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	<title>Accademia Ambientale del Monferrato</title>
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		<title>Esplode piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico. Allarme (rientrato) per fughe di greggio</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 13:08:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Il Fatto Quotidiano http://www.ilfattoquotidiano.it
Domato l’incendio provocato ieri pomeriggio dall’esplosione vicino alle coste della Lousiana, a pochi mesi dal disastro ambientale nei pozzi della Bp. La Guardia Costiera fa sapere che l’emergenza provocata dalla fuoriuscita di petrolio è cessata: “Non ci sono fughe visibili”.
Ieri era scoppiato il panico a 130 miglia di distanza dalle coste [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Il Fatto Quotidiano <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it">http://www.ilfattoquotidiano.it</a><br />
Domato l’incendio provocato ieri pomeriggio dall’esplosione vicino alle coste della Lousiana, a pochi mesi dal disastro ambientale nei pozzi della Bp. La Guardia Costiera fa sapere che l’emergenza provocata dalla fuoriuscita di petrolio è cessata: “Non ci sono fughe visibili”.<br />
Ieri era scoppiato il panico a 130 miglia di distanza dalle coste della Luisiana. Tredici dipendenti dispersi in mare sono stati salvati dalla guardia costiera. La piattaforma si trova poco lontano dalla Deepwater Horizon, la base petrolifera della Bp che prese fuoco lo scorso 20 aprile. A quattro mesi di distanza dalla più grande tragedia ambientale d’America, l’incubo della macchia nera è quindi tornato drammaticamente.<br />
“Nessuna dispersione di petrolio in mare”, così dice dopo qualche ora la società, proprietaria della piattaforma. Versione poi smentita dai fatti e dalla guardia costiera che nella serata di ieri ha affermato: “La scia di greggio ha raggiunto i 2 km”. Questa mattina, dopo la conclusione delle operazioni di spegnimento dell’incendio, l’annuncio del cessato allarme.<br />
Domenica scorsa il Presidente americano Obama era sbarcato proprio sulle coste della Luisiana, per celebrare il quinto anniversario dal disatro di Katrina. Oggi è stato il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, a intervenire, quando ancora la fuoriuscita di petrolio non era registrata: “La Casa Bianca è pronta ad intervenire se l’esplosione della piattaforma, evidenziasse il rischio di una nuova merea nera”. E cerca di tranquillizzare la popolazione: ”Abbiamo tutti gli asset pronti e schierati per una eventuale risposta nel caso in cui ci venisse segnalato un inquinamento dell’acqua”.</p>
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		<title>Golfo del Messico: esplode un&#8217;altra piattaforma petrolifera a 80 miglia dalle coste della Louisiana ….</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 11:55:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Ecoblog, http://www.ecoblog.it
Una nuova Deepwater Horizon? Di nuovo marea nera? Ancora oil spill? Sembra incredibile, ma a quattro mesi dal disastro, e a poche settimane dall’operazione Static Kill, è successo di nuovo.
Sempre nel Golfo del Messico, sempre di fronte le coste della Louisiana, sempre una piattaforma petrolifera.
La Vermilion 398, della compagnia petrolifera Mariner Energy, è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Ecoblog, <a href="http://www.ecoblog.it">http://www.ecoblog.it</a><br />
Una nuova Deepwater Horizon? Di nuovo marea nera? Ancora oil spill? Sembra incredibile, ma a quattro mesi dal disastro, e a poche settimane dall’operazione Static Kill, è successo di nuovo.<br />
Sempre nel Golfo del Messico, sempre di fronte le coste della Louisiana, sempre una piattaforma petrolifera.<br />
La Vermilion 398, della compagnia petrolifera Mariner Energy, è esplosa a 80 miglia dalle coste della Louisiana alle 9:00 circa (ora locale) con 13 persone a bordo, per fortuna tutte salve secondo le prime notizie disponibili.<br />
Ancora nessuna notizia sull’inquinamento e sulla quantità di petrolio che si è versata in mare. Ma l’incubo è tornato.</p>
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		<title>IL RITORNO DELLA CICOGNA BIANCA presso i confini della Riserva Naturale del Torrente Orba</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 09:52:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Parco Fluviale del Po e dell’Orba Tratto VC &#8211; AL http://www.parcodelpo-vcal.it
La cicogna bianca (Ciconia ciconia) dopo un&#8217;assenza secolare è tornata a nidificare a Predosa. Ha scelto una delle zone più suggestive: il borgo di Retorto, vicino al corso d’acqua, presso i confini della Riserva Naturale del Torrente Orba. Una bella sorpresa, che arricchisce ancora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Parco Fluviale del Po e dell’Orba Tratto VC &#8211; AL <a href="http://www.parcodelpo-vcal.it">http://www.parcodelpo-vcal.it</a><br />
La cicogna bianca (Ciconia ciconia) dopo un&#8217;assenza secolare è tornata a nidificare a Predosa. Ha scelto una delle zone più suggestive: il borgo di Retorto, vicino al corso d’acqua, presso i confini della Riserva Naturale del Torrente Orba. Una bella sorpresa, che arricchisce ancora il grande valore naturalistico dell’area: 181 sono, ad esempio, le specie di uccelli censite, in questo naturale corridoio ecologico tra la pianura e l’Appennino. La coppia di cicogne insediatasi a Retorto ha allevato con successo 4 giovani. La deposizione delle uova è avvenuta all’incirca a metà aprile, con la nascita dei pulli dopo poco più di un mese. Il primo giovane è stato osservato a fine maggio, mentre timidamente si sporgeva dal nido. In seguito la schiusa delle altre uova ha portato a un totale di 4 animali, che hanno iniziato a volare durante la fine del mese di luglio. Soltanto nei primi giorni di agosto è stato possibile osservare tutti i giovani involati, in alimentazione nelle vicinanze del sito riproduttivo. Curioso il posizionamento del nido, che è stato infatti costruito su un traliccio di media tensione, non pericolosissimo ma, aspetto più problematico, situato nelle vicinanze di altre strutture più pericolose per la loro conformazione. L’Ente Parco ha, di conseguenza, avviato un rapporto di collaborazione con ENEL Distribuzione, in particolare con l’Unità Operativa di Novi Ligure, che ha portato alla posa di protezioni isolanti nei punti più pericolosi. In autunno, quando gli animali non frequenteranno più l’area, saranno eseguiti ulteriori interventi sul traliccio dove è posizionato il nido e sui sostegni posti nelle immediate vicinanze, creando le adeguate condizioni di sicurezza. Nel frattempo le cicogne migreranno verso l’Africa e, fedeli al sito di nidificazione, probabilmente torneranno in primavera per una nuova stagione riproduttiva.</p>
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		<title>Vivisezione, l’inganno dell’Unione Europea: prendi un animale e lo torturi tre volte. Infuriano le polemiche degli animalisti: è un pericoloso passo indietro</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 22:57:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Il Fatto Quotidiano http://www.ilfattoquotidiano.it
La nuova direttiva Ue deve essere approvata entro l&#8217;8 settembre. Ma già infuriano le polemiche degli animalisti su una deriva ancora più violenta. Ogni anno vengono utilizzati 12 milioni di animali per esperimenti scientifici
Esperimenti su animali randagi e domestici. In poche parole cani e gatti. Utilizzando metodi da tortura come l’isolamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Il Fatto Quotidiano <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it">http://www.ilfattoquotidiano.it</a><br />
La nuova direttiva Ue deve essere approvata entro l&#8217;8 settembre. Ma già infuriano le polemiche degli animalisti su una deriva ancora più violenta. Ogni anno vengono utilizzati 12 milioni di animali per esperimenti scientifici<br />
Esperimenti su animali randagi e domestici. In poche parole cani e gatti. Utilizzando metodi da tortura come l’isolamento forzato, il nuoto forzato o altri esercizi che portano inevitabilmente all’esaurimento (morte) degli animali. E non è finita, perché se l’intensità è “moderata”, l’esperimento sulla stessa bestiola si può ripetere. Un bell’escamotage per sostenere, come recita la nuova direttiva europea sulla vivisezione, che d’ora in poi gli esperimenti coinvolgeranno meno animali. Il tutto gravato da un singolare paradosso: in Italia la legge sulle vivisezione è più rigida, ma ora le nuove regole dell’Unione non saranno più derogabili dai singoli paesi con buona pace delle multinazionali del farmaco. Certo l’Italia potrebbe chiedere di mantenere le sue regole, ma la domanda è: lo farà?<br />
Intanto, dopo anni di discussioni e rimaneggiamenti, la nuova direttiva europea sulla vivisezione è pronta al varo. Ma nessuno, o quasi, degli europarlamentari italiani eletti nel 2009 è ancora andato a leggersi il testo. Peccato, perché a guardarlo bene ci sono punti che farebbero accapponare la pelle anche al più convinto sostenitore della sperimentazione scientifica con gli animali. Il testo prevede, ad esempio, all’articolo 16: “La possibilità di riutilizzare animali già sottoposti a esperimenti di intensità ‘moderata’”. Un paradosso, si diceva. “In questi ultimi mesi quasi tutti gli articoli chiave sono cambiati in peggio rispetto alla prima stesura del 2008 – dichiara scandalizzata Vanna Brocca della Leal, la Lega antivivisezione – ad esempio la frase la possibilità di riutilizzare animali già sottoposti a esperimenti di intensità moderata è significativamente diversa rispetto alla prima stesura ipotizzata dalla Commissione, dove si parlava invece di esperimenti di intensità lieve“.<br />
“Tra le procedure codificate poi – continua la Brocca – c’è l’isolamento forzato di cani e scimmie o il nuoto forzato o altri esercizi fino all’esaurimento dell’animale”. Un risultato ben diverso, insomma, da quello che si aspettavano le principali associazioni animaliste che auspicavano il graduale superamento della sperimentazione con gli animali grazie all’utilizzo di metodi alternativi, in provetta o tramite modelli computerizzati e, nello stesso tempo, la riduzione degli esperimenti più dolorosi. Ma non è l’unico scivolone del testo. Sempre nella prima stesura del 2008 non vi era di certo: “La possibilità di chiedere delle deroghe a sperimentare su animali randagi delle specie domestiche – aggiunge la Brocca – l’ articolo 11 del testo (compresi cani e gatti ndr), qualora sia impossibile raggiungere lo scopo della procedura” altrimenti e quando sia ritenuto “essenziale” per tutelare l’ambiente o la “salute umana o animale”.<br />
Eppure, la relatrice della normativa, l’eurodeputata Elisabeth Jeggle del Partito popolare europeo, aveva dichiarato alle agenzie di stampa: “Le nuove norme realizzano un compromesso tra i diritti degli animali e le esigenze della ricerca”. Ma il risultato finale non pende certo a favore degli animali. E così, mentre i nostri eurodeputati sonnecchiano, il tam tam di protesta degli animalisti è già partito. La Leal, lega antivivisezionista, sta raccogliendo le firme per una petizione online da portare al Parlamento europeo entro l’8 settembre, giorno della votazione del testo. Sono già oltre le 60mila. Tra questi hanno firmato: l’astrofisica Margherita Hack, l’attrice Lea Massari, la scrittrice Sveva Casati Modignani, il fotografo Gabriele Basilico. In gioco, stando ai dati forniti dall’Ue nel 2005 (gli ultimi disponibili), ci sono i 12 milioni di animali che vengono usati ogni anno in Europa per finalità di ricerca. Una statistica dalla quale vengono generalmente escluse le specie invertebrate e gli animali uccisi per utilizzare tessuti e organi. Ed ecco che cosa si sono inventati a Bruxelles come “compromesso”, per usare le parole della Jeggle.<br />
Il professor Agostino Macrì è stato per anni uno dei massimi ricercatori all’Istituto Superiore di Sanità, oggi scrive per alcune riviste scientifiche: “Io ho fatto quasi sempre sperimentazione sui ratti, non sono contrario alla sperimentazione scientifica con test sugli animali. Ci sono farmaci che possono essere testati sull’uomo se non dopo una prima fase di test fatta sugli animali. Certo, però, se dovesse passare il principio generale a livello europeo che si possono riutilizzare per più esperimenti gli stessi animali, sarei contrario. Mi sembra una inutile tortura. Come sono contrarissimo a usare animali cosiddetti randagi, portatori di per se di altre malattie. Oggi comunque in Italia – continua Macrì – per la sperimentazione su cani e gatti o su altre specie al di fuori dei ratti, bisogna chiedere una deroga, una autorizzazione al ministero della Salute che la sottopone poi al vaglio di una commissione in seno all’I.S.S”. E già la normativa italiana, la n.116/92, è parecchio restrittiva sulla sperimentazione su quasi tutte le specie animali.<br />
“In realtà- dice Brocca – domani potrebbe diventare tutto più difficile o più semplice a guardarlo dalla parte dei vivisettori e dei grandi gruppi che dalla vivisezione traggono profitto. Infatti l’articolo 2 della nuova Direttiva esclude che si possano apportare migliorie alla Direttiva nella fase di recepimento. Tutt’al più l’Italia potrà chiedere di mantenere delle misure più restrittive, se già le possiede. Ma avrà voglia di farlo?”. Il timore è che per competere con gli altri 26 Paesi dell’Unione, il nostro governo non si batta abbastanza e decida di adeguarsi integralmente a questa Direttiva tutta giocata al ribasso.<br />
Bruno Fedi, già docente universitario in medicina a Roma e poi a Terni, è un luminare del cancro dell’urotelio. Fedi è un “pentito” della sperimentazione scientifica sugli animali: “Dopo 15 anni di sperimentazione all’università su cavie, topi, criceti, cani e gatti, un bel giorno mi sono reso conto che i risultati erano o inutili o dannosi e ho deciso così di liberare tutti gli animali del laboratorio. Torturare e uccidere animali, per sperimentare cosmetici, farmaci o altro, è una ingiustificabile crudeltà, a meno che non vi sia una reale utilità per l’uomo. Faccio notare – continua Fedi – che i risultati degli esperimenti su animali, possono essere, sull’uomo, uguali, diversi, o addirittura opposti e per verificarlo bisogna ripetere gli esperimenti sull’uomo. Questo fatto è ormai riconosciuto da prestigiose riviste e organizzazioni di controllo o di ricerca internazionali. Le grandi industrie si ostinano a praticare esperimenti su animali solo perché così facendo “l’iter” di molecole farmacologiche nuove, prima della immissione sul mercato, diventa più complesso e costoso, escludendo le piccole industrie e i paesi poveri dal progresso scientifico. Vogliamo metterci in testa che la struttura genetica di un animale è diversa da quella di un uomo! Non siamo, come ha scritto un mio illustre collega su Nature (si tratta dell’autorevole scienziato Thomas Hartung ndr), topi che pesano 70 kilogrammi. Gli uomini assorbono le sostanze in modo diverso, le metabolizzano in modo diverso. Vi sono metodi alternativi alla sperimentazione sugli animali, come quelli sulle cellule coltivate o quelli sui tessuti umani che si possono prelevare dagli arti amputati, che danno risultati di gran lunga migliori”.<br />
Secondo la Leal, anche in materia di metodi alternativi alla sperimentazione animale il testo che sarà votato a Strasburgo segna un pericoloso passo indietro rispetto a quello di due anni fa: “Infatti vengono resi obbligatori soltanto i metodi alternativi recepiti dalla normativa comunitaria, che al momento sono pochi. Il primo testo proposto della Commissione, invece, era molto più avanzato, includendo tutti i metodi sostitutivi disponibili e scientificamente soddisfacenti”.</p>
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		<title>Case veramente ecologiche e con costi di esercizio irrisori, finalmente in produzione vicino ad Ancona, ed a costi in linea con quelle convenzionali</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 22:56:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Eco News http://www.grazie.it/econews/default.asp
Utopia da tempo di regressione o realtà futuribile? Niente di tutto ciò: realtà possibile e attuale! Nelle Marche, vicino ad Ancona, per la precisione a Santa Maria Nuova è stato inaugurato un complesso residenziale ecologico (zero emissioni) ed energeticamente autonomo (zero bollette!).
È la realizzazione del sogno proibito di ambientalisti e cittadini comunemente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Eco News <a href="http://www.grazie.it/econews/default.asp">http://www.grazie.it/econews/default.asp</a><br />
Utopia da tempo di regressione o realtà futuribile? Niente di tutto ciò: realtà possibile e attuale! Nelle Marche, vicino ad Ancona, per la precisione a Santa Maria Nuova è stato inaugurato un complesso residenziale ecologico (zero emissioni) ed energeticamente autonomo (zero bollette!).<br />
È la realizzazione del sogno proibito di ambientalisti e cittadini comunemente &#8220;stritolati&#8221; dalle bollette.<br />
Si tratta di un immobile composto da una dozzina di appartamenti ma nei mesi prossimi altre 20 case ecosostenibili saranno ultimate e pronte alla consegna.<br />
Per realizzare il progetto e garantirne le caratteristiche, la progettazione ha contemplato: un impianto geotermico per il riscaldamento e il raffreddamento; tetti fotovoltaici per la produzione di energia elettrica; un sistema di riciclo delle acque piovane per garantire acqua ad uso non potabile; un sistema di recupero del calore dalla cappa delle cucine; piani cottura a induzione; stazioni di ricarica per veicoli elettrici; isolamento termoacustico totale; dispositivi domotici per l&#8217;ottimizzazione della gestione energetica. Il tutto in strutture antisismiche.<br />
Spesso di fronte a queste realizzazioni si rimane a bocca aperta, specialmente per i prezzi esorbitanti. In questo caso il costo degli appartamenti è invece perfettamente in linea con le quotazioni delle case &#8220;normali&#8221;.</p>
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		<title>RAVE PARTY nel PARCO Fluviale del Po. Se questa è la sensibilità ambientale giovanile &#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 22:52:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Parco Fluviale del Po e dell’Orba Tratto VC &#8211; AL http://www.parcodelpo-vcal.it
Tra luglio e agosto sono stati segnalati almeno 4 o 5 grandi raduni di giovani, caratterizzati da musica a tutto volume e da abbondanti quantità di alcolici e di sostanze stupefacenti &#8211; i cosiddetti “rave-party” &#8211; organizzati nel cuore del Parco in totale assenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Parco Fluviale del Po e dell’Orba Tratto VC &#8211; AL <a href="http://www.parcodelpo-vcal.it">http://www.parcodelpo-vcal.it</a><br />
Tra luglio e agosto sono stati segnalati almeno 4 o 5 grandi raduni di giovani, caratterizzati da musica a tutto volume e da abbondanti quantità di alcolici e di sostanze stupefacenti &#8211; i cosiddetti “rave-party” &#8211; organizzati nel cuore del Parco in totale assenza di autorizzazioni. I Comuni coinvolti sono stati Valenza, Frassineto Po, Frascarolo e Casale Monferrato, dove gruppi molto numerosi (di alcune centinaia di persone) si sono riuniti in aree naturali di particolare valore, a volte direttamente sul greto del fiume Po. I votati allo stordimento erano giunti sul posto grazie al solito tam-tam della rete, con centinaia di auto, camper, furgoni e con attrezzature per il sonoro di potenza elevatissima. In alcune situazioni sono intervenuti anche i Carabinieri, la Polizia di Stato e la Polizia Urbana, oltre ai Guardiaparco, per procedere all’identificazione dei partecipanti e provvedere alle successive sanzioni.</p>
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		<title>Inquinamento petrolifero nel comune di Calvello: che ha combinato l&#8217;ENI? A rischio il bacino idrico da cui attinge l&#8217;acquedotto di Potenza</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 22:02:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.accademiadelmonferrato.com/?p=5116</guid>
		<description><![CDATA[Fonte: Osservatorio sulle Foreste Primarie, http://www.salvaleforeste.it
Nei giorni compresi tra il 2 e 5 agosto scorso, su provvedimento dell’Autorità giudiziaria di Potenza del 26 Luglio scorso, il Corpo Forestale dello Stato ha posto i sigilli in due località denominate rispettivamente Bosco Autiero, lungo la strada provinciale per Calvello e Acqua dell’Abete.
I luogi sono situati nel comune [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Osservatorio sulle Foreste Primarie, <a href="http://www.salvaleforeste.it">http://www.salvaleforeste.it</a><br />
Nei giorni compresi tra il 2 e 5 agosto scorso, su provvedimento dell’Autorità giudiziaria di Potenza del 26 Luglio scorso, il Corpo Forestale dello Stato ha posto i sigilli in due località denominate rispettivamente Bosco Autiero, lungo la strada provinciale per Calvello e Acqua dell’Abete.<br />
I luogi sono situati nel comune di Calvello, che fanno parte del complesso montuoso Monte Volturino – Serra di Calvello compresi nel territorio del parco nazionale Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese e caratterizzati da estesi boschi e ricco di sorgenti che alimentano prevalentemente il bacino che alimenta l’invaso artificiale del Camastra che serve l’acquedotto di Potenza.<br />
Secondo quanto riportano gli attivisti di Ola Ambientalista, l&#8217;area risultata inquinata da non meglio specificate sostanze, lungo la strada provinciale che da località Maddalena di Abriola (coordinate GPS 40° 27&#8242; 15&#8221; Nord e 15° 48&#8242; 29&#8221; Est). Si tratta di chiazze di terreno rosso con macchie oleose che riemergono da risorgive di cui è ricca la località. Nel raggio di chilometri le uniche installazioni antropiche sono costituite dall’oleodotto di collegamento ENI tra i pozzi CF2 CF1 – dorsale Volturino e dal pozzo CF1, poco distante a monte dell’area risultata contaminata. Non si conoscono i provvedimenti intrapresi dalle autorità per accertare la natura e le cause dell’inquinamento. Già nel 2004 è stato posto un divieto sull&#8217;uso dell’acqua risultata non potabile a causa di inquinamento chimico e batteriologico della sorgente Acqua Solfurea (sempre nel Comune di Calvello) situata qualche chilometro più a valle dalla località bosco Autiero.</p>
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		<title>I fiumi d&#8217;Insubria esondano? Non-notizie che coprono altre realtà. Domà Nunch intervista Luciano Erba, studioso degli ecosistemi fluviali</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 22:27:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Associazione econazionalista Insubre Domà Nunch http://www.domanunch.org
L&#8217;ignoranza e il disinteresse per i meccanismi che regolano l&#8217;ecosistema sono la prima causa dei cosidetti &#8216;disastri naturali&#8217;. Ma sono veramente disastri, o giuste risposte ad azioni sbagliate perpetuate per decenni? Nella Repubblica Italiana (dove il 30% della popolazione scarica i rifiuti liquidi nelle acque), ogni volta che una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Associazione econazionalista Insubre Domà Nunch <a href="http://www.domanunch.org">http://www.domanunch.org</a></p>
<p>L&#8217;ignoranza e il disinteresse per i meccanismi che regolano l&#8217;ecosistema sono la prima causa dei cosidetti &#8216;disastri naturali&#8217;. Ma sono veramente disastri, o giuste risposte ad azioni sbagliate perpetuate per decenni? Nella Repubblica Italiana (dove il 30% della popolazione scarica i rifiuti liquidi nelle acque), ogni volta che una piccola o grande catastrofe si abbatte su un territorio, vediamo buttare miliardi nella ricostruzione e in opere-pezza, senza investire nella rimozione delle cause del problema, ovvero alla prevaricazione dell&#8217;uomo e dei suoi interessi sugli ambienti.<br />
In Insubria, in modo ancora peggiore, le naturali esondazioni agostane dei fiumi cementificati diventano notizia, mentre il quotidiano attacco dovuto alla pressione antropica (industrie e abitazioni) è considerato ormai un fattore normale. Così come non genera scandalo il fatto che fiumi e torrenti come l&#8217;Arno, l&#8217;Olona, la Lura, il Seveso, il Lambro, il Molgora siano utilizzati come fogna nella moderna Europa del 2010. E tutto questo, senza neanche beneficiare di interventi economici d&#8217;emergenza da parte dello Stato.<br />
Approfondiamo tecnicamente questi temi troppo poco conosciuti con Luciano Erba, brianzolo, studioso degli ecosistemi fluviali e probabilmente il massimo conoscitore del Lambro. E&#8217; stato autore nel 2009 del volume &#8220;Lambro, l&#8217;inquinamento occulto&#8221;. Lo ringraziamo con amicizia per la disponibilità accordataci.</p>
<p>Domà Nunch intervista Luciano Erba<br />
di M.Colaone &#8211; 19 agosto 2010<br />
 Caro Luciano, durante la scorsa settimana i giornali e le televisioni hanno dato notizia dell&#8217;esondazione del Lambro e della Bevera, suo affluente. Notizie in qualche modo già sentite: sembra che ci si accorga dei nostri corsi d&#8217;acqua solo quando &#8216;danno fastidio&#8217;. Ma le esondazioni, fenomeni sporadici seppur violenti, non fanno parte della natura del nostro ecosistema?</p>
<p>Certamente ed in modo ineluttabile. I fiumi, per chi li studia sono sistemi ecologici molto complessi ed affascinanti proprio per la dinamicità che li caratterizza. Osserviamo uno qualsiasi dei corsi d&#8217;acqua della nostra terra in una stagione asciutta: tutto è ridotto (complice l&#8217;inquinamento) ad un rigagnolo maleodorante, opacizzato, con sedimenti nerastri anossici, o all&#8217;ossatura marcescente di un alveo afotico, spento tra rifiuti, plastiche, spesso in un corridoio dimenticato, poco invitante.</p>
<p>La piena ci restituisce, senza nostro merito, un fiume vivo e una risorsa sottostimata. La portata, il tirante idraulico, è come la compressione, la forza di un motore, attraverso cui  avviene la rigenerazione dinamica del paesaggio fluviale, in un dimensionamento estetico rapido quanto inimitabile per bellezza, ma soprattutto funzionalità. Il  rimpinguamento delle acque sotterranee, la sedimentazione nelle piane alluvionali superstiti, la laminazione con deposito dei limi e delle granulometrie via via decrescenti del percorso longitudinale, l&#8217;autodepurazione meccanica e biologica, la creazione di ambienti umidi transitori, la pulizia del materasso ciottoloso, la diversificazione degli habitat e delle nicchie ecologiche, fattori imprescindibili di biodiversità, l’ossigenazione, la regolazione micro-climatica, i processi biogeochimici che avvengono sotto il paesaggio, in ambito iporreico o interstiziale, l&#8217;incredibile mosaico di micro-ambienti dell&#8217;interfaccia riparia, le occasioni di rifugio, di completamento o propagazione del ciclo vitale acquatico (le golene sono come nursery per gli avannotti ), il richiamo e la trasmigrazione faunistica ciclica ed occasionale, il ripascimento edafico (suoli e formazioni arboree), l&#8217;interscambio falda/fiume con infiniti altri coinvolgimenti che stanno alla base del sistema di auto-mantenimento della risorsa, tutto questo&#8230; (se non basta!) rappresenta una piena: in una parola il rinnovo gratuito di una risorsa resa esausta da abusi e disusi consumistici. I fiumi con una percentuale di gran lunga inferiore all&#8217;1% delle acque terrestri, costituiscono, nel loro ciclo, un trait d’union insostituibile tra le masse oceaniche e l&#8217;atmosfera. Ignorare tutto questo o pensare di contenere, trasformare questa imperfettibile complessità in  un canale o in un argine è fonte di continua sorpresa per un governo lungimirante delle acque, destabilizzante e assurdo nei risvolti ambientali.</p>
<p>L&#8217;impermeabilizzazione del suolo e l&#8217;arginatura delle sponde sono fra i primi nemici del regime naturale di un corso d&#8217;acqua. Secondo la tua esperienza, qual&#8217;è la condizione media dei fiumi della nostra Insubria pedemontana?</p>
<p>Il processo di artificializzazione non è uno dei nemici, ma il fattore destabilizzante per antonomasia. Il dissesto idrogeologico è aumentato e non diminuito a causa di queste opere, non paragonabili per intensità distruttiva ad alcun tipo di inquinamento per i  tempi di assorbimento lunghissimi, quando non irreversibili e per l’impatto devastante sugli aspetti biologici ecologici e strutturali dell’ecosistema. Si distrugge in breve un lavoro della Natura, costruito in tempi geologici e frutto di un processo selettivo. I migliori corsi d&#8217;acqua  territoriali, da un punto di vista della diversità ambientale e della funzionalità del corridoio fluviale, sono Ticino e Adda, pur non senza problemi: l&#8217;Adda Valtellinese è stata distrutta non dagli eventi alluvionali, che hanno cancellato gli insediamenti in aree sensibili, ma dall’alluvione di cemento che ne è seguita. Il comprensorio Lambro-Seveso-Olona è il più sofferente. Gli ultimi due  si “sfaldano” (cancellazione fisica) all&#8217;altezza metropolitana, riconfluendo in gran parte a Lambro  per vie traverse, tombinature, colatori. Mi incuriosiscono, non oltre, le notizie di esondazione in questi ambiti. Prima si seppellisce un fiume vivo, poi ci si meraviglia che voglia riemergere. Il bacino del Seveso negli ambiti non antropizzati sta raggiungendo livelli di disinquinamento del Lambro brianzolo con angoli naturali di pari bellezza, ma in estesi tratti anche molto prima di Milano è fisicamente distrutto dal cemento. Interventi di rinaturazione ripropongono, anche se con  qualche miglioramento del corridoio, incoerenze e banalizzazioni che ritenevo definitivamente superate (scogliere, spondali tanto per cambiare). Se i &#8220;Contratti di fiume&#8221; si ridurranno a questo o al mero ampliamento dei depuratori senza valutarne l’impatto biologico, sarà l&#8217;ennesimo tracollo.<br />
Il Lambro non è messo malissimo da questo punto di vista in quanto lìarea metropolitana, Monza – Milano è in parte stemperata dai Parchi, c&#8217;è una notevole aggressione alla fascia di mobilità funzionale (solite scogliere e tracciati viari insostenibili) e all’alveo, ma il corridoio ha ancora spazi di respiro e certi interventi di consolidamento sono amovibili, con opportuna riconversione ad ambito fluviale.</p>
<p>A questo si deve aggiungere la presenza industriale, la chimica in agricoltura e l&#8217;uso anormale di detergenti, fenomeni che hanno grande responsabilità dell&#8217;inquinamento occulto che hai descritto nelle tue pubblicazioni. Convieni che, in buona parte del nostro territorio, solo una immediata e radicale politica di de-urbanizzazione e rimodellamento del paesaggio potrebbe ripristinare gli ambienti fluviali?</p>
<p>Come minimo e non solo a vantaggio dei fiumi. Il rimodellamento del paesaggio (fluviale) avviene autonomamente, proprio con le piene, come illustrato. Un processo di riqualificazione credibile si basa su alcuni concetti fondamentali: riaprire le piane alluvionali (superstiti), demolendo gli argini e ripiantumando. Il resto è relativamente veloce e gratuito, nei tempi della dinamica fluviale. I consolidamenti dove indispensabili vanno collocati esternamente ed in modo compatibile alle aree golenali e ai termini  paesaggistici (ex legge Galasso). Sicurezza univoca e prioritaria è quella di rispettare una doverosa distanza non dall&#8217;alveo bagnato, ma dall&#8217;alveo di piena (normalmente asciutto anche per lunghissimi anni). Con ciò garantiremo non solo l&#8217;incolumità rivierasca, ma anche la conservazione di un sistema fluviale. Per quanto già esistente e, ragionevolmente, non  delocalizzabile, occorre sì una governance idraulica, ma non dell&#8217;impatto improponibile finora osservato, quanto più di quello  incastonato, invisibilo o apparentemente in secondo piano nel contesto paesaggistico-funzionale prima descritto. Questo è un indirizzo stimolante e qualificante: il mercato cementificatorio di un fiume è un binario morto, non appartiene ad un paese civile, a nessun indirizzo scientifico e tantomeno alla nostra cultura e alle nostre tradizioni.<br />
Parallelamente va aggiunto il dimensionamento dei consumi idrici nei termini di sostenibilità ecosistemica. Le portate sono in progressivo scompenso. I nostri fiumi, infine, quali sistemi auto-depuranti, funzionano come un grande rene atrofizzato di un territorio superaffollato, ricolmo di veleni potenzialmente veicolabili, ad alto rischio di crisi ambientale. Lo diceva Ruffolo, Ministro dell&#8217;Ambiente fine anni &#8216;80, ma non vedo miglioramenti definitivi, semmai diversificazione dei veicoli o dei contenuti di trasmissione del degrado che risultano nella  banalizzazione o perdita degli ecosistemi. Sulla de-urbanizzazione (ed estesamente de-industrializzazione dei processi incompatibili con la conservazione delle nostre risorse), è sufficiente una politica del territorio assennata, o consapevole: industrie, strade, case, solo quanto basta. E lo sviluppo sostenibile per ora è concetto vuoto, puramente strumentale. Per il consumo dei suoli basta aprire Google Earth, non serva altro per rendicontarsi. Se puntiamo al consumismo becero,  ci sono interi continenti che ci sovrastano nella diffusione della quantità al posto della qualità, anche in senso economico: questa linea è perdente.</p>
<p>Ormai molti preferiscono entrare in contatto con i fenomeni della natura tramite la banalizzazione notiziaria  piuttosto che tentando una quotidiana comprensione del mondo in cui vivono. Perchè le notizie di disastri ambientali (nazionali e globali) sono spesso fornite in modo a-scientifico, demagogico e sensazionalistico?</p>
<p>I nostri vecchi avevano un rapporto molto più familiare con l&#8217;acqua e l&#8217;ambiente, più conviviale, traendo direttamente fonti vitali. Un bracconiere aveva più conoscenze di ordine pratico, se vogliamo, di certi  laureati d&#8217;oggigiorno. Si temeva l&#8217;ambiente e lo si rispettava per questo e come risorsa. L&#8217;avvento tecnologico ha comportato il dominio dell&#8217;uomo sulla natura, ma anche la piena responsabilità di questa conduzione,  di cui non si è ancora presa adeguata coscienza. Il sensazionale, anche se di bassissimo spessore, attira l&#8217;audience. Il messaggio scientifico è impegnativo, di difficile rappresentazione e necessita di una diffusa base culturale per la comprensione. In tempi grassi dilaga il futile, il superfluo, in tempi magri sono ben altre le attenzioni primarie. Il modello di sviluppo e di costume ci ha peraltro allontanato da una Natura, prima avvelenata e poi interpretata come un nemico, un pericolo, portatrice di flagelli o simbolo di degrado, un facile capro-espiatorio su cui far convergere l&#8217;attenzione deviandola dai reali problemi.</p>
<p>Da ultimo, ti chiediamo una riflessione sullo sversamento di idrocarburi nel tuo Lambro avvenuto in febbraio. Quanto è cambiata la salute del fiume e delle sue sponde dopo il disastro?</p>
<p>I fattori biotici rispondono alla complessità  dei fattori di degrado e il quadro diagnostico è sistematizzato su livelli elevati di compromissione, prima e dopo l’evento. La componente cronica di contaminazione supera quella acuta, anche se di eccezionale portata come nella fattispecie.  Credo che le aree più provate siano quelle lentiche o di sedimentazione, con tempi di recupero piuttosto lunghi.  I tratti dinamici hanno sopportato di peggio. Non ho peraltro seguito direttamente il caso per alcune considerazioni. Il Lambro a sud di Monza è per noi un Lambro morto, sebbene la realtà non sia sempre così radicale e l&#8217;eccezionale capacità biogena di queste acque si manifesta anche nell’area  metropolitana: merita attenzioni e interventi, ma la frequentazione è ovviamente poco invitante ed a rischio. In secondo luogo non amo rincorrere le manifestazioni patologiche eclatanti, specie quelle annunciate. Ne rilevo invece le dinamiche preconfezionate, puntualmente verificabili. Non mi chiedo in parole semplici perché muoiono i pesci in certi tratti di Lambro, ma piuttosto mi interessa come fanno a vivere, e qui si manifesta la vera  sensazionalità delle strategie naturali.<br />
In conclusione non capisco (in realtà lo capisco benissimo) perché si insiste in una visione settoriale e perdente del fiume (l&#8217;ottica esclusivamente idraulica) cercando un  modello  finora impattante di controllo matematico delle piene e non si converga  invece in un modello matematico di  salvaguardia del fiume come ecosistema, che ricomprende anche la sicurezza idraulica, ma soprattutto l&#8217;interezza della risorsa. Non dobbiamo inventarci un fiume nuovo artificiale, ma creare una barriera fisica e culturale intorno al degrado: la tecnologia , se proprio, a supporto e non a condizionamento della risorsa. Quell&#8217;opificio o deposito, emblema di certo peso industriale, non aveva  esigenza o motivazione alcuna, di facile commistione con le acque del Lambro. Se fabbrichiamo un cavallo di Troia, aspettiamoci  le conseguenze. Andiamo a realizzare collettori, depuratori e scolmatori che al primo acquazzone spalancano porte perverse al  fiume. Cosa vogliamo attenderci? Un&#8217;acqua balneabile? Tra migliaia d’industrie e milioni di persone? Ecco perché si esalta un&#8217;esondazione da quattro soldi per nascondere le vere mancanze e magari per fare di questo l’ennesimo business improduttivo e a carico della collettività. Sperare in quanto di positivo è già stato fatto non costa nulla, ma conduce a poco e garantisce nulla.  Il risanamento di un fiume a questo punto ( e non per colpa del fiume ) costa e, senza ingenerare un  pessimismo già diffuso, deve avvalersi solo di  gestori cogenti e affidabili sotto ogni rigore. Qualcosa si può ancora salvare, se alle buone intenzioni seguiranno buoni progetti, non con una correzione, ma con un&#8217;inversione di  rotta, diversamente tutto procederà in una sorta di aut-aut, con verticalizzazione dei fenomeni come risposta a fattori indotti dagli eccessi antropici.</p>
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		<title>Nascerà in Scozia il primo parco eolico galleggiante, innovative e peculiari le soluzioni adottate per l&#8217;ancoraggio</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 22:08:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: Ecoblog, http://www.ecoblog.it
Tempo fa parlammo della messa a punto di un particolare prototipo di aerogeneratore off shore. La peculiarità era rappresentata dall’ancoraggio galleggiante, qualità questa che avrebbe permesso alla turbina di poter essere installata anche in mari profondi. In quell’occasione alcuni nostri lettori si dimostrarono particolarmente scettici sull’efficacia del sistema, sottolineando come in condizioni meteorologiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: Ecoblog, <a href="http://www.ecoblog.it">http://www.ecoblog.it</a><br />
Tempo fa parlammo della messa a punto di un particolare prototipo di aerogeneratore off shore. La peculiarità era rappresentata dall’ancoraggio galleggiante, qualità questa che avrebbe permesso alla turbina di poter essere installata anche in mari profondi. In quell’occasione alcuni nostri lettori si dimostrarono particolarmente scettici sull’efficacia del sistema, sottolineando come in condizioni meteorologiche avverse la turbina avrebbe corso il serio rischio di essere danneggiata. Allo stesso modo però non sembrano averla pensata la società norvegese Statoil e il governo scozzese che nei giorni scorsi hanno annunciato la volontà di installare in Scozia il primo parco eolico galleggiante con questo sistema. Statoil in particolare ha affermato di aver identificato due siti (al largo dell’isola di Lewis e lungo le coste dell’Aberdeenshire) idonei ad accogliere le proprie turbine Hywind.<br />
Nello specifico si tratta di turbine della potenza di 2,3 MW che possono essere installate in fondali con profondità superiori (sino a 700 metri) rispetto a quelle delle convenzionali turbine off shore (circa 50-70 metri). Il galleggiamento di Hywind infatti è garantito da un pilone cavo su cui è installata la pala eolica che è ovviamente collocata nella parte inferiore e che si estende per circa 100 metri al di sotto della superficie del mare, sul cui fondale viene ancorato con tre distinti cavi di acciaio.<br />
Al di là degli ovvi dubbi che possono sorgere, è evidente che si tratta di una scommessa da seguire con attenzione nel senso che, qualora questo parco si dimostrasse affidabile sia dal punto di vista della sicurezza che da quello della produttività energetica, si potrebbe optare per costruire i parchi eolici off shore in luoghi ben più distanti dalle coste dove fra le altre cose è importante rimarcare come i venti siano ben più forti e costanti.</p>
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		<title>A Vimercate (Mi) si terrà la quinta edizione del festival antiscpecista VEGANch’io</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 14:44:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal 3 al 5 settembre presso l’area feste del Comune di Vimercate (Mi) si terrà la quinta edizione del festival antispecista VEGANch’io, organizzato da Oltre la Specie (www.oltrelaspecie.org ) in collaborazione con Food not Bombs Romagna.
L&#8217;antispecismo considera immorale continuare a discriminare gli altri animali (e quindi mangiarli, sperimentarli e utilizzarli per vestiario e arredamento o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal 3 al 5 settembre presso l’area feste del Comune di Vimercate (Mi) si terrà la quinta edizione del festival antispecista VEGANch’io, organizzato da Oltre la Specie (<a href="http://www.oltrelaspecie.org">www.oltrelaspecie.org</a> ) in collaborazione con Food not Bombs Romagna.</p>
<p>L&#8217;antispecismo considera immorale continuare a discriminare gli altri animali (e quindi mangiarli, sperimentarli e utilizzarli per vestiario e arredamento o nei mille modi in cui la nostra società&#8230; li ha trasformati in merce e strumenti) sulla base di differenze ininfluenti dal punto di vista etico. Sulla locandina si legge una citazione da H. Kaplan: «I nostri nipoti un giorno ci chiederanno: “Tu dov’eri durante l’olocausto degli animali? Che cosa hai fatto per fermare questi crimini orribili?” A quel punto non potremo usare la stessa giustificazione per la seconda volta, dicendo che non lo sapevamo». Il festival, che contiene tutti gli ingredienti della festa popolare (cibo, bevande, musica, cinema, ballo, ecc.), sarà l’occasione per confrontarsi con la terribile condizione a cui costringiamo quotidianamente milioni di non umani. Ci saranno mostre, dibattiti, filmati sull’argomento e sarà anche un’occasione per avvicinarsi allo stile di vita vegan, che non prevede alcun tipo di sfruttamento animale (dal cibo che si mangia, ai vestiti che si indossano, dai cosmetici e detergenti che si usano, agli spettacoli a cui si assiste). I cuochi della festa saranno, come sempre, gli attivisti di Food not Bombs, gruppo che si impegna a raccogliere, cucinare e distribuire cibo gratuitamente in molte città del mondo. Alla logica della decrescita e della sostenibilità si ispirano anche i corsi e le conferenze che verranno tenuti durante la manifestazione, improntati al rispetto per i non umani e ad una forte critica della società del consumo e dello sfruttamento intensivo delle risorse.<br />
Parte essenziale del festival, oltre al cibo squisito, cruelty-free, biologico e a prezzo popolare, saranno le manifestazioni culturali, i dibattiti, le letture e gli incontri. La mattinata inizierà con una lezione di yoga, un torneo di biliardino e una colazione con cappuccini e torte. La sera si concluderà con giochi di gruppo.<br />
Il titolo della manifestazione veganch’IO è un invito alla realizzazione di un’etica declinata in prima persona. In un mondo, che è così com’è anche perché si pensa sempre che siano gli altri che dovrebbero o non dovrebbero fare questo e quello, («Il mondo va male perché il potente di turno vuole così; quindi io non posso farci nulla»), l’appello a prendere posizione in prima persona a favore dei più deboli ci sembra particolarmente importante.<br />
Il programma completo dell&#8217;evento è disponibile al seguente indirizzo: <a href="http://www.veganchio.org">www.veganchio.org</a>  <a href="mailto:info@veganchio.org">info@veganchio.org</a>  oppure 335-8376756.</p>
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