata a Villasanta (MB) sede della Lombarda Petroli da dove sono usciti gli idrocarburi che hanno inquinato i corsi d&#8217;acqua. Il sindaco Emilio Merlo racconta a Legambiente la storia dell&#8217;azienda: «Un tempo la raffineria dava lavoro a ben [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Greenreport <a href="http://www.greenreport.it">http://www.greenreport.it</a><br />
FIRENZE. E&#8217; arrivato al capolinea il viaggio di &#8220;Operazione Sos Po-Lambro&#8221;: l&#8217;equipe di Legambiente è arrivata a Villasanta (MB) sede della Lombarda Petroli da dove sono usciti gli idrocarburi che hanno inquinato i corsi d&#8217;acqua. Il sindaco Emilio Merlo racconta a Legambiente la storia dell&#8217;azienda: «Un tempo la raffineria dava lavoro a ben 300 dipendenti. Oggi, con la terza generazione dei Tagliabue (famiglia titolare dello stabilimento), l&#8217;azienda si occupa solo di stoccaggio e a lavorarci sono rimasti solo in cinque». E in effetti come raccontano gli ambientalisti nel loro diario di bordo la fabbrica pare abbandonata da anni (reti tagliate, muri ricoperti da piante e cancelli arrugginiti) mentre le insegne del progetto Ecocity, sono ben evidenti.<br />
Il progetto immobiliare era frutto di una convenzione tra comune di Villasanta, il Gruppo immobiliare Addamiano e la famiglia Tagliabue, proprietaria della Lombarda Petroli, azienda che secondo il progetto Ecocity, sarebbe stata smantellata nei prossimi anni per fare posto a residenze private e poli logistici. «Ora tutto è nelle mani del magistrato e nessuno sa cosa accadrà in futuro-informano dallo staff di &#8220;Operazione Sos Po-Lambro&#8221;: Quello che è certo è che da qui sono state svuotate sette cisterne piene di idrocarburi direttamente nelle fognature creando quello che molti definiscono il secondo incidente più grave accaduto in Italia».<br />
Intanto ieri sono arrivate buone notizie riguardanti sempre il Po e il Lambro. Il Tribunale di Milano ha ritenuto responsabile civile il comune di Milano per &#8220;danno ambientale&#8221; per aver «realizzato con un ritardo di oltre sei anni il sistema di depurazione delle acque reflue urbane» e questa &#8220;carenza&#8221; ha contribuito «all&#8217;inquinamento del fiume Lambro e del fiume Po».<br />
Il risarcimento non è stato stabilito perché non richiesto dai promotori dell&#8217;iniziativa legale (tra cui Legambiente), ora il sistema di depurazione è attivo dal 2006 ma la sentenza &#8211; come spiegano dall&#8217;associazione ambientalista &#8211; è di grande rilevanza generale, perché stabilisce alcuni principi fondamentali: si riconosce per la prima volta in Italia la responsabilità di una amministrazione pubblica in un danno arrecato all&#8217;ambiente a causa di inadempienze o ritardi nella depurazione o nel risanamento di un inquinamento; perché si riafferma il diritto, oltre che di altri enti pubblici, di una associazione ambientalista riconosciuta ad intervenire in giudizio per danno ambientale, in difesa di interessi generali. «Ci siamo accontentati di una vittoria di principio ma di elevato valore simbolico &#8211; hanno sottolineato Andrea Poggio, vicedirettore nazionale e Damiano Di Simine, presidente lombardo dell&#8217;associazione &#8211; perché confidiamo nel fatto che la sentenza sia monito per tutti gli enti responsabili della salute del fiume Lambro, così come degli altri fiumi lombardi, per avviare concrete azioni di depurazione e risanamento dei fiumi e del loro ambiente circostante. Ci rivolgeremo a tutti gli Enti che ci hanno accompagnato sinora per decidere azioni comuni, attraverso il convinto avvio del &#8220;Contratto di fiume&#8221; per il risanamento del Lambro, ma anche per aumentare il livello di tutela, in primo luogo attraverso la istituzione di parchi fluviali lungo il medio e basso corso del fiume: un progetto che può avviarsi con l&#8217;entrata del comune di Milano nel Parco della Media Valle del Lambro, ed estendersi al tratto lodigiano» hanno concluso i due esponenti di Legambiente. La causa civile era stata avviata con la messa in mora del Comune nel 2001 da provincia di Lodi, provincia di Rovigo, Parco Regionale Veneto del Delta del Po, Legambiente e da dieci comuni delle province di Milano, Lodi, Pavia e Rovigo.</p>
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		<title>Nella dichiarazione congiunta del 12 marzo 2010 di Mittenwald/Baviera (D) ci sono le basi per la creazione di una Macroregione Alpina</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 03:34:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella dichiarazione congiunta del 12 marzo 2010 di Mittenwald/Baviera (D) ci sono le basi per la creazione di una Macroregione Alpina che pone la conservazione dell&#8217;ambiente come presupposto.
Comunicato stampa della CIPRA sulla «Strategia alpina» del vertice delle regioni di Mittenwald/D
Macroregione alpina – solo con un’identità comune
La CIPRA saluta con favore la dichiarazione congiunta di importanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella dichiarazione congiunta del 12 marzo 2010 di Mittenwald/Baviera (D) ci sono le basi per la creazione di una Macroregione Alpina che pone la conservazione dell&#8217;ambiente come presupposto.<br />
Comunicato stampa della CIPRA sulla «Strategia alpina» del vertice delle regioni di Mittenwald/D<br />
Macroregione alpina – solo con un’identità comune<br />
La CIPRA saluta con favore la dichiarazione congiunta di importanti rappresentanti politico-amministrativi di quattro Paesi alpini, volta a promuovere uno sviluppo sostenibile di uno spazio di vita estremamente sensibile quale quello dell’arco alpino. Ciò però a condizione che, con la creazione della macroregione alpina, non vengano scardinati strumenti già a disposizione quali la Convenzione delle Alpi ma che questi vengano invece rafforzati e che i sottoscrittori applichino i loro propositi anche nella politica quotidiana.<br />
Nella dichiarazione congiunta del 12 marzo 2010 di Mittenwald/Baviera (D), rappresentanti di Cantoni, Länder e Province di quattro Paesi alpini hanno chiesto la creazione della macroregione alpina per uno sviluppo sostenibile di un territorio estremamente sensibile costituito dalle Alpi.<br />
Un’integrazione della Convenzione delle Alpi<br />
La CIPRA, Commissione internazionale per la Protezione delle Alpi, nella quale si riconoscono circa 100 organizzazioni e istituzioni di tutto l’arco alpino, saluta con favore l’impegno dei sottoscrittori a una dichiarazione congiunta, così come espressa in una bozza distribuita in precedenza. La dichiarazione esprime la necessità di risolvere congiuntamente le sfide del XXI secolo, fra cui la gestione dei cambiamenti climatici, la protezione della biodiversità alpina, la conservazione della risorsa acqua o una gestione dei trasporti più compatibile con l’ambiente e precisa che un approccio comune può rappresentare una grande opportunità per le Alpi. A maggior ragione sorprende però che l’accordo della Convenzione delle Alpi ratificato da tutti i sottoscrittori venga menzionato solo a margine. Inoltre nella “dichiarazione congiunta” si parla soprattutto di sviluppo regionale, tenendo troppo poco in considerazione altri aspetti centrali per la cooperazione delle regioni alpine, trattati invece in maniera molto più ampia dalla Convenzione delle Alpi. Secondo la CIPRA, l’auspicata creazione di una macroregione alpina secondo il modello della macroregione del Baltico ha potenziale solo se le attività verranno integrate e svolte in cooperazione con la Convenzione delle Alpi, e non in concorrenza con essa. L’annunciata stretta connessione della macroregione con i finanziamenti del programma Interreg Alpine Space dell’UE potrebbe condurre a una migliore attuazione dei principi dello sviluppo sostenibile formulati nella Convenzione delle Alpi.<br />
Demarcazione della macroregione da definire meglio<br />
Strano è poi, secondo la CIPRA, che venga presentata alla sottoscrizione una Strategia alpina che non si esprime in modo chiaro sulla demarcazione della nuova macroregione proposta. La cooperazione con le aree extralpine rappresenta un’opportunità solo se viene basata sulla sostenibilità e se i problemi e le particolarità delle Alpi vengono rispettati. Ciò è possibile solo con una demarcazione relativamente stretta delle Alpi, così come prevede la Convenzione delle Alpi. Una cooperazione senza una tale visione alpina comune condurrebbe solo a un migliore ricorso ai finanziamenti e rafforzerebbe in primo luogo i centri extralpini e indebolirebbe i piccoli centri e le zone rurali delle Alpi. La visione di una macroregione alpina deve perciò essere sviluppata in stretta cooperazione con gli organi della Convenzione delle Alpi. In questa fase il coinvolgimento dei Comuni e degli enti territoriali regionali è di estrema importanza. Gli osservatori della Convenzione delle Alpi fra cui la CIPRA dovrebbero svolgere un ruolo importante. Perché sono loro e altre reti che operano a livello alpino a promuovere idee nuove e a impegnarsi anche contro la paralisi della Convenzione delle Alpi.<br />
L’allargamento dell’autostrada mina la credibilità<br />
La CIPRA invita poi i sottoscrittori ad attuare i principi formulati di comune accordo in tutti i settori della politica e a tutti i livelli. E i sottoscrittori mirano ai principi della sostenibilità solo sulla carta, in concreto ciò porta a ben poco. Così la CIPRA ritiene ad esempio che sia poco credibile, nell’ambito di una dichiarazione congiunta per una strategia alpina, chiedere la gestione compatibile con l’ambiente del traffico di transito, mentre singoli sottoscrittori si impegnano al contempo a favore di una terza corsia dell’autostrada del Brennero. La CIPRA richiede invece che vengano rafforzati approcci orientati al futuro e nel segno della Convenzione delle Alpi, come ad esempio la realizzazione di una regione modello per la protezione del clima<br />
Per informazioni rivolgersi a:<br />
Andreas Götz, direttore CIPRA Internazionale, +41 79 651 51 19<br />
<a href="mailto:andreas.goetz@cipra.org">andreas.goetz@cipra.org</a><br />
CIPRA, un’organizzazione variegata e dalle molte sfaccettature<br />
Da più di mezzo secolo la Commissione internazionale per la protezione delle Alpi (CIPRA) è impegnata a favore di uno sviluppo sostenibile nello spazio alpino. L’organizzazione non governativa è alla ricerca di soluzioni perché l’ambiente, l’economia e gli aspetti sociali nelle Alpi possano svilupparsi in piena armonia. La CIPRA è rappresentata in sette Paesi alpini: Germania, Francia, Italia, Liechtenstein, Svizzera, Slovenia e Austria. In Alto Adige opera una rappresentanza regionale. L’organizzazione internazionale, con più di 100 associazioni membre, rappresenta un moderno crocevia di informazioni per tutte le questioni riguardanti le Alpi. Raccoglie dati e fatti su tematiche quali il clima, i trasporti, l’agricoltura di montagna, il turismo, l’energia e l’edilizia, li elabora e li mette a disposizione di tutti gli interessati, anche al di fuori delle regioni alpine. Protezione delle Alpi dall’alto, a livello governativo? Oppure dal basso, con i comuni e la popolazione? Entrambi sono cruciali, la CIPRA ne è fermamente convinta. Per cui da un lato promuove, ispira, e controlla un trattato internazionale quale la Convenzione delle Alpi e dall’altra promuove reti comunali e regionali, applicando una doppia strategia per la protezione delle Alpi che si è rivelata vincente. Tematiche e compiti dunque assai variegati, così come la squadra della CIPRA Internazionale, l’organizzazione di riferimento cui sono federate tutte le differenti CIPRA nazionali. Nella sede i Schaan (Liechtenstein) si incontrano donne e uomini provenienti da quasi tutti i paesi alpini &#8211; Germania, Francia, Italia, Austria, Slovenia e Svizzera – intenti a ricercare insieme soluzioni per le sfide che ci attendono, a lanciare nuovi progetti e a organizzare occasioni d’incontro per lo scambio di conoscenze fra gli stakeholder nello spazio alpino. <a href="http://www.cipra.org">www.cipra.org</a></p>
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		<title>Perché i parchi non fanno notizia? L&#8217;esito dell&#8217;incontro organizzato dalla rivista PIEMONTE PARCHI</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 03:50:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Piemonte Parchi http://www.regione.piemonte.it/parchi/ppweb/index.htm
Grande partecipazione di pubblico all’incontro organizzato dalla nostra rivista. Giornalisti specializzati, naturalisti, esperti, si sono confrontati sul tema dell’appeal mediatico dei parchi tra analisi, interrogativi e qualche sana provocazione
Esiste un modo per comunicare le aree protette senza doversi piegare alla logica della spettacolarizzazione delle notizie, stile “Calendario delle guardiaparco” o “Grande Fratello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Piemonte Parchi <a href="http://www.regione.piemonte.it/parchi/ppweb/index.htm">http://www.regione.piemonte.it/parchi/ppweb/index.htm</a><br />
Grande partecipazione di pubblico all’incontro organizzato dalla nostra rivista. Giornalisti specializzati, naturalisti, esperti, si sono confrontati sul tema dell’appeal mediatico dei parchi tra analisi, interrogativi e qualche sana provocazione<br />
Esiste un modo per comunicare le aree protette senza doversi piegare alla logica della spettacolarizzazione delle notizie, stile “Calendario delle guardiaparco” o “Grande Fratello dei Parchi”?<br />
Se c’è, occorre scovarlo. E bisogna anche fare in fretta.<br />
La sfida dei prossimi anni si gioca tutta qui: avvicinare le persone ai parchi, raccontare la vera identità di questo mondo attraverso linguaggi e modalità nuove. Ma senza inseguire a tutti i costi la logica ansiosa del media-system che rischia di banalizzare una realtà costituita da valori antichi e profondi. Sono alcuni degli interrogativi e delle considerazioni cui sono approdati i partecipanti alla tavola rotonda dal titolo Perché i Parchi non fanno notizia?, organizzata dalla nostra rivista al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, lo scorso 14 gennaio. Giornalisti specializzati, naturalisti, rappresentanti del settore e un pubblico di oltre cento persone si sono dunque confrontati su una pluralità di temi. A partire dall’interrogativo che dava il titolo al convegno: perché i parchi non fanno notizia? «Perché in questo Paese – ha risposto Giulio Ielardi, giornalista free lance – i parchi non interessano. Si tratta di un’idea che cammina ancora davanti alla società». «In effetti – ha aggiunto Ippolito Ostellino, direttore del Parco del Po torinese – il concetto di parco non è stato del tutto acquisito: si pensa al parco esclusivamente in termini di natura senza legarlo al territorio: in questo modo si corre il rischio di veicolare un messaggio sbagliato». Enrico Camanni, direttore di Piemonte Parchi, ha chiarito: «Inutile discutere di comunicazione se non ci si mette d’accordo su un punto: i parchi non sono solo recinti di natura incantata, ma rappresentano un punto d’incontro dell’uomo con l’ambiente, luoghi, pezzi di territorio nei quali è possibile sperimentare il futuro». Tra le cause del debole appeal mediatico del settore c’è da considerare, sempre secondo Ostellino, «la scarsa considerazione di cui gode in Italia la cultura scientifica e naturalistica». «Un ruolo chiave – è intervenuto Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi – lo gioca anche la mancanza d’orgoglio per il nostro straordinario patrimonio naturale nazionale. Negli Stati Uniti, per esempio, si sono inventati un modo per raccontare i 200 anni della loro storia partendo dai parchi naturali. Da noi, un’operazione del genere sarebbe inimmaginabile».<br />
Certo, se poi le aree protette non finiscono quasi mai in prima pagina un po’ di colpa ce l’hanno pure loro. Annota Carlo Grande, giornalista de La Stampa: «Gli addetti stampa degli enti dovrebbero fare uno sforzo per entrare nella mentalità di chi lavora nei media e quindi proporre comunicati leggibili, semplici, che siano sintetizzabili in un titolo, qualcosa che catturi immediatamente l’attenzione. Può non piacere, ma sono le regole elementari di questo lavoro». Della necessità di superare l’«avversione alla cronaca» radicata in molti amministratori degli enti ha parlato Massimiliano Borgia, condirettore del giornale locale Luna Nuova : «I parchi – ha detto – devono rendere conto al proprio territorio: perché c’è una sorta di resistenza a diffondere, per esempio, la notizia del bracconiere scoperto con la selvaggina o del tizio che viene pizzicato all’interno dell’area protetta con la moto slitta? E se i parchi vengono interessati dalle ipotesi di tracciato della Tav, perché non fanno sentire la propria voce?»<br />
La risposta è arrivata da Nanni Villani, responsabile comunicazione del Parco Alpi Marittime: «È vero – ha osservato – nel nostro mondo c’è una scarsa propensione a comunicare: si tende a privilegiare il “fare” rispetto all’apparire. Faccio e, se ho tempo, racconto. Il retropensiero dominante suona più o meno così: “Siamo una realtà così bella che se il mondo non lo capisce è colpa del mondo, non certo nostra” ». Villani ha poi toccato due nodi fondamentali: la cronica mancanza di risorse per la divulgazione di ciò che fanno le aree protette e la conseguente assenza, all’interno degli staff degli enti, di giornalisti professionisti dedicati a tempo pieno al lavoro di comunicazione rivolta ai media. Un mestiere, questo, che non si improvvisa e per il quale non è sufficiente la buona volontà. Un punto, quello della necessità di veri addetti stampa capaci anche di instaurare rapporti personali e continuativi con i giornalisti, sul quale si sono ritrovati d’accordo tutti i partecipanti alla tavola rotonda. «Ma il vero problema – ha proseguito Villani – risiede soprattutto nella difficoltà di “vendere” notizie non facili da semplificare, notizie che il più delle volte sono difficilmente riducibili a slogan e che magari sono pure impopolari in quanto legate alla necessità di porre regole, divieti. Cose che di solito non piacciono: la frase tipica riferita ai parchi è infatti “Quelli lì mettono sempre il bastone fra le ruote…”». Ecco perché ha una sua logica la provocazione finale di Villani: «Chissà, forse, il fatto che i parchi non abbiano troppa visibilità è perfino una buona notizia…!».<br />
È dunque un bene che si parli di aree protette? Il tema è stato raccolto da Giulio Caresio, redattore della rivista Parchi:«Comunicare significa condividere, mettere in comune una parte di sé. Ora, se i parchi comunicano bene verranno scoperti da un maggior numero di persone, avranno maggiore attenzione, maggiori fondi e soprattutto potranno diffondere la cultura profonda, la sapienza antica dei quali sono i custodi. Esistono ancora realtà – ha continuato Caresio – che hanno un valore in sé: la bellezza, il silenzio, il rispetto. Sono tutti aspetti essenziali della cultura dei parchi. È necessario trovare un nuovo modo per trasmettere questi valori senza appiattirsi sul marketing: da questo punto di vista potrebbe essere utile guardare all’operazione compiuta da Carlin Petrini e da Slow Food, e al loro modo di valorizzare il rapporto tra cibo e cultura». «Dobbiamo rimboccarci tutti quanti le maniche – ha esortato Giulio Ielardi – per incrementare sempre di più, anche sotto il profilo della consapevolezza culturale, il numero degli amici dei parchi». Non è facile, certo. «Come si fa – si è domandato Giampiero Sammuri – a comunicare, per esempio, la “positività” della morte degli stambecchi per le abbondanti nevicate invernali, positività legata al fatto che questo evento naturale consente ad altre specie di nutrirsi, senza incorrere nella scomunica degli ultras della natura? Serve un’iniezione di cultura scientifica e di razionalità». «I cambiamenti – ha aggiunto Ielardi – necessitano di tempo e di coraggio: una partita fondamentale è comunque quella dell’investimento nell’educazione». Qualche segnale positivo comunque c’è. Ielardi pensa al ruolo di avanguardia svolto da una rivista come Piemonte Parchi, alla nuova legge sulla riorganizzazione e sul rilancio delle aree protette varata dalla Regione Piemonte, all’«impegno e alla vitalità della gente dei parchi».<br />
Insomma, sulla comunicazione dei parchi non è il caso di farsi troppe illusioni ma non è nemmeno il momento di abbandonarsi al naufragio del pessimismo. Anche perché, come ricorda il giornalista e scrittore Carlo Grande, pure su questo terreno può valere la lezione di Charles Darwin: «Non necessariamente sopravvive il più forte, ma quello che ha saputo adattarsi più in fretta».Conviene attrezzarsi, allora. È il momento del coraggio, della creatività. Il Grande Fratello non può vincere sempre. Mauro Pianta</p>
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