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L’ACNA di Cengio era una fabbrica di armi chimiche come rivelano documenti dei Servizi Segreti inglesi: occorre rivedere bonifica e danno ambientale

News

Fonte: Il Ponente, la Voce di Savona e Provincia http://www.ilponente.com
Una fabbrica di armi chimiche proibite – perché disumane – dalle convenzioni internazionali: semplicemente questa l’ essenza prima dell’ ACNA. Ecco l’ ultima, per ora, verità come emerge anche dal libro “Veleni di stato” di Gianluca de Feo (BUR Rizzoli) che ha esaminato documenti dei Servizi Segreti inglesi, contenuti nei National Archives, desecretati dopo la fine della guerra fredda, che si riferiscono al periodo che va dagli anni ’20 alla fine della seconda guerra mondiale.
Nel testo sono descritte le strutture, le attività sperimentali e quelle dirette in campo del servizio chimico militare centrale, che aveva come basi primarie ovviamente le fabbriche di armi chimiche. Tra questi stabilimenti “alcuni nomi che fanno correre un brivido lungo la schiena solo a pronunciarli. Una su tutte, l’ ACNA di Cengio, che è un luogo simbolo dell’ inquinamento del nostro Paese anche se pochi sono a conoscenza della quantità di gas bellici confezionati nei suoi capannoni”.
Tutti gli stabilimenti dell’ ACNA sono volti nel periodo antecedente alla seconda guerra mondiale e durante la stessa, alla produzione di armi chimiche: Cesano Maderno:”distilla iprite e fumogeni”; Rho:”produce iprite in una grande fabbrica; Cengio:”polo dell’ acido cloro solforico, fondamentale per tutti gli agressivi più feroci: le foto aeree lo confermano. C’è un deposito. Produzione 50-60 mila tonnellate l’ anno . . Il dossier finale dell’ intelligence britannica ritiene che dal1940 in poi si occupasse solo di forniture militari.”
Dunque ecco il chiaro obiettivo del salvataggio e rilancio dell’ ACNA operato da Mussolini in persona, della alleanza industriale con l’ IG Farben finanziatrice di Hitler e produttrice del gas per lo sterminio nei campi di concentramento.
Già si sapeva che l’ ACNA era stata la maggiore produttrice di esplosivi per la prima guerra mondiale, però la differenza è che, al di là dei giudizi morali, le armi chimiche sono proibite e ovviamente sono molto più pericolose per la salute di chi li produce e di chi ne subisce l’ inquinamento.
Tutto finito con la seconda guerra mondiale?
Pare proprio di no, come emerge da un esame del materiale contenuto nel Centro di Documentazione “Patrizio Fadda” di Monesiglio.
Su una rivista locale, “Liguria Val Bormida e Dintorni”, numero 1 del 2002, pag. 10, in un’ intervista ad un pensionato ACNA viene detto:”Durante la guerra del Vietnam, poi, lo stabilimento produceva defoglianti”.
Evidentemente l’ esercito americano commissionava i defoglianti, il famoso agente orange a base di diossina, a multinazionali della chimica nazionali, che incassavano lautissimi compensi, ma delegavano la produzione a fabbriche estere dove l’ ambiente sociale, volontariamente o per costrizione, ne rendeva possibile la produzione.
Se questo è vero quindi la diossina non era un sottoprodotto ma si fabbricava volontariamente, come è stato ipotizzato per il reattore di Seveso, e le vigne dei contadini di Gorzegno sono gemellate ai campi di riso dei contadini del Vietnam nella distruzione da inquinamento.
Anche questo evento chiave del ‘900 si collega in definitiva alla vicenda dell’ ACNA.
Ma non è finita, di nuovo dal libro di Di Feo: “I brevetti dei nostri gas hanno contribuito ai massacri dei curdi e alle stragi tra iracheni e iraniani.. All’ inizio degli anni Novanta un dossier … del Simon Wiesenthal Center .. segnala come Eni, Montedison .. abbiano partecipato ai programmi per consegnare ai tre stati canaglia più famosi le chiavi dell’ arsenale chimico. L’ Iraq di Saddam Hussein, la Libia di Muhammar Gheddafi, l’ Iran degli ayatollah.”
Per inciso, Montedison, ENI, e il loro matrimonio fra maschi “ENIMONT” che infatti è durato solo un paio d’ anni, facendo comunque in tempo a diventare il fulcro di Tangentopoli e del cambio di Repubblica, sono i proprietari dell’ ACNA da almeno 50 anni e ancora oggi.
Alla luce di queste verità si fanno ancora più inquietanti alcune domande sulla morte del proprietario ACNA Raul Gardini e del proprietario ACNA Gabriele Cagliari.
Perché informative riservate all’ epoca della morte dei due evocano trame internazionali intrecciate con i traffici di equipaggiamenti speciali verso i paesi arabi?
Perché fra centinaia di imprenditori e dirigenti arrestati o comunque coinvolti in Tangentopoli proprio i 2 padroni della chimica sono morti suicidi, almeno a livello ufficiale?
Se lo Stato e i padroni della chimica erano congiuntamente coinvolti in affari irrivelabili negli anni ’90 così come negli anni ’30 e ’40, era fattibile che una delle 2 parti imprigionasse il socio in affari, qualsiasi ne sia la motivazione, senza che questo potesse utilizzare a proprio vantaggio i segreti di cui era a conoscenza? Esistono entità che possono commettere un omicidio che paia un suicidio anche all’ interno di una prigione?
Lasciamo agli interessati la lettura del citato libro, che in generale contiene una rilettura importante di tante vicende storiche, di come si è evitato il degenerare della seconda guerra mondiale in guerra chimica, o per rimanere alla provincia di Cuneo, quella posta immediatamente a valle dell’ ACNA di Cengio, di come la strage nazista di Boves del settembre 1943, la prima dopo l’ 8 settembre, sia una conseguenza della presenza massiccia delle SS in zona, in missione per sequestrare le armi chimiche presenti in un deposito situato nella frazione di Madonna dei Boschi (54.094 munizioni tossiche).
Tornando alla vicenda dell’ ACNA di Cengio e della valle Bormida, appaiono ora senza più alcuna rilevanza alcune sue interpretazioni simboliche, come quella del conflitto tra posti di lavoro (lo sono forse quelli per attività proibite?) e ambiente, tra diversi modelli di sviluppo (l’ obiettivo delle armi chimiche non è propriamente lo sviluppo economico), della guerra tra poveri: storielle utili per fare scorrere fiumi di parole e di inchiostro e per nascondere la verità: è stata una guerra pura e semplice per salvare sé stessi e il proprio ambiente di vita da una produzione estremamente pericolosa e disumana per il diritto internazionale.
Dal punto di vista più immediatamente operativo, appare ora indispensabile rivedere tutto il progetto di bonifica, incaricando i tecnici responsabili del progetto, di studiare attentamente i files dei National Archives inglesi, e di sottoporre la revisione del progetto di discarica a valutazione di impatto ambientale come preciso obbligo e come richiesto anche dall’ Unione Europea.
Di conseguenza, con questi nuovi elementi rafforzativi, la nostra Associazione ribadirà queste richieste all’ Unione Europea, e anche alle Regioni e altri Enti competenti, con il fermo invito ad attendere la conclusione dell’ obbligatorio iter della valutazione di impatto ambientale, a cui chiediamo fortemente di partecipare, prima di utilizzare una qualsiasi parte del sito nel suo complesso per altre attività, in quanto la procedura di valutazione, che dovrà essere svolta nel pieno rispetto delle disposizioni di Legge, che con il termine della gestione Commissariale diventano pienamente operative, potrebbe portare alla necessità di allontanare i rifiuti per la non conformità del sito alle necessarie garanzie di sicurezza, o a uno spostamento dei rifiuti all’ interno del sito in zona più sicura.
Sarà inoltre da evitare l’ acquisizione dalla controparte privata del sito, con la conseguenza che le Regioni Liguria e Piemonte (quindi noi) si troverebbero a essere proprietari, gestori e responsabili di una discarica di scorie di armi chimiche con tutte le relative conseguenze legali ed economiche.
Infine, anche la cifra dei 250 milioni di euro quantificata per il risarcimento del danno ambientale andrà rivista al rialzo.
Ilvo Barbiero, Presidente dell’ Associazione Culturale Valbormida Viva

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