Fonte: Piemonte Parchi http://www.regione.piemonte.it/parchi/ppweb/index.htm
Grande partecipazione di pubblico all’incontro organizzato dalla nostra rivista. Giornalisti specializzati, naturalisti, esperti, si sono confrontati sul tema dell’appeal mediatico dei parchi tra analisi, interrogativi e qualche sana provocazione
Esiste un modo per comunicare le aree protette senza doversi piegare alla logica della spettacolarizzazione delle notizie, stile “Calendario delle guardiaparco” o “Grande Fratello dei Parchi”?
Se c’è, occorre scovarlo. E bisogna anche fare in fretta.
La sfida dei prossimi anni si gioca tutta qui: avvicinare le persone ai parchi, raccontare la vera identità di questo mondo attraverso linguaggi e modalità nuove. Ma senza inseguire a tutti i costi la logica ansiosa del media-system che rischia di banalizzare una realtà costituita da valori antichi e profondi. Sono alcuni degli interrogativi e delle considerazioni cui sono approdati i partecipanti alla tavola rotonda dal titolo Perché i Parchi non fanno notizia?, organizzata dalla nostra rivista al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, lo scorso 14 gennaio. Giornalisti specializzati, naturalisti, rappresentanti del settore e un pubblico di oltre cento persone si sono dunque confrontati su una pluralità di temi. A partire dall’interrogativo che dava il titolo al convegno: perché i parchi non fanno notizia? «Perché in questo Paese – ha risposto Giulio Ielardi, giornalista free lance – i parchi non interessano. Si tratta di un’idea che cammina ancora davanti alla società». «In effetti – ha aggiunto Ippolito Ostellino, direttore del Parco del Po torinese – il concetto di parco non è stato del tutto acquisito: si pensa al parco esclusivamente in termini di natura senza legarlo al territorio: in questo modo si corre il rischio di veicolare un messaggio sbagliato». Enrico Camanni, direttore di Piemonte Parchi, ha chiarito: «Inutile discutere di comunicazione se non ci si mette d’accordo su un punto: i parchi non sono solo recinti di natura incantata, ma rappresentano un punto d’incontro dell’uomo con l’ambiente, luoghi, pezzi di territorio nei quali è possibile sperimentare il futuro». Tra le cause del debole appeal mediatico del settore c’è da considerare, sempre secondo Ostellino, «la scarsa considerazione di cui gode in Italia la cultura scientifica e naturalistica». «Un ruolo chiave – è intervenuto Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi – lo gioca anche la mancanza d’orgoglio per il nostro straordinario patrimonio naturale nazionale. Negli Stati Uniti, per esempio, si sono inventati un modo per raccontare i 200 anni della loro storia partendo dai parchi naturali. Da noi, un’operazione del genere sarebbe inimmaginabile».
Certo, se poi le aree protette non finiscono quasi mai in prima pagina un po’ di colpa ce l’hanno pure loro. Annota Carlo Grande, giornalista de La Stampa: «Gli addetti stampa degli enti dovrebbero fare uno sforzo per entrare nella mentalità di chi lavora nei media e quindi proporre comunicati leggibili, semplici, che siano sintetizzabili in un titolo, qualcosa che catturi immediatamente l’attenzione. Può non piacere, ma sono le regole elementari di questo lavoro». Della necessità di superare l’«avversione alla cronaca» radicata in molti amministratori degli enti ha parlato Massimiliano Borgia, condirettore del giornale locale Luna Nuova : «I parchi – ha detto – devono rendere conto al proprio territorio: perché c’è una sorta di resistenza a diffondere, per esempio, la notizia del bracconiere scoperto con la selvaggina o del tizio che viene pizzicato all’interno dell’area protetta con la moto slitta? E se i parchi vengono interessati dalle ipotesi di tracciato della Tav, perché non fanno sentire la propria voce?»
La risposta è arrivata da Nanni Villani, responsabile comunicazione del Parco Alpi Marittime: «È vero – ha osservato – nel nostro mondo c’è una scarsa propensione a comunicare: si tende a privilegiare il “fare” rispetto all’apparire. Faccio e, se ho tempo, racconto. Il retropensiero dominante suona più o meno così: “Siamo una realtà così bella che se il mondo non lo capisce è colpa del mondo, non certo nostra” ». Villani ha poi toccato due nodi fondamentali: la cronica mancanza di risorse per la divulgazione di ciò che fanno le aree protette e la conseguente assenza, all’interno degli staff degli enti, di giornalisti professionisti dedicati a tempo pieno al lavoro di comunicazione rivolta ai media. Un mestiere, questo, che non si improvvisa e per il quale non è sufficiente la buona volontà. Un punto, quello della necessità di veri addetti stampa capaci anche di instaurare rapporti personali e continuativi con i giornalisti, sul quale si sono ritrovati d’accordo tutti i partecipanti alla tavola rotonda. «Ma il vero problema – ha proseguito Villani – risiede soprattutto nella difficoltà di “vendere” notizie non facili da semplificare, notizie che il più delle volte sono difficilmente riducibili a slogan e che magari sono pure impopolari in quanto legate alla necessità di porre regole, divieti. Cose che di solito non piacciono: la frase tipica riferita ai parchi è infatti “Quelli lì mettono sempre il bastone fra le ruote…”». Ecco perché ha una sua logica la provocazione finale di Villani: «Chissà, forse, il fatto che i parchi non abbiano troppa visibilità è perfino una buona notizia…!».
È dunque un bene che si parli di aree protette? Il tema è stato raccolto da Giulio Caresio, redattore della rivista Parchi:«Comunicare significa condividere, mettere in comune una parte di sé. Ora, se i parchi comunicano bene verranno scoperti da un maggior numero di persone, avranno maggiore attenzione, maggiori fondi e soprattutto potranno diffondere la cultura profonda, la sapienza antica dei quali sono i custodi. Esistono ancora realtà – ha continuato Caresio – che hanno un valore in sé: la bellezza, il silenzio, il rispetto. Sono tutti aspetti essenziali della cultura dei parchi. È necessario trovare un nuovo modo per trasmettere questi valori senza appiattirsi sul marketing: da questo punto di vista potrebbe essere utile guardare all’operazione compiuta da Carlin Petrini e da Slow Food, e al loro modo di valorizzare il rapporto tra cibo e cultura». «Dobbiamo rimboccarci tutti quanti le maniche – ha esortato Giulio Ielardi – per incrementare sempre di più, anche sotto il profilo della consapevolezza culturale, il numero degli amici dei parchi». Non è facile, certo. «Come si fa – si è domandato Giampiero Sammuri – a comunicare, per esempio, la “positività” della morte degli stambecchi per le abbondanti nevicate invernali, positività legata al fatto che questo evento naturale consente ad altre specie di nutrirsi, senza incorrere nella scomunica degli ultras della natura? Serve un’iniezione di cultura scientifica e di razionalità». «I cambiamenti – ha aggiunto Ielardi – necessitano di tempo e di coraggio: una partita fondamentale è comunque quella dell’investimento nell’educazione». Qualche segnale positivo comunque c’è. Ielardi pensa al ruolo di avanguardia svolto da una rivista come Piemonte Parchi, alla nuova legge sulla riorganizzazione e sul rilancio delle aree protette varata dalla Regione Piemonte, all’«impegno e alla vitalità della gente dei parchi».
Insomma, sulla comunicazione dei parchi non è il caso di farsi troppe illusioni ma non è nemmeno il momento di abbandonarsi al naufragio del pessimismo. Anche perché, come ricorda il giornalista e scrittore Carlo Grande, pure su questo terreno può valere la lezione di Charles Darwin: «Non necessariamente sopravvive il più forte, ma quello che ha saputo adattarsi più in fretta».Conviene attrezzarsi, allora. È il momento del coraggio, della creatività. Il Grande Fratello non può vincere sempre. Mauro Pianta
