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  • News ed Eventi dell’Accademia ed in partnership

    L'Accademia Ambientale del Monferrato (AAM - Gevam Onlus) in partnership con la Società Storica Vercellese (SSV) sta attuando un microprogetto culturale che prevede la scansione di alcuni testi storici editi dalla SSV ma ormai da molti anni esauriti e quindi introvabili, inerenti importanti personaggi, istituzioni e luoghi che hanno caratterizzato e/o interagito con la storia del Monferrato. I testi digitalizzati saranno poi inseriti nel sito ufficiale della SSV e messi a disposizione degli studiosi e ricercatori di tutto il mondo. Per maggiori informazioni sulla SSV vedi nel sito la sezione Monferrato. <<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<< Il Gruppo Gevam Onlus ha avviato un progetto propedeutico per cercare di creare un Distretto Turistico Culturale Ambientale Interprovinciale del Monferrato. Per maggiori informazioni leggete l'articolo nella sezione Iniziative-Eventi. Gli sponsor sono gli stessi che hanno già sostenuto l'avviamento dell'Accademia Ambientale del Monferrato, i cui loghi sono riportati in home page <<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<< Il Gruppo Gevam Onlus ha variato denominazione. Il significato dell'acronimo G.E.VA.M. è divenuto “ Gruppo Ecoculturale per la Valorizzazione dell'Ambiente del Monferrato”. Maggiori particolari sono riportati nell'articolo pubblicato nella sezione Iniziative-Eventi <<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<< Nasce 'Patria Montisferrati', la rubrica storica di Casale News, uno dei siti di informazione on line più seguiti nel Monferrato di area casalese e non solo. La conoscenza della storia locale favorisce la tutela ambientale ... questo è il concetto guida che ha favorito la reciproca collaborazione. La rubrica sarà condotta da Claudio Martinotti Doria. Per informazioni leggete l'articolo nella sezione Iniziative ed Eventi del sito <<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<< Le vere cause della crisi economica internazionale e del degrado ambientale. Leggete l'esaustiva analisi storica e scientifica esposta da uno dei massimi esponenti europei della Scuola Economica Austriaca: l'economista spagnolo Jesus Huerta de Soto, nella sezione "Iniziative - Eventi". Un vero e proprio evento culturale per l'Italia, disponibile grazie al nostro partner USEMLAB di Torino.
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Migliaia di pesci morti alla foce del Mississippi, conseguenza della marea nera Bp? Le autorità continuano a minimizzare …

News

Fonte: Greenreport http://www.greenreport.it
LIVORNO. Le autorità statunitensi stanno indagando se le migliaia di pesci apparsi sulla superficie del fiume Mississippi sono collegati con la marea nera petrolifera che ha invaso il Golfo del Messico dopo l’esplosione e il naufragio della piattaforma Deepwater Horizon il 20 aprile.
Il fenomeno si è verificato a partire dal 23 agosto alla foce del Mississippi in Louisiana e il Times-Picayune de New Orleans spiega che i pesci si stanno recuperando perché vengono portati dalla corrente verso le barriere galleggianti messe nel delta del fiume per evitare che il greggio fuoriuscito dalla Deepwater orizon arrivasse alle paludi del Mississippi.
In un comunicato, Craig Taffaro, presidente della parrocchia di St. Bernard, in Louisiana, spiega che «Secondo le nostre stime, ci sono migliaia di pesci morti, pensiamo tra 5mila e 15 mila» e ha chiesto al Fish and wildlife service della Louisiana di analizzare le acque per capire se il fenomeno sia una delle conseguenze della marea nera .
Tra le specie morte ci sono anche granchi, razze, pesci scorpione e naselli rossi ma i funzionari del Fish and wildlife service chiedono di non trarre conclusioni precipitose, perché «A volte abbiamo problemi relativi all’ossigeno nella diga Bayou La Loutre, vicina allo sbocco del Mississippi». Poco consolante, visto che si tratta di sapere se l’inquinamento venga da terra o da mare.
Che la situazione sia molto meno rosea di quel che continua a prospettare la Bp lo spiega su Tierramerica il corrispondente dell’Ips, Adrianne Appel, che definisce le operazioni post-incidente in corso come «Autopsia ambientale nel Golfo del Messico».
«Strumenti sottomarini si immergono nel Golfo del Messico con la precisione di uccelli rapaci – scrive Appel – Esploratori dall’aspetto di robot cercano gocce di petrolio nelle profondità. Sistemi informatici analizzano campioni istantaneamente. Tutto per valutare l’impatto del disastro. Questi team, che vengono impiegati per misurare la quantità di plancton o per trovare camini idrotermali sul fondo dell’oceano, ora si applicano a studiare quello che è successo ai quasi cinque milioni di barili di petrolio (circa 758 milioni di litri) che hanno cominciato a riversarsi nel Golfo il 20 aprile».
Solo la National science foundation (Nsf) sta finanziando 60 progetti di ricerca nel golfo, per un costo di 7 milioni di dollari. La Bp ha promesso di investire 500 milioni di dollari in 10 anni in studi ambientali. Nel Golfo sono presenti le navi di Greenpeace ed Oceana per controllare la situazione e raccogliere dati. Un gruppo di ricerca della Woods Hole oceanographic institution (Whoi) ha raccolto milioni di campioni da analizzare e L’oceanografo Christopher Reddy sopiega a Tierramerica: «Vogliamo sapere quanto petrolio è fuoreiuscito, quale sia la situazione nel momento attuale e come cambia mentre passa il tempo».
La Whoi ha utilizzato il Sentry, un sottomarino “olfattivo” automatico che naviga ad una profondità di 4,3 km, seguendo le tracce infinitesimali di petrolio ed è equipaggiato con uno spettrometro di massa che analizza i composti trovati. I dati raccolti in 12 giorni di immersione serviranno a determinare l”impatto del greggio della Deepwater Horizon, differente per composizione da qualsiasi altro che possa essere stato sversato nel Golfo dalle centinaia di piattaforme petrolifere che subiscono continui incidenti.
I ricercatori sottolineano che «Analizzando la sua proporzione nei campioni, abbiamo potuto determinare, per esempio, che gran parte del greggio è evaporato per il caldo delle acque del Golfo, le elevate temperature estive e il vento. Si può anche analizzare come cambi il petrolio nel tempo. Alcuni dei suoi componenti si abbattono facilmente in acqua, altri evaporano e sono resistenti e tendono a perdurare come “palle di catrame”. Si tratta di scienza forenze applicata all’ambiente».
Non a caso la ricerca è partita da una palude ricoperta di petrolio nella costa sud-est della Louisiana, a 80 km dal pozzo scoppiato della Bp e si sono riscontrate tracce di una evaporazione significativa nel materiale piaggiato. Il Whoi ha effettuato anche un’altra missione insieme alla californiana Scripps institution of oceanography, utilizzando un altro mini-sottomarino autonomo: lo Spray, ma il Golfo sembra ormai pieno di robot subacquei e Rov. Lo Spray resterà in immersione per 4 mesi, raggiungendo i 500 metri di profondità ed utilizzando un “sonar” per percepire le particelle sospese nell’oceano ed inviare i dati in tempo reale, èer posta elettronica, alla Whoi ed alla Scripps, ricevendo nuove istruzioni per telefono satellitare.
La Whoi è convinta che la marea nera potrebbe alla fine rivelarsi come «L’opportunità per sviluppare un adeguato sistema di controllo nel Golfo». Intanto i dati raccolti confermano che la Loop Current, che porta le acque calde nel da e verso il Golfo, ha formato un vortice che impedirebbe al petrolio di arrivare alla costa orientale degli Usa. Ma, come spiega Appel su Tierramerica «Però non tutti gli scienziati usano tecnologia di ultima generazione». Per esempio, Alexander Kolker, un esperto di paludi che lavora per il Louisiana universities marine consortium, studia l’impatto del greggio nella Barataria Bay, un’area di 3.000 km2 nel sud della Louisiana, dove raccoglie campioni di acqua e sedimenti con la sua piccola barca e poi li porta al suo laboratorio per analizzarli. «La palude – spiega Kolker – è un ecosistema incredibilmente produttivo, può ospitare diverse centinaia di specie. E il petrolio della Bp non ha causato più danni della costante perdita di praterie causata dall’intrusione dell’acqua salata». Quindi, ancora una volta la marea nera arriva su un ecosistema già compromesso da una cattiva gestione ambientale. Nonostante i pesci morti e gli allarmi degli ambientalisti, la National oceanic and atmospheric administration (Noaa) vede rosa: «E’ importante notare che por lo meno il 50% del petrolio che è fuoriuscito è finito nel sistema e la maggior parte si sta degradando rapidamente o è eliminato dalle spiagge», diceva già il 4 agosto la direttrice del Noaa, Jane Lubchenco.
Però gli scienziati della Whoi e di altre missioni indipendenti di ricerca nel golfo pensano che queste conclusioni siano premature: «Gli sversamenti sono complessi. Perché hanno tanta fretta? Speriamo di trovare le informazioni che sono là fuori».

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