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	<title>Accademia Ambientale del Monferrato</title>
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		<title>Svizzera, buone notizie per i grandi predatori come il lupo, la lince e l&#8217;orso: trovato un accordo tra allevatori, cacciatori e ambientalisti per favorirne la naturale presenza</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 22:53:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Svizzera, buone notizie per i grandi predatori come il lupo, la lince e l&#8217;orso: trovato un accordo tra allevatori, cacciatori e ambientalisti per favorirne la naturale presenza Fonte: Greenreport http://www.greenreport.it Il Wwf Svizzera annuncia «Una buona notizia per l&#8217;orso, il lupo e la lince! I cacciatori, gli allevatori di ovini e i difensori dell&#8217;ambiente si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Svizzera, buone notizie per i grandi predatori come il lupo, la lince e l&#8217;orso: trovato un accordo tra allevatori, cacciatori e ambientalisti per favorirne la naturale presenza<br />
Fonte: Greenreport <a href="http://www.greenreport.it">http://www.greenreport.it</a><br />
Il Wwf Svizzera annuncia «Una buona notizia per l&#8217;orso, il lupo e la lince! I cacciatori, gli allevatori di ovini e i difensori dell&#8217;ambiente si sono messi d&#8217;accordo: d&#8217;ora in avanti lavoreranno assieme invece di affrontarsi. E ciò per permettere ai grandi predatori di ritrovare il loro posto in Svizzera. La prossima volta che sorgeranno dei problemi si tratterà, per i diversi interlocutori, tra cui il Wwf Svizzera, di cercare assieme soluzioni costruttive. Noi pensiamo che sia un passo nella giusta direzione!».<br />
Il ritorno di lupo, lince e orso in Svizzera ha spesso causato conflitti, con gli ambientalisti che si scontravano con allevatori e cacciatori che volevano semplicemente abbattere i grandi carnivori, ma qualcosa, dopo le proteste per l&#8217;uccisone di lupi ed orsi, sembra essere cambiato. Wwf, Pro Natura, Federazione svizzera d&#8217;allevamento ovino e CacciaSvizzera hanno elaborato un documento di intenti comuni. I negoziati sono stati lunghi, ma il testo finalmente prevede, fra le altre cose, degli accordi sulla politica dei grandi predatori.<br />
Al centro della strategia concordata c&#8217;è lo sviluppo della protezione delle mandrie. Secondo German Schmutz, presidente della Federazione svizzera d&#8217;allevamento ovino, «Gli allevatori si impegnano a prendere ogni misura ragionevolmente possibile, come pascoli a rotazione, cani, sorveglianza da parte di un pastore o recinti».<br />
Le quattro organizzazioni «Ritengono il ritorno di lupo, lince e orso un processo naturale», non escludono «abbattimenti regolativi», ma «a condizione che non si metta in pericolo una specie. Nel caso di uccisione di capi di bestiame, la caccia al predatore dovrebbe rimanere possibile conformemente alle normative in vigore».<br />
Su altri argomenti, come i conflitti fra grandi predatori, la detenzione di bestiame e la caccia di fauna selvatica, Wwf, Pro Natura, Federazione svizzera d&#8217;allevamento ovino e CacciaSvizzera hanno detto di voler cercare compromessi e soluzioni concrete. «Ovviamente, gli accordi non eliminano le divergenze dal punto di vista degli interessi &#8211; hanno sottolineato le organizzazioni &#8211; Ma permettono di trovare soluzioni non più sotto il fuoco dei media o nelle aule dei tribunali, ma attorno ad un tavolo o direttamente sul campo. Si tratta di un importante cambiamento di paradigma».</p>
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		<title>Cibo biologico in netta crescita in Italia nonostante la riduzione dei consumi alimentari causata dalla crisi</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 22:52:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cibo biologico in netta crescita in Italia nonostante la riduzione dei consumi alimentari causata dalla crisi Fonte: Green Style http://www.greenstyle.it Cresce la spesa per il cibo biologico in Italia. Il settore ha registrato nel 2011, secondo quanto rilevato da Ismea-Gfk-Eurisko, un aumento dell’8,9% rispetto al 2010. In testa prodotti caseari, uova, bevande analcoliche, prodotti dolciari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cibo biologico in netta crescita in Italia nonostante la riduzione dei consumi alimentari causata dalla crisi<br />
Fonte: Green Style <a href="http://www.greenstyle.it">http://www.greenstyle.it</a><br />
Cresce la spesa per il cibo biologico in Italia. Il settore ha registrato nel 2011, secondo quanto rilevato da Ismea-Gfk-Eurisko, un aumento dell’8,9% rispetto al 2010. In testa prodotti caseari, uova, bevande analcoliche, prodotti dolciari e snack. Tendenza opposta rispetto ai consumi tradizionali, che nello stesso periodo hanno fatto registrare una netta flessione. Tra questi anche pasta e pane, che registrano un -3,2% rispetto al 2010.<br />
Biologico in netta crescita, con l’aumento della spesa che va dal +21,4% delle uova al 16% delle bevande analcoliche. Ottimi anche i risultati per prodotti caseari (16,2) mentre dolci e snack segnano una crescita del 16,1%. Un giro d’affari complessivo che si stima intorno ad 1 miliardo e 550 milioni di euro, cifra che posiziona il consumo italiano al quinto posto al mondo dietro Usa, Germania, Francia, Regno Unito e Canada:<br />
Tutte le macro ripartizioni territoriali – rileva ancora l’Ismea – sono state interessate da una crescita degli acquisti nel corso del 2011, piu’ accentuata al Sud (+19,2%). Le regioni settentrionali mantengono pero’ un peso preponderante, con oltre il 70% di incidenza sul totale.<br />
Piccolo passo indietro per l’Italia per quanto riguarda invece le coltivazioni biologiche, con il primato europeo che da un paio d’anni è attribuito alla Spagna grazie ai suoi 1,46 milioni di ettari (0,35 mln in più rispetto al nostro Paese, n.d.r.).</p>
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		<title>Il CFS sequestra un&#8217;area industriale in provincia di Pavia. Rilevato un elevato tasso di inquinamento che potrebbe interessare anche la falda acquifera</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 22:44:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il CFS sequestra un&#8217;area industriale in provincia di Pavia. Rilevato un elevato tasso di inquinamento che potrebbe interessare anche la falda acquifera Fonte: C.F.S., Corpo Forestale dello Stato http://www.corpoforestale.it SEQUESTRATA DALLA FORESTALE, IN PROVINCIA DI PAVIA, L&#8217;AREA INDUSTRIALE EX &#8220;CHATILLON&#8221; Rilevato un elevato tasso di inquinamento che potrebbe interessare anche la falda acquifera Il personale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il CFS sequestra un&#8217;area industriale in provincia di Pavia. Rilevato un elevato tasso di inquinamento che potrebbe interessare anche la falda acquifera<br />
Fonte: C.F.S., Corpo Forestale dello Stato <a href="http://www.corpoforestale.it">http://www.corpoforestale.it</a><br />
SEQUESTRATA DALLA FORESTALE, IN PROVINCIA DI PAVIA, L&#8217;AREA INDUSTRIALE EX &#8220;CHATILLON&#8221;<br />
Rilevato un elevato tasso di inquinamento che potrebbe interessare anche la falda acquifera<br />
Il personale del Corpo forestale dello Stato di Pavia e gli agenti del Parco Lombardo Valle del Ticino, hanno dato esecuzione alla misura cautelare del Decreto di Sequestro preventivo dell&#8217;area &#8220;ex &#8211; Chatillon&#8221; nel comune di Pavia, disposta dal GIP del Tribunale di Pavia, ed in accoglimento alla richiesta formulata dalla Procura della Repubblica di Pavia.<br />
Il terreno posto sotto sequestro, con una superficie di 60 mila metri quadrati circa, ospita quel che resta dello stabilimento dell&#8217;ex SNIA Viscosa (uno degli stabilimenti chimico-tessili più grandi della Lombardia) ed era stato sottoposto ad una serie di accertamenti da parte del Corpo forestale dello Stato, su disposizione della Procura.<br />
In seguito ai carotaggi eseguiti dal consulente tecnico, alla presenza del personale del NIPAF del Corpo forestale dello Stato di Pavia e degli agenti del Parco Lombardo Valle del Ticino, nell&#8217;area in questione è stata riscontrata la presenza diffusa di zolfo, metalli tossici e idrocarburi pesanti, anche in notevoli quantità. Il sottosuolo, almeno sino ad una profondità di otto metri, presenta un&#8217;elevata concentrazione di queste sostanze. A tale livello si trova già la falda e, pertanto, le sostanze pericolose si sono propagate e si stanno diffondendo nelle acque sotterranee. Nella perizia viene evidenziato come tale situazione sia dovuta alla presenza di terreni contaminati e grandi quantità di rifiuti interrati e che tali materiali non sono stati adeguatamente trattati e/o messi in sicurezza, determinando, quindi, il continuo trasferimento in ambiente di sostanze pericolose contaminanti.<br />
La situazione, di fatto, non risulta essere stata adeguatamente fronteggiata dall&#8217;attuale proprietario dell&#8217;area contaminata, il quale, a tutt&#8217;oggi, non ha compiuto alcuna operazione idonea di bonifica né tantomeno di contenimento dell&#8217;inquinamento al fine di evitare l&#8217; allargamento dell&#8217;area inquinata e compromessa.</p>
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		<title>A causa della crisi vi è stato un aumento esponenziale di orti urbani: 4,5 milioni di italiani hanno l&#8217;orto in città</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 22:48:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A causa della crisi vi è stato un aumento esponenziale di orti urbani: 4,5 milioni di italiani hanno l&#8217;orto in città Fonte: Ecoblog, http://www.ecoblog.it I dati sono decisamente interessanti e li snocciola CIA, la Confederazione italiana agricoltori: nel nostro Paese ci sono 4,5milioni di italiani che coltivano sul balcone o in terrazzo il loro orto. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A causa della crisi vi è stato un aumento esponenziale di orti urbani: 4,5 milioni di italiani hanno l&#8217;orto in città<br />
Fonte: Ecoblog, <a href="http://www.ecoblog.it">http://www.ecoblog.it</a><br />
I dati sono decisamente interessanti e li snocciola CIA, la Confederazione italiana agricoltori: nel nostro Paese ci sono 4,5milioni di italiani che coltivano sul balcone o in terrazzo il loro orto.<br />
L’identikit dell’agricoltore cittadino che stila CIA è molto preciso:<br />
Ha in media 45 anni, una buona istruzione, sensibilità ambientale e una buona dose di tempo libero. E’ diplomato nel 55 per cento dei casi e molto spesso ha una laurea (30 per cento). In genere si avvicina all’agricoltura mosso prevalentemente da input culturali. Solitamente è un insegnante (20 per cento) o un impiegato (13 per cento), meno frequentemente un operaio (10 per cento) e un imprenditore (3 per cento). E’ un hobby che piace ai giovani (gli studenti rappresentano il 5 per cento) ma, anche se questa è la nuova tendenza, sono chiaramente tantissimi i pensionati (40 per cento) che si avvicinano al lavoro della terra innanzitutto per risparmiare in tempi di crisi economica, oltre che per maggiore familiarità con le tradizioni contadine e per tenersi in forma.<br />
L’autoproduzione e la crisi economica non hanno spazio in questa scelta? Certo, ci sono anche moltissime persone che dismesse rose e margherite preferiscono coltivare zucchine e insalate per avere in tavola sia prodotti freschi sia a basso costo.</p>
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		<title>Oceano Pacifico, la quantità di plastica è centuplicata negli ultimi 40 anni. Il 9% dei pesci esaminati nello studio presentava frammenti di plastica nello stomaco</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 22:01:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oceano Pacifico, la quantità di plastica è centuplicata negli ultimi 40 anni. Il 9% dei pesci esaminati nello studio presentava frammenti di plastica nello stomaco Fonte: Agenzia Giornalistica Multicanale TM News http://www.tmnews.it/web/home.shtml Studio della Scripps Institution for Oceanography: alcuni pesci esaminati presentavano frammenti di materiale nello stomaco Roma, 9 mag. (TMNews) &#8211; La quantità di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oceano Pacifico, la quantità di plastica è centuplicata negli ultimi 40 anni. Il 9% dei pesci esaminati nello studio presentava frammenti di plastica nello stomaco<br />
Fonte: Agenzia Giornalistica Multicanale TM News <a href="http://www.tmnews.it/web/home.shtml">http://www.tmnews.it/web/home.shtml</a><br />
Studio della Scripps Institution for Oceanography: alcuni pesci esaminati presentavano frammenti di materiale nello stomaco<br />
Roma, 9 mag. (TMNews) &#8211; La quantità di frammenti di plastica nel Pacifico settentrionale è aumentata di cento volte negli ultimi 40 anni: è quanto risulta da uno studio della Scripps Institution for Oceanography che ha esaminato le acque al largo delle coste californiane.<br />
Normalmente tutta la plastica gettata in acqua che rimane alla superficie viene degradata dalla luce solare e dal moto ondoso in frammenti non più grandi di un&#8217;unghia: il rischio è che il micromateriale venga ingerito dagli organismi marini.<br />
Il 9% dei pesci esaminati nello studio presentava frammenti di plastica nello stomaco: secondo una stima dei ricercatori la fauna marina a profondità intermedie del Pacifico settentrionale potrebbe ingerire una quantità di plastica che va dalle 12mila alle 24mila tonnellate l&#8217;anno.</p>
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		<title>Concepite dall’Università della California le celle solari liquide, ma ci vorrà tempo prima che siano commerciabili</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 22:43:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Concepite dall’Università della California le celle solari liquide, ma ci vorrà tempo prima che siano commerciabili Fonte: Ecoblog, http://www.ecoblog.it Curiosa notizia quella che arriva dall’Università della California dove recentemente sono state messe a punto delle particolari celle solari liquide utilizzabili come se fossero inchiostro. Si tratta di una tecnologia costituita da nanocristalli molto piccoli (della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Concepite dall’Università della California le celle solari liquide, ma ci vorrà tempo prima che siano commerciabili<br />
Fonte: Ecoblog, <a href="http://www.ecoblog.it">http://www.ecoblog.it</a><br />
Curiosa notizia quella che arriva dall’Università della California dove recentemente sono state messe a punto delle particolari celle solari liquide utilizzabili come se fossero inchiostro. Si tratta di una tecnologia costituita da nanocristalli molto piccoli (della misura di 4 nanometri) rivestiti da cadmio e selenio, che si trovano all’interno di una soluzione liquida: queste caratteristiche permetterebbero alle celle solari di essere stampate (un po’ come avviene per i quotidiani) su una superficie.<br />
La particolarità della scoperta sta nel fatto che i ricercatori, dopo innumerevoli tentativi, sono stati finalmente in grado di mettere a punto un liquido stabile capace di condurre efficientemente l’elettricità. In passato infatti, per mantenere stabili i nanocristalli ed evitare che si attaccassero l’uno all’altro, venivano usate molecole organiche leganti che avevano però il difetto di isolare i cristalli e penalizzare quindi la conduzione elettrica.<br />
Da un punto di vista tecnico si tratta sicuramente di un passo importante: grazie a questo processo è infatti possibile, a temperature piuttosto basse, stampare le celle solari per esempio sulla plastica, sistema questo che favorirebbe la realizzazione di pannelli flessibili facilmente adattabili a qualsiasi superficie. Altro vantaggio, comunque da confermare, sarebbe la maggiore economicità di queste tecnologie rispetto a quelle tradizionali al silicio monocristallino.<br />
Ovviamente stiamo parlando di sistemi di conversione di energia ancora agli albori dove, naturalmente, non mancano le pecche: sembrerebbe infatti che, in termini di produzione di elettricità, ci sia ancora molto da lavorare per arrivare a quel 17-18% di conversione delle migliori celle cristalline. Inoltre da un punto di vista ambientale non è certo da trascurare la presenza del cadmio (materiale abbastanza tossico) nel rivestimento dei nanocristalli.<br />
Insomma strada da fare per migliorare questi sistemi ne rimane ancora parecchia, tuttavia, per quanto siano gli stessi ricercatori dell’Università della California a mettere le mani avanti sottolineando come queste celle solari liquide siano ancora ben lontane da un discorso di commercializzazione, è giusto seguire con attenzione l’evolversi di questo filone di ricerca i cui scenari nel medio-lungo periodo potrebbero chissà rivelarsi davvero interessanti. Via | Dornsife.eu.edu</p>
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		<title>La fine di petrolio a buon mercato costituirà una minaccia per l&#8217;agricoltura e l&#8217;alimentazione, si dovrà imparare a coltivare facendo a meno della chimica</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 22:15:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La fine di petrolio a buon mercato costituirà una minaccia per l&#8217;agricoltura e l&#8217;alimentazione, si dovrà imparare a coltivare facendo a meno della chimica Fonte: Ecoblog, http://www.ecoblog.it Tra una manciata anni non solo dovremo dire addio al petrolio, ma anche suo basso prezzo. Dunque l’UNEP lancia un’ avvertimento, inclusi una serie di consigli, per disintossicare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La fine di petrolio a buon mercato costituirà una minaccia per l&#8217;agricoltura e l&#8217;alimentazione, si dovrà imparare a coltivare facendo a meno della chimica<br />
Fonte: Ecoblog, <a href="http://www.ecoblog.it">http://www.ecoblog.it</a><br />
Tra una manciata anni non solo dovremo dire addio al petrolio, ma anche suo basso prezzo. Dunque l’UNEP lancia un’ avvertimento, inclusi una serie di consigli, per disintossicare l’agricoltura dalla necessità di greggio e derivati. Infatti gli attuali livelli di produzione agricola dipendono dal petrolio a buon mercato, ma questa dipendenza deve essere rifiutata per evitare carenze di cibo e prezzi più elevati in futuro.<br />
Infatti il settore primario è strettamente dipendente dal petrolio e lo chiarisce bene il Focus The end to cheap oil: a threat to food security and an incentive to reduce fossil fuels in agriculture. L’analisi parte dalla Green Revolution, la rivoluzione agricola avvenuta a metà del Secolo scorso che ha visto l’intervento massiccio del petrolio portando un comparto verso l’industrializzazione spinta. Ma candidamente viene anche scritto che il petrolio sta per finire:<br />
Mentre la produzione alimentare, per non parlare di trasporto e molti altri sistemi moderni sono diventati sempre più dipendente dal petrolio, le riserve mondiali di petrolio sono ancora diminuite. Il periodo in cui la produzione di petrolio comincerà a diminuire è noto come “picco del petrolio”. Le stime del picco del petrolio variano notevolmente. Nel 2010, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha riportato che la produzione di petrolio convenzionale ha raggiunto un plateau nel 2006 e ha cominciato a calare nel 2009 (IEA 2010) .<br />
Dunque le soluzioni variano in base alle ideologie (purtroppo è così) e molti esperti sostengono che una possibilità è rappresentata dai biocarburanti. Ma ovviamente questa opzione è da prendere con le molle poiché la produzione di biocarburanti al posto delle colture alimentari in alcune zone d’Europa e negli Stati Uniti è in parte responsabile del calo del 12,7% delle scorte mondiali di cereali tra il 2009 e il 2011. L’equilibrio tra il cibo e la produzione di biocarburanti è fragile, e in alcune regioni, la produzione di biocarburanti potrebbe avere effetti negativi sull’ambiente e il benessere umano. Ad esempio, le colture energetiche hanno bisogno di elevate quantità di acqua tali da competere con la produzione alimentare. Veniamo alle alternative al greggio: la produzione di petrolio non convenzionale, come ad esempio le sabbie petrolifere e di gas scisto potrebbe addolcire il declino della produzione di petrolio convenzionale, ma di contro ha molte conseguenze ambientali, compresi i cambiamenti climatici , poiché la loro produzione richiede volumi di acqua superiori e emette più gas serra rispetto al petrolio convenzionale.<br />
L’agricoltura se non vuole trovarsi spiazzata e cadere in collasso per la fine del petrolio, dovrà imparare a farne a meno poco per volta. Le soluzioni sono semplici e al tempo stesse complesse a causa del profondo cambio di direzione che va nella strada opposta a quella attuale basata sull’agricoltura intensiva: meno uso del suolo, semina su sodo, rispetto delle rotazioni, diminuzione dei fertilizzanti di origine chimica.</p>
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		<title>Idrato di metano: gli USA cercano nel fondo dell&#8217;Artico il carburante del futuro, ma i rischi ambientali e per la salute e la sicurezza sono enormi e non ne vale la pena &#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 22:46:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Idrato di metano: gli USA cercano nel fondo dell&#8217;Artico il carburante del futuro, ma i rischi ambientali e per la salute e la sicurezza sono enormi e non ne vale la pena &#8230; Fonte: Green Style http://www.greenstyle.it Sotto i ghiacci dell’Artico e sotto alcuni oceani ci sono immensi giacimenti di gas non convenzionale. Lo sanno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Idrato di metano: gli USA cercano nel fondo dell&#8217;Artico il carburante del futuro, ma i rischi ambientali e per la salute e la sicurezza sono enormi e non ne vale la pena &#8230;<br />
Fonte: Green Style <a href="http://www.greenstyle.it">http://www.greenstyle.it</a><br />
Sotto i ghiacci dell’Artico e sotto alcuni oceani ci sono immensi giacimenti di gas non convenzionale. Lo sanno bene le compagnie petrolifere e lo sanno bene gli Stati che si affacciano sul Circolo Polare Artico e che, da anni, non fanno altro che piazzare bandierine in fondo al mare o sopra i ghiacciai del grande nord.<br />
Ora, però, arriva la conferma che questo gas si potrebbe anche sfruttare commercialmente: il Dipartimento dell’Energia americano (DOE) ha annunciato di essere riuscito ad estrarre idrati di metano da sotto i ghiacci dell’Alaska, grazie ad una spedizione “scientifica” congiunta che ha visto partecipare anche i giapponesi e la compagnia petrolifera privata Conoco Phillips.<br />
In pratica si è riusciti ad estrarre il metano pompando sotto lo strato di ghiaccio azoto e CO2. Questo, per l’industria del petrolio e del gas, ha due enormi vantaggi: si estrae metano da bruciare e si seppellisce sotto il tappeto l’anidride carbonica precedentemente catturata con i sistemi sperimentali della CCS.<br />
Il test è il secondo di questo tipo: il primo è stato condotto nel 2008 durante un’altra spedizione giappo-americana. All’epoca, però, si era riusciti ad estrarre il gas solo per 6 giorni mentre adesso il gas è fuoriuscito per ben trenta giorni dando appunto la speranza che la cosa si possa fare anche a fini commerciali.<br />
Tutto questo, però, porta con sé rischi enormi. Il primo è noto agli scienziati e consiste nel fatto che gli idrati di metano sono dei cristalli che reggono l’enorme mole di ghiaccio che li sovrasta. Estrarre gli idrati vuol dire fare un grosso vuoto sotto il ghiaccio (o sotto il fondo marino, nel caso dei giacimenti non artici) con la probabilità di causare un crollo.<br />
Quella che vedete è la ricostruzione grafica 3D dell’enorme cratere causato, secondo gli scienziati, da una esplosione di idrati di metano nel Permiano-Triassico (circa 250 milioni di anni fa) avvenuta per cause naturali. Non ci vuole molto a capire che bucando il ghiaccio si gioca con il fuoco.<br />
Il secondo grande rischio, come ben documenta l’ASPO, è che il metano intrappolato nei cristalli, a contatto con temperature più alte, venga liberato in grandi quantità nell’atmosfera nei pressi dei futuri pozzi di estrazione. Considerando l’elevatissimo effetto serra causato dal gas naturale (una ventina di volte superiore a quello della comune CO2), è evidente che una grossa fuga di gas non sarebbe una cosa molto buona per il clima.<br />
Infine, una considerazione: gli idrati di metano altro non sono che “il lato B dello shale gas”, cioè del gas di scisto di cui tanto si sta parlando ultimamente negli Stati Uniti e nel resto del mondo. In entrambi i casi si tratta di andare a cercare ed estrarre gas naturale in condizioni difficilissime, con tecnologie assolutamente sperimentali e non consolidate e con evidenti rischi geologici. In altre parole, sia per gli idrati di metano che per lo shale gas, si tratta di raschiare il fondo del barile. Incrociando le dita. Fonti: DOE | ASPO Italia</p>
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		<title>ROMANIA, NUOVA FRONTIERA DEI GIOVANI CONTADINI EUROPEI, comprano ettari di terreno fertile per duemila euro e avviano prevalentemente aziende biologiche &#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 22:42:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ROMANIA, NUOVA FRONTIERA DEI GIOVANI CONTADINI EUROPEI, comprano ettari di terreno fertile per duemila euro e avviano prevalentemente aziende biologiche, stanno facendo tornare il paese il granaio d&#8217;Europa come lo era tra le due guerre mondiali Fonte: L&#8217;Indipendenza, Quotidiano on line http://www.lindipendenza.com di REDAZIONE Nel 2009 Maxime Laurent, a 19 anni, è uscito dall’istituto agrario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ROMANIA, NUOVA FRONTIERA DEI GIOVANI CONTADINI EUROPEI, comprano ettari di terreno fertile per duemila euro e avviano prevalentemente aziende biologiche, stanno facendo tornare il paese il granaio d&#8217;Europa come lo era tra le due guerre mondiali<br />
Fonte: L&#8217;Indipendenza, Quotidiano on line <a href="http://www.lindipendenza.com">http://www.lindipendenza.com</a><br />
di REDAZIONE<br />
Nel 2009 Maxime Laurent, a 19 anni, è uscito dall’istituto agrario di Nermont Châteaudun (Eure-et-Loir) con il diploma di maturità in tasca. Come scrive Le Monde un mese dopo caricava gli ultimi camion di attrezzi agricoli in partenza per la Romania, con destinazione Macesus de Sus, un paesino nel sudovest del paese.<br />
Il caso di Maxime Laurent non è un’eccezione: la Romania ha circa 15 milioni di ettari di terreni coltivabili e sta diventando il nuovo eldorado degli agricoltori europei. Migliaia di francesi, italiani, spagnoli, britannici, tedeschi, danesi fanno i bagagli e si affrettano verso questo paese entrato nell’Unione europea nel 2007.<br />
Maxime, che dalla più tenera età sognava di diventare agricoltore, non poteva immaginare niente di meglio. “Qui a 19 anni mi sono ritrovato a capo di un’azienda agricola di oltre 1.400 ettari. In Francia per riuscire a fare quello che qui in Romania ho fatto in tre anni ci sarebbero volute due o tre generazioni”.<br />
A Macesus de Sus Maxime coltiva grano, orzo, girasoli e colza. E pensa in grande. Conta di poter beneficiare molto presto dei fondi che la Commissione europea riserva a chi aiuta la Romania a rimettersi in sesto. Il suo progetto dovrebbe permettergli di portare fino a settemila tonnellate le capacità di immagazzinamento e di irrigare 500 ettari di terreno in più. Malgrado le difficoltà non ha rimpianti. “I primi mesi ero un po’ sopraffatto. Se fossi rimasto in Francia che cosa starei facendo oggi? Avrei terminato i miei studi e avrei trovato un posto di lavoro a 1.200 euro al mese. Con quelli ci paghi l’affitto, mangi, ti vesti ma alla fine del mese in tasca non ti resta più niente. Quella non è vita”.<br />
È impossibile ormai attraversare la Romania senza imbattersi in questi coltivatori arrivati dall’ovest per reinventare l’agricoltura del paese. Grazie alle loro competenze e ai loro investimenti, l’economia romena nel 2011 è cresciuta dell’11 per cento. E questo è soltanto l’inizio. Non si vedono più terreni incolti, in campagna non si avverte più una sensazione di abbandono.<br />
I romeni oggi vendono le loro terre coltivabili per duemila euro l’ettaro in media, prezzo che non ha eguali in tutta l’Ue. I sussidi europei invece arrivano a 180 euro per ettaro, la metà della cifra che si può spuntare nell’Europa dell’ovest, ma a partire dal 2014 la nuova politica agricola comune (Pac) dovrebbe equilibrare i livelli dei sussidi in Europa dell’ est e dell’ovest.<br />
Per acquistare terreni in Romania un agricoltore occidentale deve necessariamente aprire una società nel paese, ma a partire dal 2014 chiunque risiederà nell’Ue potrà procedere all’acquisto diretto dei terreni, e questo spiega perché gli agricoltori si stiano tanto affrettando a comperare, prima che la speculazione faccia decollare i prezzi.<br />
Chi ha più fretta di altri sono gli svizzeri, che devono pagare svariate decine di migliaia di euro per un ettaro di suolo elvetico. Gli Hani, originari del cantone di Lucerna, come scrive sempre il quotidiano francese, si sono trasferiti a Firiteaz, piccolo villaggio situato nell’ovest del paese, da una decina d’anni con tutta la loro famiglia: padre, madre, due bambini, due nipoti. E hanno acquistato terreni per 800 ettari.<br />
“In Europa occidentale non c’è più posto per noi giovani”, dice Christian Hani, 29 anni. “Qui, invece possiamo costruire qualcosa anche dal niente. Credo che per noi giovani creare qualcosa di nuovo sia molto importante”.<br />
Nell’Europa dell’ovest il mercato dei prodotti biologici è in pieno boom e gli Hani riescono a vendere tutti i loro prodotti: per coltivarli seguendo i principi dell’agricoltura bio hanno fatto arrivare dalla Svizzera tutti i macchinari e le attrezzature necessarie.<br />
“I cereali che adesso coltiviamo qui prima arrivavano dal Canada, dagli Stati Uniti e dalla Cina”, spiega Lukas Kelterborn, un tedesco specializzato in marketing che collabora con la famiglia Hani e si occupa della vendita dei loro raccolti. “È normale cercare di produrre bio in Europa. In Romania le prospettive sono straordinarie: dobbiamo sempre tenere a mente che questo paese è stato il granaio d’Europa tra le due guerre mondiali. E tornerà a esserlo”.<br />
A Macesus de Sus anche Maxime crede nelle rosee prospettive del biologico. Con la sua compagna romena costruirà una casa sulle sue terre. Già ne possiede una in paese e un appartamento nella vicina città di Craiova. “In Romania conduco una vita più facile, e scopro tradizioni che in Francia ormai sono scomparse. Non avevo mai macellato un maiale o una pecora in vita mia, mentre qui i romeni lo fanno sempre in campagna. In Francia nessuno ha più rapporti con gli altri. Sono veramente molto felice di essere qui”.</p>
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		<title>Appello per un ricorso al Tar contro l&#8217;ampliamento della centrale a carbone di Vado Ligure‐Savona situata in pieno centro abitato &#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 22:49:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Appello per un ricorso al Tar contro l&#8217;ampliamento della centrale a carbone di Vado Ligure‐Savona situata in pieno centro abitato &#8230; Fonte: Greenreport http://www.greenreport.it Un folto gruppo di associazioni, comitati e partiti di Savona chiede alle associazioni nazionali, ambientaliste e non, di affiancarlo nella lotta contro la centrale a carbone di Vado Ligure‐Savona. «In mezzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Appello per un ricorso al Tar contro l&#8217;ampliamento della centrale a carbone di Vado Ligure‐Savona situata in pieno centro abitato &#8230;<br />
Fonte: Greenreport <a href="http://www.greenreport.it">http://www.greenreport.it</a><br />
Un folto gruppo di associazioni, comitati e partiti di Savona chiede alle associazioni nazionali, ambientaliste e non, di affiancarlo nella lotta contro la centrale a carbone di Vado Ligure‐Savona.<br />
«In mezzo al bellissimo ambiente del golfo di Savona &#8211; si legge nell&#8217;appello &#8211; da oltre trent&#8217;anni sorge una grande centrale a carbone, proprio lì, in mezzo al golfo, di fronte a quel mare, dove si possono vedere spesso le evoluzione di balene o capodogli, (non per nulla siamo nel &#8220;santuario dei cetacei&#8221;) si ergono due enormi ciminiere bianche e rosse, si distende uno sterminato deposito di carbone a cielo aperto, ed altre due ciminiere grigie sono recentemente sorte per un nuovo gruppo a ciclo combinato: si tratta di un caso, crediamo unico, di centrale in pieno centro abitato».<br />
Il comitato se la prende con il si bipartisan di Pdl e Pd all&#8217;ampliamento dell&#8217;impianto (gli altri partiti di centro, destra e sinistra sono praticamente tutti contrari) e ricorda che «La centrale di Vado Ligure Quiliano ha cominciato l&#8217;esercizio nel 1970 circa con quattro gruppi. Successivamente due gruppi (3 e 4) sono stati convertiti &#8220;sperimentalmente&#8221; a carbone (sperimentazione che dura da molti decenni) e sono tuttora in servizio. Gli altri due gruppi (1 e 2) sono stati sostituiti (con esenzione dalla VIA) con due gruppi a turbogas poi nominati insieme semplicemente VL5. Questo VL5 è entrato in funzione nel 2007. Ebbene, il ministero dello Sviluppo Economico ha recentemente emesso decreto di autorizzazione per un grande potenziamento con un nuovo ulteriore gruppo a carbone da 460 MW: si manifestano anomalie macroscopiche e inottemperanze a nostro avviso clamorose alle normative vigenti».<br />
I no-coke ne evidenziano alcune: «Assenza di Autorizzazione Integrata Ambientale dovuta per legge (la centrale almeno dal 2007; continua a funzionare anche con i due vecchi gruppi a carbone 3 e 4 nonostante sia priva delle indispensabili autorizzazioni che derivano da tassative disposizioni di legge italiane ed europee); assenza di controlli pubblici delle emissioni delle ciminiere della centrale (le misurazioni sono effettuate solo dalla stessa centrale: il controllato è anche il controllore!); assenza di controlli pubblici degli scarichi idrici (il controllo è effettuato dalla stessa centrale); assenza di completa ottemperanza alle prescrizioni ministeriali condizionanti sul gruppo a turbogas che ciononostante è in funzione dal 2007 (la stessa regione Liguria lo ha ammesso in conferenza dei servizi); assenza di una indagine epidemiologica; assenza di una Valutazione di Impatto Sanitario (più volte richiesta dai sindaci del territorio); assenza di un Registro Tumori».<br />
Si vorrebbe costruire un nuovo gruppo a carbone mantenendo ancora in funzione i vecchi gruppi per altri 9 anni (oltre ai 5 già trascorsi dal 2007, data di richiesta AIA) «In violazione alle norme di legge che impongono l&#8217;adozione delle migliori tecnologie &#8211; docono associazioni e partiti savonesi &#8211; infatti la stessa azienda e la commissione di VIA affermano relativamente ai gruppi 3 e 4 a carbone che &#8220;non permettono ulteriore improvement tecnologici&#8221; e questo nonostante: il parere contrario al potenziamento deliberato formalmente in consiglio comunale da ben 18 comuni : Savona, Vado Ligure, Quiliano, Bergeggi, Spotorno, Noli, Finale Ligure, Pietra Ligure,Balestrino, Vezzi Portio, Albissola Marina, Celle Ligure, Altare, Carcare, Cairo Montenotte, Calice, Rialto, Orco Feglino; La nota ufficiale dell&#8217;Ordine dei Medici di Savona che dichiara tra l&#8217;altro &#8220;nelle aree interessate dalle ricadute delle emissioni della centrale si osservano elevati tassi standardizzati di mortalità rispetto alla media regionale e nazionale&#8230;&#8221; e ancora &#8220;si deduce che la Centrale Tirreno Power di Vado‐Quiliano nel suo assetto attuale eserciti un impatto molto pesante sul territorio dal punto di vista ambientale e sanitario e che il funzionamento degli obsoleti ed eccessivamente inquinanti gruppi a carbone 3 e 4 costituisca una minaccia reale e consistente per la salute e la vita dei cittadini della provincia di Savona&#8221; ; • Il documento dell&#8217;IST &#8211; istituto tumori di Genova, che a proposito del progetto di potenziamento parla tra l&#8217;altro di &#8220;errori ed omissioni nelle stime delle emissioni di polveri fini primarie e secondarie, sottostima delle emissioni di gas serra, sottovalutazione dei dati derivanti da studi su bio indicatori, errori metodologici sull&#8217;impatto sanitario&#8221;; La stessa Regione Liguria nel &#8220;piano di risanamento e tutela della qualità dell&#8217;aria&#8221; a pag 126 dichiara: La combustione nell&#8217;industria dell&#8217;energia e quindi essenzialmente la centrale termoelettrica è la prioritaria responsabile di Ossidi di azoto, PM10, SOx e di COV&#8221;; Le perizie giurate in tribunale del dott. Marco Stevanin (studio Terra) che mettono in discussione l&#8217;impianto progettuale del potenziamento; Che ARPAL abbia verificato in mare (in corrispondenza della foce del torrente Quiliano in cui confluiscono anche gli scarichi della centrale) un livello di inquinanti nei sedimenti anche cento volte superiori ai limiti di legge. (come evidenziato non sono effettuati controlli pubblici allo scarico idrico della centrale: 944 miliardi di litri nel solo 2008); • che lo stesso Presidente della regione Liguria abbia dichiarato in riferimento ai gruppi a carbone 3 e 4 che si tratta di inquinamento &#8220;colossale&#8221;; La letteratura scientifica internazionale che evidenzia i danni alla salute della combustione del carbone (in questo caso in pieno centro abitato); La valutazione degli enormi danni ambientali documentati in sede europea (Externe); Oltre 10.000 firme di cittadini che hanno sottoscritto documento di contrarietà al potenziamento; Le numerose personalità che si sono pronunciate contro questo progetto di potenziamento a carbone; Associazioni, partiti, comitati che hanno manifestato in varie forme e in vari documenti ferma contrarietà».<br />
Tutte cose che però non hanno fatto retrocedere i favorevoli alla centrale a carbone anche se secondo comitati e associazioni «E&#8217; doveroso ricordare che secondo fonti ufficiali Terna l&#8217;attuale capacità produttiva di energia in Italia è praticamente il doppio del picco massimo di richiesta».<br />
L&#8217;appello affronta anche l&#8217;eterno conflitto posti di lavoro &#8211; ambiente e ricorda che «Potrebbe essere prevista l&#8217;opzione metano come richiesto dal sindaco di Savona, da Arci e Acli, dall&#8217;ordine dei medici ecc».<br />
L&#8217;appello conclude: «Contro questo progetto che, qualora realizzato, condannerebbe questo territorio ad altri 50 anni di carbone, a tutela della popolazione che comunque ha già subìto per anni un inquinamento da impianti non adeguati alle migliori tecnologie disponibili e per evitare il procrastinarsi negli anni di questa incredibile situazione, cittadini, comitati e associazioni hanno dato incarico all&#8217;avvocato Ceruti di Rovigo di predisporre ricorso al Tar dal Lazio in analogia con quanto da lui fatto per la centrale di Porto Tolle con la partecipazione delle più importanti associazioni ambientaliste a livello nazionale. Sarà anche presentato a cura dello stesso avvocato un esposto alla Procura della Repubblica».<br />
Non dovrebbero esserci problemi per l&#8217;adesione delle associazioni ambientaliste, visto che localmente partecipano al fronte no-coke Legambiente, Greenpeace, Italia Nostra e Fondo ambiente italiano, Maria Maranò, della segreteria nazionale di Legambiente, dice: «Per quanto ci riguarda, come Legambiente, il nostro sostegno è scontato e credo anche quello di molte altre organizzazioni del Comitato nazionale Fermiamo il carbone. Penso sia utile però una riunione specifica con il comitato locale per promuovere il ricorso al Tar ma anche per decidere altre iniziative pubbliche per sostenere la loro battaglia, così come abbiamo fatto con il comitato di Porto Tolle».</p>
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