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VINO E PAESAGGIO. UN VALORE IN PIÙ. Convegno che ha aperto il Festival del paesaggio agrario tenutosi a Vinchio d’Asti dal 19 al 21 giugno

News

Fonte: Quaderni della Regione Piemonte – Agricoltura http://www.regione.piemonte.it/agri/qrp/corrente/index.htm
“Paesaggio viticolo e produzione d’eccellenza”.
Questo il tema del convegno che ha aperto il Festival del paesaggio agrario tenutosi a Vinchio d’Asti dal 19 al 21 giugno. Nel portare i suoi saluti, l’assessore regionale all’agricoltura Mino Taricco ha sottolineato come il paesaggio evidenzi l’importante opera dell’uomo sul territorio, in un rapporto che spesso si è rivelato conflittuale.
La conservazione del paesaggio è stata vissuta, in molti casi, come un limite all’attività umana in una sorta di convivenza non armonica. Ora, ha detto Taricco, è ridiventato un elemento di sintonia collettiva che va a creare valore aggiunto nelle produzioni che il territorio esprime.
Questo concetto è stato ripreso da Sergio Miravalle, presidente dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte, moderatore del convegno. Miravalle non ha mancato di rimarcare come accanto alla bellezza del nostro paesaggio viticolo, il cui territorio si candida a diventare patrimonio dell’umanità dell’Unesco, convivano elementi di sfregio, come certa edilizia residenziale, completamente avulsa dal contesto in cui viene calata e certi edifici industriali che non sono certo il miglior biglietto da visita per chi viene a visitare la nostra regione.
“Bisognerebbe inserire nella valutazione dei vini – ha detto Miravalle – non soltanto le caratteristiche organolettiche ma anche il rispetto delle norme etiche e di territorio.”
Miravalle ha poi posto, ai relatori, una domanda-provocazione che ha animato il dibattito.
Un grande vino può nascere in un brutto paesaggio?
La risposta è stata sì, tecnicamente sì, ma quanto ci interessa produrlo un simile vino?
Da questo interrogativo ha preso avvio l’intervento di Vincenzo Gerbi, docente di Scienze viticole e enologiche dell’Università di Torino, che ha ricordato come la scienza enologica che all’inizio ricopriva un ruolo “curativo”, cioè quello di rimediare ai difetti e di evitare alterazioni, si sia via via evoluta anche in relazione ad un mutato rapporto di acquisto da parte
del consumatore.
“Ci vuole un progetto – ha affermato Gerbi – Non si può più produrre considerando il vino soltanto come una derrata agricola.” Il vino è un prodotto di “scelta libera”. Se
ne potrebbe anche fare a meno, dice provocatoriamente Gerbi e lancia la sua proposta. Fare del vino un prodotto di design. Perchè sia tale deve avere alcune caratteristiche
ben precise: l’eleganza, la semplicità, l’evocazione territoriale e l’eticità. Il raggiungimento di questo obiettivo richiede un’eccezionale interdisciplinarietà.
Una squadra di filiera in cui lavorano in tanti e dove l’enologia non è più quella “curativa” ma è preventiva, quella del togliere e non quella dell’aggiungere. Gerbi, come esempio concreto, ha indicato l’obiettivo di ridurre della metà la presenza dei solfiti nel vino nel giro di tre anni.
Della necessità di gestire il rapporto vinopaesaggio in modo armonico evitando gerarchizzazioni ha parlato Rosario Di Lorenzo, dell’Università di Palermo. Giampaolo Pioli, rappresentante dell’Associazione Città del vino e sindaco di Suvereto in provincia di Livorno, ha ricordato che sono gli amministratori ad avere il compito di tradurre in pratica quanto
enunciato nei convegni. Se il paesaggio viene definito come l’elemento dove si radica l’identità di una comunità, è giusto, ha affermato Pioli, che il paesaggio sia oggetto di pianificazione urbanistica da parte dell’amministrazione locale e che vengano individuate linee di intervento e regole precise accompagnate dalla forza coattiva dello strumento urbanistico. Ma non per questo occorre assumere atteggiamenti impositivi, ha proseguito Pioli. Discussione e convincimento sono gli elementi vincenti. Pioli ha poi osservato come nei territori di recente sviluppo vitivinicolo la viticoltura moderna ha in sé la tendenza ad omologare il paesaggio e a distruggere la maglia fitta poderale per questioni di razionalizzazione
del territorio. Pioli si è espresso contro un concetto di paesaggio al pari di una cartolina congelata e vi ha opposto l’esigenza di creare infrastrutture efficienti, banda larga, trasporti,
in un rapporto armonico con il paesaggio.
Un’interessante riflessione di Bruno Giau, Università di Torino e presidente del Centro Studi per lo sviluppo rurale della collina, sul collegamento tra paesaggio e produzioni di eccellenza, ha chiuso il convegno. Giau ha ricordato come nei consumi di fascia alta le componenti non materiali siano decisive e quindi l’interrogativo è: come fare a legare il paesaggio alle produzioni? Il paesaggio contiene in sé una componente estetica, che è quella più opinabile, e una culturale, che è quella più interessante. Ci possono essere diverse letture del paesaggio e vi si può collegare stile di vita e cultura, la storia e il nostro modo di viverci dentro. Si può costruire un bellissimo paesaggio, ha proseguito Giau, difficilmente le tecniche produttive e agronomiche, ma non si possono costruire le radici storiche. Si tratta allora di comunicarlo, ipotizzando un soggetto di riferimento che è il consumatore ricco e lontano.
Ma chi lo deve fare e come? E’ questa la domanda centrale che si pone Giau e che indica nel soggetto pubblico l’attore principale per la promozione complessiva della cultura, degli stili di vita e di consumo nel nostro Paese.
In estrema sintesi si può dire che da questo convegno è emersa una definizione del paesaggio agrario non più come “effetto collaterale” dei processi produttivi, ma come “prodotto” in sé da costruire e progettare avendo ben chiaro dove si vuole arrivare in una stretta interazione tra la realtà produttiva e la geomorfologia naturale del territorio.
Insomma, tra vino e paesaggio si vuole favorire un matrimonio d’amore ma anche di interesse. E se sono rose … fioriranno.  Teodora Trevisan

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