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    In un recente convegno, il comune di Isola Villa, seguito dalla città di Canelli e dalla Frazione di San Marzanotto di Asti, hanno informato di aver avviato la procedura di DICHIARAZIONE DI NOTEVOLE INTERESSE PUBBLICO DEL PAESAGGIO. Invitiamo tutti i sodalizi della società civile a sollecitare le amministrazioni locali e seguire questo modello "Astigiano" di conservazione paesaggistica, ai fini non solo ambientali e di fruizione turistica ma per garantire una qualità di vita soddisfacente per le future generazioni. Per informazioni vedi la sezione del sito: Iniziative-Eventi, dove trovere la relazione dei lavori del Convegno di Isola Villa e la Mozione finale. Per approfondimenti rinviamo agli amici dell'Osservatorio del Paesaggio per il Monferrato e l'Astigiano http://www.osservatoriodelpaesaggio.org
    Le vere cause della crisi economica internazionale e del degrado ambientale. Leggete l'esaustiva analisi storica e scientifica esposta da uno dei massimi esponenti europei della Scuola Economica Austriaca: l'economista spagnolo Jesus Huerta de Soto, nella sezione "Iniziative - Eventi". Un vero e proprio evento culturale per l'Italia, disponibile grazie al nostro partner USEMLAB di Torino.
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Giochi invernali: cosa rimane dopo le Olimpiadi, differenze tra Vancouver e Torino, quest’ultima i siti li ha lasciati degradare inutilizzati …

News

Fonte: Nanni Magazine http://www.nannimagazine.it
A Vancouver poche medaglie per gli azzurri e critiche agli organizzatori, ma per i siti c’è un futuro. A Torino ‘06 non è accaduta la stessa cosa: tanti podi, ma impianti inutilizzati o manutenzione troppo costosa. L’esempio è quello di Albertville.
Cala il sipario sui XXI Giochi Olimpici Invernali e ci si interroga sul futuro. Un’edizione non entusiasmante, soprattutto per quanto riguarda i colori azzurri. La spedizione italiana torna a casa con poche medaglie (1 oro, 1 argento e 3 bronzi), qualche quarto posto e soprattutto il grande rammarico di non essere riuscita neppure ad avvicinare i successi ottenuti a Torino 2006.
Eppure gli atleti azzurri erano partiti bene, con quattro medaglie conquistate nelle prime giornate di gara. Sebbene ‘il cannibale’ Armin Zoeggeler, uno dei favoriti nello slittino maschile, abbia concluso la prova con un terzo posto che gli andava un po’ stretto, risultati totalmente inattesi, ad eccezione dell’oro nello slalom di Giuliano Razzoli, del secondo posto nella 15km tecnica libera di fondo con Pietro Piller Cotrer, sono arrivati con Alessandro Pittin (terzo nella combinata nordica) e Arianna Fontana (non ancora 20enne, capace di conquistare un bronzo nello short track), facendo ben sperare nel prosieguo della manifestazione. Delusione, invece, per Enrico Fabris nello short track e Carolina Kostner nel pattinaggio e, nel complesso, per la spedizione azzurra in generale.
Tante le critiche giunte anche agli organizzatori di Vancouver. Già prima della cerimonia inaugurale l’ira funesta della sorte si è abbattuta sui Giochi. Il 22enne georgiano, Nodar Kumaritashvili, muore in pista durante le prove di slittino andando a sbattere contro un palo di cemento, che forse non doveva stare lì, ad una velocità di circa 140 km/h. Il cerimoniale va avanti come se nulla fosse accaduto. Non si accenna alla tragedia, non si rinuncia alle manifestazioni ’spettacolari’ (come i fuochi d’artificio). Doveva essere una festa ma aveva un altro sapore. Solo un minuto di silenzio per ricordare Nodar. E poi le condizioni atmosferiche. La pioggia, la mancanza di neve, le temperature primaverili che hanno costretto gli atleti a gareggiare con le maniche rimboccate e, in alcuni casi, hanno fortemente inciso sul risultato finale. Per non parlare delle piste, come quelle di gigante e slalom, decisamente penalizzanti per gli atleti più tecnici.
Eppure qualcosa di buono, da prendere ad esempio per i prossimi Giochi, in questa edizione delle Olimpiadi di Vancouver c’è stato. Il denaro speso per la costruzione degli impianti, delle infrastrutture e di quanto necessario per il loro svolgimento non è stato fine a se stesso. La possibilità di riutilizzo di tali strutture per il futuro post olimpico è stata tenuta in grande considerazione. Lodi sono giunte dal membro esecutivo del CIO, Gerhard Heiberg, che ha dichiarato: “Qui tutto è pianificato per il tempo successivo ai Giochi e questo è ciò che dovrebbe sempre accadere. Abbiamo visto tanti siti restare inutilizzati, producendo così delle enormi perdite di denaro”.
E queste parole riportano alla mente Torino 2006. Dal punto di vista delle medaglie per l’Italia e dell’organizzazione tutto è stato perfetto, altrettanto non lo è stata la gestione successiva degli impianti, tanto da sembrare oggi, secondo alcuni, una cattedrale nel deserto. A Pragelato, dove sono stati costruiti i trampolini per il salto, un’enorme struttura in cemento armato (preferita ad una smontabile dopo le gare, costata 34,3 milioni di euro e per la quale è stata disboscata mezza montagna, nonostante la presenza poco lontano degli ex impianti dei Giochi di Albertville ‘92), appare abbandonata, inutilizzata e, a gennaio, è stata sommersa dalle slavine. Doveva servire da ‘trampolino’ per creare un vivaio di atleti nell’arco alpino occidentale e doveva essere affittata alle squadre internazionali. E oltre un milione di euro viene speso ogni anno per la sua manutenzione.
C’è poi la pista di bob di Cesana Pariol, costata 61,4 milioni di euro. Potrebbe essere utilizzata il prossimo anno per i Mondiali di slittino, ma non è certo. Dopo quattro anni di attività rischia di chiudere a causa degli elevati costi di manutenzione. La pista olimpica di sci di fondo, a Pragelato, investimento di circa 20 milioni di euro, è classificata come anello turistico; il Jumping hotel costruito alla base dei trampolini per il salto, un mega albergo con 120 posti letto, è chiuso; il poligono del biathlon (25 milioni di euro) è inutilizzato, e gli atleti piemontesi si allenano su altri tracciati, senza contare i 7 milioni di euro spesi per l’illuminazione della pista di slalom ‘Giovanni Agnelli’, che non ospita nessuna gara internazionale in notturna.
I costi di gestione sono spesso altissimi. L’utilizzo da parte delle squadre nazionali per gli allenamenti è sporadico, perché non sono disposte a spendere, come ha fatto quest’anno la Fisg per l’impianto di pattinaggio di velocità, 200mila euro in un mese. “Questi impianti olimpici – aveva detto il presidente della Fisi Piemonte, Pietro Marocco, in una lettera aperta, qualche tempo fa – sono sottoutilizzati o del tutto inutilizzati proprio nella stagione invernale, la più intensa dal punto di vista agonistico”.
Torino, però, non è l’unico esempio di strutture olimpiche pagate con i soldi dei contribuenti e poi chiuse. Basta pensare che nel prestigioso Nido di rondine, lo stadio che ha ospitato gli ultimi Giochi di Pechino 2008, per un anno non ci sono state manifestazioni, fino alla partita di SuperCoppa Italia, lo scorso agosto 2009, tra Lazio e Inter. Particolare il caso di Sarajevo. La guerra e le mine antiuomo hanno distrutto gli impianti e reso inaccessibili quelli rimasti integri.
Unico esempio di programmazione fino ad oggi veramente riuscita è quello di Albertville. Qui tutti gli impianti, con la sola eccezione di quello per il pattinaggio sul ghiaccio, che già prima delle gare si sapeva sarebbe stato chiuso, sono attivi e sono stati riqualificati. La gestione pubblica ha così trasformato la Savoia in una delle mete più ambite a livello mondiale per gli sport invernali. E anche se le spese di manutenzione sono altissime, il deficit viene risanato grazie allo sviluppo turistico e alle gare di livello internazionale che ogni anno la località ospita. La programmazione era stata perfetta fin dall’inizio, come aveva detto il sindaco, Albert Gibello, in un convegno prima di Torino 2006.
Gianluca Colletta (01-03-2010)



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