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	<title>Accademia Ambientale del Monferrato</title>
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		<title>Il Piemonte dice no all&#8217;introduzione forzata degli OGM. Il Governo si attivi</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 04:44:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Green Planet Natural Network http://www.greenplanet.net
La regione Piemonte ribadisce le &#8220;sue forti preoccupazioni&#8221; in merito all&#8217;autorizzazione alla coltivazione di alcuni prodotti ogm decisa dalla Commissione europea e chiede al governo italiano un intervento. Il governo deve &#8220;intervenire al piu&#8217; presto per bloccare ogni iniziativa in tal senso, almeno fintanto che non sia approvata una normativa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Green Planet Natural Network <a href="http://www.greenplanet.net">http://www.greenplanet.net</a><br />
La regione Piemonte ribadisce le &#8220;sue forti preoccupazioni&#8221; in merito all&#8217;autorizzazione alla coltivazione di alcuni prodotti ogm decisa dalla Commissione europea e chiede al governo italiano un intervento. Il governo deve &#8220;intervenire al piu&#8217; presto per bloccare ogni iniziativa in tal senso, almeno fintanto che non sia approvata una normativa organica sulle colture geneticamente modificate, che preveda un principio di autodeterminazione dei singoli Paesi&#8221;. La regione, attraverso l&#8217;assessore all&#8217;agricoltura Mino Taricco, sostiene la necessita&#8217; che &#8220;l&#8217;Italia si attivi immediatamente per evitare concretamente la diffusione di colture Ogm sul proprio territorio, nell&#8217;interesse prioritario della salute dei cittadini, della tutela della biodiversita&#8217;, delle produzioni di qualita&#8217;&#8221;.<br />
&#8220;Le colture Ogm &#8211; si dice ancora &#8211; seppur eventualmente convenienti per il singolo agricoltore, non sono vantaggiose per la filiera agroalimentare e per l&#8217;economia nazionale&#8221;. da Agi</p>
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		<title>Smog: i risultati del sondaggio Anci rivelano le solite buone intenzioni degli italiani &#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 04:05:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Eco dalle Città http://www.ecodallecitta.it
Per il 77% degli intervistati l&#8217;inquinamento atmosferico ha raggiunto livelli preoccupanti. Prioritari, per migliorare la qualità dell&#8217;aria, il potenziamennto del trasporto pubblico, gli incentivi alla rottamazione e la creazione di piste ciclabili. Il 54% si dice &#8220;disponibile a spostarsi piu&#8217; spesso a piedi o in bicicletta&#8221; e il 50% &#8220;ad usare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Eco dalle Città <a href="http://www.ecodallecitta.it">http://www.ecodallecitta.it</a><br />
Per il 77% degli intervistati l&#8217;inquinamento atmosferico ha raggiunto livelli preoccupanti. Prioritari, per migliorare la qualità dell&#8217;aria, il potenziamennto del trasporto pubblico, gli incentivi alla rottamazione e la creazione di piste ciclabili. Il 54% si dice &#8220;disponibile a spostarsi piu&#8217; spesso a piedi o in bicicletta&#8221; e il 50% &#8220;ad usare di più i mezzi pubblici&#8221;. La percentuale di chi è disposto a &#8220;ridurre l&#8217;uso dell&#8217;auto privata&#8221; scende al 36%<br />
Gli italiani non sottovalutano l’emergenza smog, ma prima di rinunciare all&#8217;uso della propria automobile chiedono interventi per il potenziamento del trasporto pubblico, per la rottamazione dei vecchi mezzi pubblici, incentivi per l&#8217;acquisto di auto e motorini non inquinanti e l&#8217;incremento delle piste ciclabili. E&#8217; quanto emerge da un&#8217;indagine condotta da Cittalia (Fondazione Anci Ricerche e SWG) su un campione di 1000 cittadini, rappresentativo della popolazione maggiorenne residente nelle regioni del Nord Italia e somministrato pochi giorni prima della domenica a piedi del 28 febbraio.<br />
Il sondaggio, partendo dalla situazione percepita (il 77% ritiene che l&#8217;inquinamento abbia raggiunto livelli preoccupanti), ha proposto agli intervistati misure da adottare per migliorare la qualità dell&#8217;aria. Alla domanda &#8220;Secondo Lei su quali fronti sarebbe necessario intervenire prioritariamente?&#8221; gli intervistati hanno messo al primo posto il rinnovo dei mezzi utilizzati per il trasporto merci, interventi per il miglioramento del riscaldamento domestico e, in terza battuta, interventi per la riduzione del traffico veicolare.<br />
La ricerca, affrontando nello specifico il problema traffico, e proponendo agli intervistati di dare un valore da 1 a 10 agli interventi utili a diminuire le emissioni inquinanti, ha visto piazzarsi al primo posto con un voto medio di 8,6 il potenziamento del trasporto pubblico (bus, tram, ferrovia), seguito con 8 punti su 10 dalla rottamazione dei vecchi mezzi pubblici inquinanti, dagli incentivi per i cittadini che acquistano auto/motorini non inquinanti (7,4), dall&#8217;estensione delle piste ciclabili (7,3), dalla creazione di piu&#8217; parcheggi di scambio e da una simultanea chiusura dei centri storici al traffico privato (7,2), dal potenziamento dei sistemi di mobilità alternativi (car sharing, bike sharing, car pooling), dall&#8217;estensione delle aree pedonali e delle zone a traffico limitato (6,4), dall&#8217;istituzione di pedaggi per l&#8217;ingresso nei centri abitati delle auto inquinanti (5,2), dalle domeniche senz&#8217;auto (4,9), da blocchi del traffico più frequenti (4,9), dalla riduzione dei limiti di velocita&#8217; in autostrada nei pressi dei centri abitati (4,7) e, infine, dall&#8217;introduzione della circolazione a targhe alterne (4,3).<br />
Non vi è però corrispondenza tra lo slancio con cui i cittadini chiedono un impegno alle istituzioni per importanti interventi strutturali e la disponibilità ad incidere direttamente, e in modo virtuoso, sulle proprie abitudini quotidiane. Se il 54% si dice &#8220;disponibile a spostarsi piu&#8217; spesso a piedi o in bicicletta&#8221;, il 52% &#8220;a fare interventi di ristrutturazione in senso ecologico della propria abitazione&#8221; e il 50% &#8220;ad usare di piu&#8217; i mezzi pubblici&#8221;, la percentuale di chi è disposto a &#8220;ridurre l&#8217;uso dell&#8217;auto privata&#8221; scende al 36%.</p>
<p>Per approfondimenti: <a href="http://www.ecodallecitta.it/download.php?s=notizie&amp;e=pdf&amp;f=621">http://www.ecodallecitta.it/download.php?s=notizie&amp;e=pdf&amp;f=621</a><br />
Smog in Val Padana &#8211; sondaggio realizzato da Cittalia – Fondazione Anci Ricerche e SWG [0,26 MB]<br />
I risultati dell&#8217;indagine condotta da Cittalia &#8211; Fondazione Anci Ricerche e SWG su un campione di 1000 cittadini rappresentativo della popolazione maggiorenne residente nelle regioni del Nord Italia (metodologia Cati-Cawi, somministrazione 23-25 febbraio 2010)</p>
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		<title>Quanto acido c’è nell’acqua potabile? Da Alessandria la preoccupazione sale fino a Ferrara</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 03:39:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Quanto acido perfluorottanoico c’è nell’acqua potabile che viene dal Po?”. Se lo chiede Valentino Tavolazzi che fa presente come secondo Medicina Democratica di Alessandria l’acqua del Po conterrebbe concentrazioni enormi di Pfoa: fino a 1.500 ng/l, quando gli altri fiumi italiani ed europei non superano mai 1-20 ng/l. Il Pfoa, acido perfluorottanoico, è tossico, mutageno, cancerogeno, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Quanto acido perfluorottanoico c’è nell’acqua potabile che viene dal Po?”. Se lo chiede Valentino Tavolazzi che fa presente come secondo Medicina Democratica di Alessandria l’acqua del Po conterrebbe concentrazioni enormi di Pfoa: fino a 1.500 ng/l, quando gli altri fiumi italiani ed europei non superano mai 1-20 ng/l. Il Pfoa, acido perfluorottanoico, è tossico, mutageno, cancerogeno, teratogeno, se respirato o bevuto o mangiato col pesce e nella catena alimentare.<br />
“Il Pfoa non si vede, è trasparente ma micidiale – avverte il consigliere comunale di Progetto per Ferrara nella doppia veste di politico locale e membro di Md -. Il Cnr Consiglio Nazionale della Ricerca l’ha trovato perfino alla foce del Po, dopo che ha percorso 600 chilometri. E’ indegradabile nell’acqua (però bioaccumulabile nei tessuti viventi). E’ scaricato a Spinetta Marengo (Alessandria) dalla Solvay, società già sotto processo per lo scandalo del cromo esavalente, cancerogeno. Dalla Bormida finisce in Tanaro e infine nel Po”.<br />
In Italia mancano limiti di legge per il Pfoa (colpevolmente, come era per l’amianto). E’ utilizzato per il Teflon delle padelle antiaderenti e per il GoreTex dei tessuti. Negli Usa è stato messo al bando dopo che la Du Pont ha sborsato 101,5 milioni di dollari per risarcimenti alla popolazione.<br />
L’Epa (Environmental Protection Agency) l’aveva trovato nel sangue umano e nei cordoni ombelicali, dopo aver accertato nelle cavie tumori, soprattutto al fegato, interferenze al sistema endocrino, con l’asse ipotalamo-ipofisi,  alterazioni degli ormoni tiroidei, cancro alla tiroide, danni allo sviluppo e alla riproduzione, riduzione del peso alla nascita, inversione sessuale nei pesci.<br />
“In Italia tali effetti sono confermati dal Comitato nazionale per la biosicurezza e le biotecnologie e dall’Istituto superiore della Sanità – aggiunge Tavolazzi -. Il Codacons ha chiesto di sequestrare 150 milioni di pentole di Teflon. Il Ministero dell’Ambiente, invece,  non ha saputo fare altro che commissionare un altro studio al CNR, peraltro senza finanziarlo. Nessuna legge è stata approvata”.<br />
“A Pontelagoscuro e alla foce del Po il Pfoa pare sia sempre attorno ai 200 ng/l – conclude il consigliere di Ppf -. I cittadini hanno diritto ad essere informati dettagliatamente al riguardo da Hera, Asl, Arpa, Comune, Provincia”.<br />
<a href="http://www.estense.­com/quanto-­acido-c%E2%­80%99e%E2%­80%99-nell%­E2%80%99acqua-­potabile-­031899.html">http://www.estense.­com/quanto-­acido-c%E2%­80%99e%E2%­80%99-nell%­E2%80%99acqua-­potabile-­031899.html</a><br />
<a href="http://www.progetto­perferrara.­org/%E2%80%­9Cma-il-po-­non-morira%­E2%80%9D-­0307.html">http://www.progetto­perferrara.­org/%E2%80%­9Cma-il-po-­non-morira%­E2%80%9D-­0307.html</a></p>
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		<title>Il Governo approva i Farmer market: per l’agricoltura, l’ambiente e i consumatori, per accorciare le distanze tra i produttori e i consumatori. Chilometro zero</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 10:13:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Governo Italiano, http://www.governo.it/GovernoInforma/index.html
Presentazione
Vendita diretta di frutta e ortaggi di qualità da parte degli imprenditori agricoli del territorio di produzione, con abbattimento dei costi di trasporto delle merci e conseguente diminuzione di traffico e inquinamento. Questi sono, in poche parole, gli elementi salienti che caratterizzano i Farmer market, i mercati agricoli di vendita diretta.
&#8220;Un passo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Governo Italiano, <a href="http://www.governo.it/GovernoInforma/index.html">http://www.governo.it/GovernoInforma/index.html</a><br />
Presentazione<br />
Vendita diretta di frutta e ortaggi di qualità da parte degli imprenditori agricoli del territorio di produzione, con abbattimento dei costi di trasporto delle merci e conseguente diminuzione di traffico e inquinamento. Questi sono, in poche parole, gli elementi salienti che caratterizzano i Farmer market, i mercati agricoli di vendita diretta.<br />
&#8220;Un passo importante per l&#8217;agricoltura, i contadini e i produttori&#8221;, ha commentato il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia dopo l&#8217;approvazione del ddl recante &#8220;norme per la valorizzazione dei prodotti agricoli provenienti da filiera corta e di qualità&#8221;, approvato dal Consiglio dei Ministri del primo marzo scorso e che verrà ora trasmesso alla Conferenza unificata per il parere.<br />
&#8220;Si tratta di una grande modernizzazione per tutto il settore primario e ha anche l&#8217;effetto di accorciare notevolmente le distanze tra i produttori e i consumatori” &#8211; ha aggiunto Zaia &#8211; &#8220;accorciare la filiera è indispensabile sia per la diminuzione dell&#8217;inquinamento, (anche questo è il chilometro zero), che per abbassare i costi per i consumatori&#8221;.<br />
Il provvedimento impone un passo di qualità diverso e si aggiunge alle norme in materia di sicurezza alimentare, definendo principi importanti in materia di mercati agricoli riservati alla vendita diretta da parte degli imprenditori agricoli: non solo la modalità di vendita e la trasparenza dei prezzi, ma anche una maggiore verificabilità della qualità dei prodotti: dalla semina, produzione e lavorazione alla vendita.<br />
Facciamo un esempio relativo alla qualità del prodotto in vendita nei Farmer market. Se un consumatore, un aquirente, conosce il terreno in cui vengono coltivati i prodotti, perchè fa parte del territorio circostante in cui abita, sarà molto difficile, e sicuramente controproducente per il produttore &#8211; venditore, produrre in terreni dalla qualità dubbia.<br />
Chilometro zero è l’espressione che sta ad indicare la brevità della distanza dal luogo di produzione al quello di vendita, strettamente collegata e al concetto di filiera corta, che sostanzialmente significa il minor numero possibile di passaggi da chi produce a chi vende i prodotti. Vale a dire uno degli aspetti su cui usualmente il mercato specula di più, con i lavoratori della terra che riescono con difficoltà a far pareggiare i conti tra una buona produzione e il giusto guadagno, a fronte di un prezzo sui banconi di negozi e supermercati che paga il pedaggio di trasporti e numerosi altri passaggi. Ciò riduce il numero degli intermediari commerciali, dovrebbe dunque consentire, col superamento dei costi della distribuzione, un prezzo finale più basso. L&#8217;acquirente può accedervi tramite vendita diretta, mercatini, gruppi di acquisto, cooperative di consumo o commercio elettronico.<br />
Insomma, anche le attività delle pubbliche amministrazioni locali competenti saranno impegnate nel processo di diffusione capillare di questi mercati agricoli di vendita diretta: per la promozione dello sviluppo locale, una migliore conoscenza delle caratteristiche dei processi di trasformazione, nonché delle tradizioni rurali e produttive e, non per ultimo, per un consumo di prodotti agricoli ottenuti nel rispetto dell&#8217;ambiente. Ai consumatori il compito di valutare l&#8217;effettivo vantaggio, tra qualità e prezzo, di questa maniera di scegliere il cibo migliore per sè e i propri cari.<br />
Fonte: Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali<br />
Redazione Internet &#8211; Antonella Bellino</p>
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		<title>BIOCOMBUSTIBILI. In un prossimo futuro i jet andranno a bio-carburanti</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 04:30:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI GLOBALI http://www.galileonet.it
Jet a spazzatura
Uno studio su Science apre la strada alla conversione efficiente ed economica della cellulosa in idrocarburi per alimentare gli aerei. Intanto la British Airways prevede una flotta “bio”
I jet andranno a bio-carburanti. È la promessa che si legge tra le righe di uno studio pubblicato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI GLOBALI <a href="http://www.galileonet.it">http://www.galileonet.it</a><br />
Jet a spazzatura<br />
Uno studio su Science apre la strada alla conversione efficiente ed economica della cellulosa in idrocarburi per alimentare gli aerei. Intanto la British Airways prevede una flotta “bio”<br />
I jet andranno a bio-carburanti. È la promessa che si legge tra le righe di uno studio pubblicato su Science: i ricercatori dell’Università del Wisconsin-Madison, hanno infatti sviluppato un processo economico per convertire gli scarti agricoli negli stessi idrocarburi liquidi che si usano oggi per alimentare gli aerei.<br />
Le piante sono una immensa riserva di combustibile potenziale perché composte per la maggior parte di cellulosa, molecola che può essere “spezzata” in zuccheri e altri composti che, a loro volta, possono essere convertiti in carburanti. La prima parte di questo processo è stata già realizzata dai ricercatori del Laboratorio Nazionale Pacific Northwest del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, che sono riusciti a convertire la cellulosa in Hmf (nome chimico: 5-idrossimetilfurfurale), un composto intermediario della produzione di surrogati “naturali” del petrolio (vedi Galileo).<br />
James Dumesic, chimico dell’ateneo statunitense, aveva invece trovato un modo di realizzare la seconda fase. Dumesic aveva infatti trasformato l’HMF in alcheni, alcuni degli idrocarburi che si trovano nella benzina. Ma la trasformazione richiedeva intermediari costosi. Altro inconveniente: il processo non si arrestava da solo una volta ottenuto l’HMF, ma il composto continua a reagire per trasformarsi in due più stabili, l’acido levulinico e formico.<br />
L’intuizione dei ricercatori è stata ora quella di non tentare di fermare la reazione all’HMF, ma di sfruttare i due acidi finali per trasformarli ancora in altri piccoli composti a forma di anello, chiamati gamma-valerolattoni (GVL, molecole oggi prodotte in piccole quantità che ritroviamo come additivo alimentare o nei profumi), che a loro volta possono essere trasformate facilmente e a basso costo nel gas butene. Più molecole di butene, poi, sono unite per ottenere proprio gli alcheni liquidi voluti.<br />
Al contrario di come può sembrare, il processo completo è in realtà molto semplice e, soprattutto, riesce a trattenere il 95 per cento dell’energia di partenza (questione affatto secondaria dal momento che l’etanolo ha solo i due terzi dell’energia della benzina).<br />
Questo processo produce anche anidride carbonica che però &#8211; sottolineano i ricercatori &#8211; ha delle caratteristiche tali per cui può essere trasformata, per esempio, in metanolo o ‘sequestrata’ all’ambiente più facilmente rispetto a quella che si libera in seguito alla combustione del carbone, mitigando così l’effetto delle emissioni di gas nell’atmosfera.<br />
“La più grande barriera è il costo del GVL, perché fino ad oggi &#8211; spiega Dumesic &#8211; non c’è stato alcun incentivo a produrre in massa questa molecola. Ora che abbiamo invece dimostrato che è possibile convertire il GVL in carburante dovremo migliorare i metodi di produzione per poterlo ricavare direttamente da fonti rinnovabili come legno, scarti agricoli, e rifiuti alimentari”.<br />
Intanto è di questi giorni la notizia che la British Airways (BA) sta preparando per il 2014 una flotta che andrà proprio a spazzatura. La compagnia aerea britannica ha già firmato infatti un contratto con la società americana Solena, per l’istallazione (a partire del 2011) ad est di Londra di quattro impianti in grado di trasformare rifiuti industriali e domestici organici in kerosene sintetico, sfruttando un processo chiamato Fisher Tropsch che consiste nel convertire monossido di carbonio e idrogeno (ricavati dalla ‘gassificazione’ dei rifiuti) in carburanti liquidi. La Solena prevede infatti di convertire 500.000 tonnellate di rifiuti l’anno in oltre 60 milioni di litri di bio-carburante, risparmiando all’atmosfera il 95 per cento dei gas serra che sarebbero emessi utilizzando il normale carburante (qui l&#8217;intervista video). (f.p.)</p>
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		<title>In FRANCIA si fa concreto il rischio di trovarsi con le cosiddette FATTORIE SOLARI al posto di vigneti, con un devastante impatto paesaggistico</title>
		<link>http://www.accademiadelmonferrato.com/notizie-monferrato/in-francia-si-fa-concreto-il-rischio-di-trovarsi-con-le-cosiddette-fattorie-solari-al-posto-di-vigneti-con-un-devastante-impatto-paesaggistico/</link>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 04:04:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.accademiadelmonferrato.com/?p=3550</guid>
		<description><![CDATA[Fonte: Aduc, Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori http://www.aduc.it
Verrà un giorno in cui si dovrà scegliere tra energia pulita e terreni coltivabili? Ancora non siamo a questo punto, ma lo sviluppo dell&#8217;energia solare è sempre più oggetto di discussione nel mondo agricolo. Nel Languedoc-Roussillon, la regione che ospita i maggiori vigneti d&#8217;Europa e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Aduc, Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori <a href="http://www.aduc.it">http://www.aduc.it</a><br />
Verrà un giorno in cui si dovrà scegliere tra energia pulita e terreni coltivabili? Ancora non siamo a questo punto, ma lo sviluppo dell&#8217;energia solare è sempre più oggetto di discussione nel mondo agricolo. Nel Languedoc-Roussillon, la regione che ospita i maggiori vigneti d&#8217;Europa e una delle più solatie della Francia, la crisi della viticoltura regionale fa gola ai produttori di elettricità che ambiscono a trasformare in fattorie fotovoltaiche i terreni destinati all&#8217;abbandono. Così, a un viticoltore del luogo è stato proposto l&#8217;affitto per venti anni dei suoi 4 ettari al prezzo &#8220;di un po&#8217; meno di 2.500 euro l&#8217;anno a ettaro&#8221;. E&#8217; l&#8217;opportunità, per il sessantenne, di raddoppiare la pensione, visto che nessuno gli comprerebbe un terreno il cui valore è più che dimezzato dal 2001. Se mai l&#8217;ostacolo può venire dalla direzione dipartimentale dell&#8217;agricoltura, il cui parere è spesso decisivo per ottenere l&#8217;autorizzazione a costruire.<br />
A fronte di centinaia di progetti di fattorie fotovoltaiche, le autorità devono riuscire a conciliare l&#8217;interesse generale con quello individuale. Non è facile capire che cosa succederà delle fattorie solari tra una ventina d&#8217;anni, e che paesaggio si lascerà alle generazioni future.</p>
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		<title>Le popolazioni sono ridotte e isolate, un seminario per sapere cosa fare per la conservazione della lince in Europa</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 03:41:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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Il futuro nella gestione delle popolazioni di lince eurasiatica, specie protetta a livello europeo, è stato il tema centrale di un seminario che si è svolto all&#8217;inizio di febbraio. A Poljce/Sl i partecipanti hanno discusso cercando di individuare gli ostacoli da superare per la conservazione della lince in Europa e le soluzioni più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: alpMedia <a href="http://www.alpmedia.net">http://www.alpmedia.net</a><br />
Il futuro nella gestione delle popolazioni di lince eurasiatica, specie protetta a livello europeo, è stato il tema centrale di un seminario che si è svolto all&#8217;inizio di febbraio. A Poljce/Sl i partecipanti hanno discusso cercando di individuare gli ostacoli da superare per la conservazione della lince in Europa e le soluzioni più appropriate.<br />
In Slovenia sono ormai presenti non più una ventina di esemplari adulti della popolazione dinarica. Qui la lince si estinse nel 1908, dopodiché venne reintrodotta nel 1973. All&#8217;inizio la popolazione aumentò velocemente, quindi, negli ultimi dieci o quindici anni, è seguita una drastica riduzione, tanto che oggi quella slovena è una delle popolazioni più minacciate d&#8217;Europa. Anche negli altri Paesi europei la situazione non è buona per la lince.<br />
Le sfide poste dalla conservazione della lince in Europa sono molteplici. Le popolazioni sono alquanto ridotte e territorialmente separate le une alle altre, per cui è necessario il loro insediamento in nuovi territori. Occorre inoltre migliorare i collegamenti tra gli spazi vitali per consentire uno scambio tra le diverse popolazioni. Per creare una rete transfrontaliera tra le popolazioni dei diversi nuclei isolati è necessario intensificare le cooperazioni internazionali. Il bracconaggio, ancora piuttosto diffuso, deve essere contrastato con vaste iniziative di informazione e sensibilizzazione rivolte sia alla popolazione sia ai pastori.<br />
Ulteriori informazioni: <a href="http://www.dinaricum.si">http://www.dinaricum.si</a>  (sl), <a href="http://www.dinaris.org">http://www.dinaris.org</a>  (sl)</p>
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		<title>L’Undp avvia un progetto per recuperare 5 milioni di carcasse di bestiame in Mongolia, la moria è stata provocata dal freddo polare e dalle copiose nevicate</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 03:39:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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LIVORNO. L&#8217;United nations development programme (Undp) sta cercando di arginare in Mongolia una catastrofe economica e umanitaria che potrebbe trasformarsi in un incubo ecologico e sanitario. Ieri l&#8217;agenzia Onu per lo sviluppo ha lanciato un progetto &#8220;cash-for-work&#8221; (denaro per lavoro) per raccogliere le carcasse di centinaia di migliaia di animali da allevamento morti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Greenreport <a href="http://www.greenreport.it">http://www.greenreport.it</a><br />
LIVORNO. L&#8217;United nations development programme (Undp) sta cercando di arginare in Mongolia una catastrofe economica e umanitaria che potrebbe trasformarsi in un incubo ecologico e sanitario. Ieri l&#8217;agenzia Onu per lo sviluppo ha lanciato un progetto &#8220;cash-for-work&#8221; (denaro per lavoro) per raccogliere le carcasse di centinaia di migliaia di animali da allevamento morti a causa del gelo polare e dell&#8217;eccezionale caduta di neve. Gli animali colpiti comprendono capre, pecore, cavalli, cammelli, mucche e yak.<br />
I mongoli sono abituati alle temperature rigide ed a condizioni difficili per allevare il loro bestiame, ma quest&#8217;anno si è presentato un fenomeno climatico estremo che localmente viene chiamato &#8220;Dzud&#8221;, un inverno glaciale e pieno di neve, con temperature arrivate a meno 50 gradi centigradi. Una vera e propria catastrofe in un Paese dove un terzo della popolazione viveva già al di sotto della sogliadi povertà, un numero che lo Dzud sembra destinato a far crescere molto.<br />
Circa il 60% della Mongolia è sepolta sotto una coltre di neve ghiacciata che va da 20 a 40 centimetri che impediscono al bestiame di spostarsi verso le zone di pascolo per cibarsi. Sarebbero già morti almeno 2,5 milioni di animali e le loro carcasse rappresentano ora un rischio sanitario terribile, secondo l&#8217;Unpd «A contatto con la neve, questi cadaveri di animali potrebbero inquinare i suoli e favorire la propagazione di malattie e di infezioni».<br />
Il progetto dell&#8217;Onu prevede che 60 mila pastori mongoli ricevano un salario per raccogliere ed interrare le carcasse. L&#8217;iniziativa è rivolta in particolare agli allevatori più vulnerabili che disponevano di mandrie con meno di 200 capi.<br />
Il rappresentante dell&#8217;Undp in Mongolia, Akbar Usmani, spiega che «Il bestiame costituisce il principale mezzo di sussistenza per numerosi mongoli e molte persone hanno perso tutte le fonti di guadagno e di alimentazione».<br />
La tragedia del bestiame non sembra ancora finita, secondo il governo di Ulan Bator e la National emergency management agency (Nama), che ha già affrontato il devastante Dzud del 2001, entro la fine del lungo inverno mongolo, che dura fino a giugno, moriranno altri 3 milioni di animali. Per raccogliere le carcasse di almeno 5 milioni di animali il governo chiede 4 milioni di dollari, l&#8217;Unpd ne ha già stanziati 300.000 e continua a fornire risorse supplementari con l&#8217;aiuto di altre agenzie Onu. Secondo Usmani «Mentre i bisogni urgenti di cibo, ripari riscaldati e cure sanitarie devono esser regolamentate questo approccio ha il merito di evitare la diffusione di malattie ed anche di permettere alle famiglie di nutrirsi durante l&#8217;inverno».<br />
In Mongolia, a causa dei cambiamenti climatici e dell&#8217;espansione dell&#8217;estrazione mineraria, le aree a pascolo sono in forte regressione, ma nel contempo aumenta il bestiame privato. La Nama spiega che «Questa combinazione sta esercitando una pressione crescente sulle scarse terre pastorali. Pochi pastori hanno competenze alternative o accesso alla formazione per acquisire nuove competenze. L&#8217; Early recovery plan si baserà su soluzioni a lungo termine per migliorare la gestione dei pascoli, fornire mezzi di sussistenza alternativi agli allevatori e rafforzare la prevenzione delle calamità nel Paese».</p>
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		<title>Saremo sommersi dai rifiuti tecnologici, circa 40 milioni di tonnellate l’anno, e non si sa come smaltirli e finiscono perlopiù in discarica</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 03:31:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI GLOBALI http://www.galileonet.it
di Tiziana Moriconi
Mentre al centro del Pacifico affiorano nuove isole di plastica, in varie parti dell’Asia si innalzano colline di telefonini. Tra dieci anni appena, il numero dei cellulari nelle discariche sarà infatti, nella sola India, 18 volte quello del 2007. Per non contare Pc e famiglia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Galileo, GIORNALE DI SCIENZA E PROBLEMI GLOBALI <a href="http://www.galileonet.it">http://www.galileonet.it</a><br />
di Tiziana Moriconi<br />
Mentre al centro del Pacifico affiorano nuove isole di plastica, in varie parti dell’Asia si innalzano colline di telefonini. Tra dieci anni appena, il numero dei cellulari nelle discariche sarà infatti, nella sola India, 18 volte quello del 2007. Per non contare Pc e famiglia (netbook, smartbook,…), stampanti, cellulari, cercapersone, fotocamere digitali, lettori musicali, frigoriferi, giocattoli e televisori.<br />
La stima è contenuta nel rapporto delle Nazioni Unite “Recycling &#8211; from E-Waste to Resources” presentato il 22 febbraio a Bali (Indonesia) in occasione del meeting della Basel Convention. Lo studio ha utilizzato i dati di undici paesi in via di sviluppo per calcolare la quantità di rifiuti elettronici attuali e futuri.<br />
Ecco alcuni numeri. In Sudafrica e in Cina, per esempio, si prevede che nel 2020 i rottami dei vecchi computer saranno dal 200 al 400 per cento in più rispetto a tre anni fa, mentre in India si toccherà il 500 per cento. In Cina inoltre, l’e-waste derivante dal disuso dei telefonini sarà sette volte maggiore (sempre rispetto al 2007). Ma anche in paesi come il Senegal e l’Uganda si aspetta che i rifiuti da Pc dimessi crescano di 4-8 volte.<br />
Questi sono indice di sviluppo, ma è necessario che la questione dello smaltimento sia affrontata ora, prima che diventi un problema per l’ambiente e per la salute pubblica &#8211; riporta l&#8217;Agenzia Onu per l&#8217;Ambiente (Unep). “La sfida rappresentata dai rifiuti elettronici è un cardine della transizione verso la green economy”, ha commentato Konrad Osterwalder, sottosegretario generale delle Nazioni Unite: “Le nuove tecnologie di smaltimento, le politiche nazionali e internazionali possono trasformare l’e-waste in un vantaggio, creando un nuovo business”.<br />
Le buone pratiche esistono – si legge ancora nel rapporto &#8211; ma metterle in pratica è complesso e non si può pensare di esportarle semplicemente da un luogo all’altro . Lo dimostra il fatto che attualmente il mondo sta generando rifiuti elettronici a una velocità di circa 40 milioni di tonnellate l’anno. La Cina da sola ne produce circa 2,3 milioni di tonnellate (seconda solo agli Stati Uniti che ne produce circa tre). Qui, sebbene l’importazione di e-waste per il recupero di materiali sia stata vietata, continua ad arrivare la maggior parte dei rifiuti elettronici provenienti dai paesi in via di sviluppo. La situazione è aggravata dal fatto che i materiali sono spesso bruciati per recuperare i metalli come l’oro, l’argento e il cobalto, rilasciando sostanze tossiche nell’ambiente.<br />
Che le buone pratiche siano difficili da attuare lo sappiamo bene anche noi italiani. Nel nostro paese siamo in attesa da più di due anni del decreto ministeriale sui Raee (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), che permetterebbe la consegna dei vecchi apparecchi ai punti vendita. Secondo uno studio condotto nel 2008 dall’istituto di ricerca privato Ambiente Italia e da Ecodom, il consorzio nazionale che si occupa del trasporto e della gestione dei Raee, massimizzare lo smaltimento dei soli elettrodomestici equivarrebbe a tagliare del 3 per cento le emissioni di gas serra.</p>
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		<title>Svelato a Ventotene un mistero della migrazione dell’avifauna. La sosta nelle fasi mi migrazione dipende dalle riserve di grasso (energetiche).</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 04:42:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Svelato a Ventotene un mistero della migrazione dell’avifauna. La sosta nelle fasi mi migrazione dipende dalle riserve di grasso (energetiche).
I dati raccolti dimostrano l&#8217;importanza di siti di sosta ecologicamente intatti.
Fonte: Greenreport http://www.greenreport.it
L’importanza di essere grassi&#8230;
LIVORNO. E&#8217; sempre una grande soddisfazione vedere che i ricercatori italiani, troppo spesso ignorati in patria e sui nostri giornali, riescono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Svelato a Ventotene un mistero della migrazione dell’avifauna. La sosta nelle fasi mi migrazione dipende dalle riserve di grasso (energetiche).<br />
I dati raccolti dimostrano l&#8217;importanza di siti di sosta ecologicamente intatti.<br />
Fonte: Greenreport <a href="http://www.greenreport.it">http://www.greenreport.it</a><br />
L’importanza di essere grassi&#8230;<br />
LIVORNO. E&#8217; sempre una grande soddisfazione vedere che i ricercatori italiani, troppo spesso ignorati in patria e sui nostri giornali, riescono con il loro lavoro a svelare misteri della natura e a conquistare le pagine di importantissime riviste scientifiche. E&#8217; il caso di Fernando Spina e Andrea Ferri, dell&#8217;Istituto nazionale per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) di Ozzano Emilia (Bo) e di Leonida Fusani, del Dipartimento di biologia ed evoluzione dell&#8217;università di Ferrara, che insieme a Wolfgang Goymann del Max-Planck-Institut für Ornithologie della Germania, hanno pubblicato su Biology Letters lo studio &#8220;Body fat influences departure from stopover sites in migratory birds: evidence from whole-island telemetry&#8221; che si basa su dati raccolti sulla piccola isola laziale di Ventotene.<br />
«La migrazione &#8211; scrivono i ricercatori italiani su Biology Letters &#8211; rimane uno dei grandi misteri della vita animale. I piccoli uccelli migratori contano su scali di rifornimento, dopo aver attraversato barriere ecologiche come deserti e mari. Studi precedenti hanno suggerito che le riserve di carburante possono determinare la durata della sosta, ma questa ipotesi non può essere testata a causa delle limitazioni metodologiche. Qui, forniamo le prove che le riserve di grasso sottocutaneo determinano la durata della sosta, misurando con il metodo della telemetria la durata della permanenza dei beccafichi (Sylvia borin) su una piccola isola del Mediterraneo durante la migrazione primaverile. I beccafichi con grandi quantità di depositi di grasso partono dall&#8217;isola in maniera significativamente prima degli uccelli magri. Tutti, tranne un uccello grasso, hanno lasciato l&#8217;isola la sera stessa dopo la cattura, con una stima media di sosta totale di 8,8 ore. Al contrario, la durata media stimata dello scalo totale degli uccelli magri è di 41,3 ore».<br />
I ricercatori sottolineano: «Siamo giunti alla conclusione che nei beccafichi le riserve di grasso determinano la durata delle pause durante la migrazione. Poiché le condizioni atmosferiche erano perfette per la migrazione lungo tutto il periodo dello studio, le differenze tra i due gruppi sono probabilmente imputabili a fattori interni, quali, ad esempio, le riserve di grasso». Quello realizzato a Ventotene è il primo studio al mondo che misura la vera durata della sosta minima di un uccello canoro durante la migrazione.<br />
Lo studio (le cui anticipazioni circolavano da tempo negli ambienti ornitologici italiani) è così importante che è stato ripreso anche dal Bollettino scientifico dell&#8217;Ue Cordis, che spiega: «Durante la migrazione, gli uccelli che hanno una quantità di grasso corporeo più alta fanno pause di recupero più brevi. Una recente ricerca dimostra come proprio questa peculiarità permetta loro di raggiungere in tempi più brevi le zone di riproduzione e di scegliere i siti di nidificazione migliori. I risultati, pubblicati sulla rivista Biology Letters, evidenziano quanto sia importante mantenere in buone condizioni i siti di nidificazione degli uccelli migratori, poiché quest&#8217;ultimi sono in grado di portare a termine la migrazione solo se, lungo il percorso, hanno la possibilità di accedere ad aree ricche di insetti, nettare e polline. Gi uccelli migratori di dimensioni più piccole hanno, a volte, la necessità di fermarsi per reintegrare le proprie riserve di grassi, in modo particolare dopo aver compiuto lunghe traversate sopra oceani o aree desertiche. Tra i fattori che influiscono sulla durata di queste pause figurano le condizioni atmosferiche, la disponibilità di cibo e alcuni fattori interni quali, ad esempio, l&#8217;impulso genetico che spinge certi esemplari a proseguire il viaggio».<br />
Gli ornitologi italiani che lavorano da anni a Ventotene svolgendo anche una preziosa attività di educazione ambientale che ha fatto diminuire drasticamente il bracconaggio, erano già convinti da tempo che uno dei fattori che influenzano maggiormente la durata delle pause dei piccoli uccelli migratori sull&#8217;isola fosse il livello delle riserve di grassi, ma hanno dovuto lavorare duramente e appassionatamente per trovare il necessario riscontro scientifico.<br />
Cordis spiega che «Il team di ricerca ha studiato una serie di esemplari, catturati durante due mattinate del maggio 2009, per analizzare il livello del loro grasso sottocutaneo, valutandolo su una scala da 1 a 8. I ricercatori hanno catturato 10 uccelli di corporatura snella (che presentavo un livello di grasso pari a 0 o 1) e 10 uccelli più grassi (con un livello di grasso pari a 3 o 4) ai quali hanno applicato delle radiotrasmittenti temporanee. Con questo metodo, i ricercatori sono riusciti a monitorare con regolarità se i segnali delle radiotrasmittenti provenienti dall&#8217;isola erano ancora udibili».<br />
Secondo Goymann «I risultati ottenuti sono inequivocabili. I beccafichi più robusti riescono a fare pause più brevi per reintegrare le riserve di grasso durante il viaggio annuale verso le aree di riproduzione. Riteniamo che la maggior parte degli uccelli fossero arrivati sull&#8217;isola la mattina in cui li abbiamo catturati. Tuttavia, anche se non fosse così, i nostri dati hanno evidenziato chiaramente che gli uccelli più in carne aspettavano solo fino all&#8217;imbrunire dello stesso giorno per ripartire. Al contrario, gli uccelli più magri dovevano aspettare il giorno successivo, in modo da aver accumulato riserve di grasso sufficienti per poter continuare il viaggio. I dati dimostrano l&#8217;importanza di siti di sosta ecologicamente intatti. Gli uccelli possono ricostituire le proprie riserve energetiche in modo rapido e arrivare rapidamente ed infallibilmente ai siti di nidificazione solo se possono riposare in zone con scorte sufficienti di insetti, di nettare e polline. Quelli che arrivano presto nell&#8217;area di nidificazione si garantiscono i migliori siti di nidificazione».</p>
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