Fonte: La Stampa Web http://www.lastampa.it/redazione/default.asp
Tra “emozioni” e moderni cacciatori di pepite
MIRIAM MASSONE
Uno sguardo all’acqua smeraldina in una sera d’estate del 1970 e la chitarra che arpeggia fino a partorire le più famose «Emozioni»: «Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi… ritrovarsi a volare…» scriveva Mogol, originario di Silvano d’Orba, e cantava Battisti. Proprio il torrente Orba, un nastro d’acqua fresca che scorre per 73 chilometri dall’Appennino ligure alla campagna alessandrina, ispirò al paroliere questa sua celebre canzone.
Il tratto ovadese della Val d’Orba, da Molare a Predosa, è un dipinto impressionista, come un quadro di Monet racchiude in sé scorci da scoprire en plein air, borghi e castelli sembrano usciti da un libro di fiabe.
Non a caso è affidata a una leggenda la storia di quella porzione di valle compresa tra i paesi di Predosa, Capriata d’Orba, Silvano e Lerma: il mito racconta che qui, oltre 2000 anni fa, sorgeva un antico insediamento romano chiamato «Rondinaria», dove gli schiavi erano impiegati nello sfruttamento dei giacimenti auriferi. Leggenda fino ad un certo punto: le miniere d’oro, antichissime, ci sono ancora, soprattutto lungo il Gorzente, un affluente dell’Orba. Certo sono ormai chiuse. Ma ancora oggi pagliuzze e pepite abbondano nel torrente richiamando orde di cercatori d’oro che, armati di setacci, canalette e piatto, provano a trasformarsi in Paperon de Paperoni.
Il merito di aver ridato impulso alla tradizione aurifera è del geologo Giuseppe Pipino, che nel 1985 organizzò ad Ovada, principale centro della vallata, i Campionati del mondo dei cercatori d’Oro e per anni ha tenuto in vita la «Pasquetta del cercatore» con decine di appassionati che si davano appuntamento dalle parti di Silvano. Pipino ha anche fondato il primo Museo storico dell’Oro italiano: nella sede di Predosa, la little Klondike della valle, sono raccolte, oltre alla storia dei singoli giacimenti, anche campioni di pepite, scaglie e polveri d’oro rinvenute nel torrente (info e prenotazione visite: www.oromuseo.it 0143.882289, 3392656342).
Risalendo il corso d’acqua si corre tra campi di girasole e di grano vegliati dall’imponente torre medievale di Capriata, resto dell’antico Castelvecchio. Poi il paesaggio muta e nel mare verde della campagna compaiono le prime onde, dolci colline ricoperte da un tappeto di vigne coltivate a Dolcetto, vino che in primavera ha ottenuto il riconoscimento di Docg, e che ogni anno è protagonista della Rassegna dei vini e dei sapori dell’Alto Monferrato, fra i più importanti festival enogastronomici della provincia: si svolge a Castelletto, antichissimo centro della Val d’Orba, come attesta la prima chiesa, dedicata a San Innocenzo, edificata tra il 314 e il 342 sui resti di un tempio pagano.
Sei chilometri e il torrente si incunea tra due paesi: sulla riva sinistra c’è Silvano, un borgo di «spirito» perché grande produttore di grappa, e anche amato dai più piccoli che d’estate assistono al festival dei più bravi burattinai d’Italia mentre durante l’anno possono imparare a costruirli partecipando ai laboratori didattici (www.amicideiburattini.it).
A destra c’è Rocca Grimalda, elegante borgo aggrappato alla roccia a strapiombo sull’Orba, meta obbligata del tour per degustare una specialità dal nome impossibile e dal sapore eccentrico: la Peirbuieira, a base di lasagne, fagioli, olio e aglio. La ricetta è top secret e nella versione originale si può assaggiare solo alla sagra del paese, in programma a fine agosto. Con l’occasione perché non arrivare fino a Santa Limbania? La chiesetta sul cocuzzolo è dedicata alla protettrice dei viaggiatori che sulle vie del sale collegavano Liguria e Basso Piemonte. Ogni anno è meta del «cammino», un percorso trekking di tre giorni che attraversa l’Appennino partendo da Voltri, dove esiste una chiesa omonima, arriva fin qui e a volte prosegue per Castelletto (c’è una cappella dedicata alla santa) e Gavi (una statua).
Soddisfatto il palato, i più romantici a caccia di stelle possono raggiungere Lerma, che domina la piana del torrente Piota, affluente dell’Orba: sulla sommità della collina, in località Costalunga, c’è un osservatorio astronomico gestito dall’associazione «Alessandra Ferrari e Ilaria Merlo» (prenotazioni: 0143.877324).
Per approfondire invece l’aspetto idrogeologico e l’evoluzione della valle negli ultimi quaranta milioni di anni basta proseguire a monte: a Ovada, cittadina con quasi 12 mila abitanti con oltre mille anni di storia, l’associazione Calappillia cura il Museo di minerali e fossili «Giulio Maini», oltre 2000 reperti custoditi in un edificio restaurato che fu prima una chiesa e poi nel 1882 divenne un carcere. Uno sguardo alternativo alla Valle lo concede Molare, sull’Appennino: qui il torrente, selvaggio e incontaminato, forma laghi e gole, dette «Canyons». Tuffarsi è il modo più autentico per capire davvero l’Orba. Anche se, persino Battisti avvertiva: «…capire tu non puoi, tu chiamale, se vuoi, emozioni…».
