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CAMPAGNE A RISCHIO ESTINZIONE. Solo nell’anno appena passato abbiamo perso il 23 per cento del territorio agricolo …

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CAMPAGNE A RISCHIO ESTINZIONE. Solo nell’anno appena passato abbiamo perso il 23 per cento del territorio agricolo … è in corso un grave fenomeno di abbandono delle campagne e della coltura del territorio, con conseguenze disastrose
Fonte: C.F.S., Corpo Forestale dello Stato http://www.corpoforestale.it
di Silvia Perdichizzi
da “Il Forestale” n°47 gennaio/febbraio 2009
Solo nell’anno appena passato abbiamo perso il 23 per cento del territorio agricolo, l’abbandono porta lentamente alla scomparsa dei campi Murgia materana, campagna senese, parco del Delta del Po a rischio estinzione? Purtroppo sì. Questa volta a dare l’allarme accanto alle associazioni di tutela del paesaggio, come il Fai (Fondo per l’ambiente italiano) o Italia nostra, è il mondo agricolo e rurale, che scende in campo e lancia un vero e proprio SOS. Stiamo assistendo, infatti, ad un grave fenomeno di abbandono delle campagne e della coltura del territorio, con conseguenze disastrose non solo per l’economia agraria ma, contemporaneamente, per la difesa del suolo e la tutela della biodiversità. Questo perché, l’agricoltura italiana, in un contesto come quello del Belpaese prevalentemente collinare e pluviale, gioca un ruolo multifunzionale, così come scritto nella riforma della Pac (Politica agricola comunitaria), avviata con Agenda 2000, e specificato nella “Strategia per lo sviluppo rurale 2007-2013”, secondo cui la multifunzionalità consente di: “migliorare la competitività del settore agricolo e forestale, valorizzare l’ambiente e lo spazio rurale attraverso la gestione del territorio, migliorare la qualità della vita nelle zone rurali e promuovere la diversificazione delle attività economiche”. Viene definito, infatti, imprenditore agricolo colui che esercita una delle seguenti attività: “coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse”. Ed è proprio l’introduzione del concetto di “attività connesse” l’elemento che legittima l’azienda agricola e l’agricoltore ad assumere compiutamente un ruolo multifunzionale. Le cifre Ma andiamo con ordine. I numeri, innanzitutto: in poco meno di dieci anni, dal 1999 ad oggi, secondo i dati Istat diffusi dalla Cia (Confederazione italiana agricoltori), sono «scomparse» circa 500 mila imprese agricole e la superficie «sottratta» all’agricoltura è stata di oltre 600 mila ettari. I costi degli oneri sociali si sono praticamente triplicati e i redditi hanno imboccato, specialmente, nell’ultimo quinquennio, una preoccupante china. Una tendenza negativa – afferma la Cia- che si è riscontrata soprattutto negli ultimi anni. Basti pensare che già nel 2007 vi era la chiara percezione che il degrado e lo stato di abbandono dei campi fosse diffuso in tutta Italia, assumendo connotati più accentuati nel Sud e nelle Isole. Nel Mezzogiorno, infatti, sono andati perduti, l’anno scorso, 1,61 milioni di ettari di superficie agraria utilizzabile (-23 per cento dal 1990 al 2003) e soltanto il 27 per cento delle imprese agricole italiane ha avuto un fatturato superiore ai 10 mila euro annui. “Più che ad un abbandono delle campagne – commenta Franco Ferroni, responsabile Programma Mediterraneo del Wwf, – stiamo assistendo ad un cambiamento delle imprese agricole italiane”. In passato, infatti, abbiamo conosciuto piccole aziende distribuite sul territorio, con una media di terreno utilizzato che oscillava tra i sei e gli otto ettari. Negli ultimi dieci anni si sta registrando un aumento notevole di dimensioni, con una media che sfiora quasi i 10 ettari ad azienda. Il motivo? “Da un lato – spiega Ferroni – c’è un progressivo invecchiamento degli imprenditori agricoli, soprattutto nelle aree marginali e interne. Mancando il ricambio generazionale, nel momento in cui l’agricoltore è troppo anziano o viene a mancare, l’azienda chiude”. Dall’altro lato, e questo è un fenomeno che riguarda anche le giovani imprese, si registra l’insostenibilità economica: il rapporto costi-benefici si sta riducendo e le aziende sono strozzate dal punto di vista economico, soprattutto quelle che non hanno diversificato la loro offerta. Le conseguenze “E quando un’azienda chiude – aggiunge Ferroni – o l’area destinata all’attività viene abbandonata, e si avvia un processo di rinaturalizzazione, oppure è presa in affitto o acquistata a prezzi stracciati da un’altra azienda, soprattutto nelle aree in cui il tipo di coltura ha una redditività alta e c’è la possibilità di stare sul mercato”. In entrambi i casi le conseguenze sono disastrose. Nella seconda ipotesi aumentano, infatti, le imprese di grandi dimensioni, ma dedite ad un’agricoltura in un primo momento di carattere estensivo (per esempio ad uso energetico: masi, soia, barbabietola per distillazione), poi, per incrementare il fatturato, di tipo intensivo, con un uso improprio ed esasperato del terreno, in barba alle basilari regole di rispetto dell’ambiente. Certo, esistono ancora aziende che conciliano una coltura estensiva, come vigneto e uliveto, con livelli alti di qualità. Si tratta di piccole imprese, quasi sempre biologiche, che al vigneto associano, per esempio, la cantina e l’agriturismo e, gestendo da sole la filiera, hanno tutto l’interesse a mantenere alta la qualità dell’offerta e lo standard di rispetto ambientale. Ma, purtroppo, è l’eccezione, che conferma la regola. Le aree abbandonate non accorpate ad altre aziende agricole, invece, sono inglobate nel fenomeno dell’urbanizzazione, che “mangia” enormi fette di terreno a maggiore ricchezza di biodiversità, senza capire che si tratta di un fenomeno irreversibile…non posso ricoltivare frumento laddove ho costruito un’area commerciale o un magazzino industriale! Per non parlare dei rischi legati al consumo urbano del suolo. Pensiamo a quello del dissesto: tutti sappiamo che lo stato di abbandono colturale è diventato in Italia un problema idrogeologico grave, visto che la metà del territorio nazionale è rappresentato da superficie collinare o montana. E tutti sappiamo che l’erosione idrica del terreno è conseguenza diretta della fuga dai campi, essendoci tra le funzioni del coltivatore anche quella della gestione del reticolo idrico minore, secondo criteri di sostenibilità che consentono di prevenire dissesti territoriali e migliorare la conservazione della biodiversità. Il fenomeno della rinaturalizzazione “Ma se prendiamo l’ipotesi della rinaturalizzazione – spiega Ferroni – le cose non vanno meglio. Le aree marginali abbandonate sono, infatti, quelle a maggiore valore ambientale e le più ricche di specie. L’assenza di un certo tipo di pressione antropica ha solo effetti negativi, perché la biodiversità nostrana è legata ad ambienti secondari, cioè strettamente connessi alla presenza storica di attività come agricoltura e allevamento. L’abbandono dei prati pascoli dell’Appennino, per citare un esempio, comporta la scomparsa di numerose specie botaniche e faunistiche che rischiano di estinguersi perché viene meno il tipo di ambiente necessario alla loro sopravvivenza”. Così come successo in alcune zone montante già lasciate dall’uomo, dove certamente sono aumentati i boschi ma si tratta di boschi a bassa qualità, giovani, spesso gestiti da società e cooperative che non hanno interesse a “usare” il bosco stesso in modo sostenibile. Al contrario dell’agricoltore (e anche questo rientra nella multifunzionalità) che ha in mente regole ben precise per la sua “azienda”: sistemi di taglio saltuari, conservazione delle specie secondarie, tutela dei grandi alberi, deperienti e morti, e dei microhabitat. Con l’abbandono delle campagne e la conversione delle imprese agricole in “multinazionali dell’agricoltura”, insomma, il nostro Paese è votato a gravi rischi. Non è soltanto una questione di patrimonio agroalimentare e di tradizioni culinarie, ma anche di biodiversità, di dissesto idrogeologico, di gestione del suolo, di regimazione delle acque. Se gli agricoltori fuggono dalle campagne, chi penserà a presidiare e curare il territorio? Un territorio che ha bisogno della cura sostenibile e multifunzionale dell’agricoltore che consenta: la riqualificazione ecologica dei luoghi e degli ecosistemi, la tutela della biodiversità domestica e selvatica; la conservazione delle tipicità e dell’identità dei territori e la valorizzazione del paesaggio agricolo.



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